FRANCESCO BONAMI, La Stampa 7/1/2012, 7 gennaio 2012
La nuova rockstar? Sembra Terminator - Pubblichiamo l’articolo su Lady Gaga del nostro collaboratore e critico d’arte Francesco Bonami che apparirà su Vogue Uomo in edicola martedì
La nuova rockstar? Sembra Terminator - Pubblichiamo l’articolo su Lady Gaga del nostro collaboratore e critico d’arte Francesco Bonami che apparirà su Vogue Uomo in edicola martedì. L’artista newyorchese sarà protagonista il 12 febbraio dei Grammy Awards Ve lo ricordate il vestito da cigno disegnato dalla stlista macedone Marjan Pejoski e indossato alla cerimonia degli Oscar da Bjork nel 2001? Ecco, se Bjork ricordava un cartone di Walt Disney andato a male le nuove metamorfosi del’abbigliamento di Lady Gaga ricordano Terminator. Il lago dei cigni che si trasforma in un cimitero di automobili. Dalla natura alla meccanica. Lady Gaga ha sempre seguito da vicino l’arte contemporanea, anche se con qualche annetto di ritardo. Il famoso vestito di carne disegnato da Franc Fernandez e messo in pratica da Nicola Formichetti è una citazione di «Vanitas», un’opera dell’artista canadese Jana Sterbak del 1987, quando baby Gaga aveva solo un anno. Anche la nuova hard couture di Lady Gaga pesca nel pozzo profondo dell’arte contemporanea. A momenti la cantante sembra un rottame accatocciato di John Chamberlain. In altri viene fuori la pazzia visionaria di un grande performer diventato architetto Vito Acconci. Oppure le recenti sculture di un altro veterano Frank Stella. Lady Gaga è una scultura cantante. Le metamorfosi della sua pelle sono di per sé vere performance o mutazioni estetiche più che genetiche. Nello suo stile c’è qualcosa di Sci-Barbaric , fantascienza barbarica, come in «Mad Max Beyond Thunderdome» con Mel Gibson e Tina Turner o «Conan the Destroyer» con Arnold Schwarzenegger e Grace Jones. Guarda caso tutti film, come le opere della Sterbak, della metà degli Anni 80, che sembrano essere la miniera dove la cantante scava la ricchezza della sua identità. Lady Gaga è una apocalittica disintegrata che si espande indietro e in avanti nella storia dell’arte, del cinema e della performance. In lei rivivono i dadaisti del Cabaret Voltaire di Zurigo che con i loro spettacoli estremi preannuciavano l’assurdità della Prima Guerra Mondiale. Ma anche si annusa il sangue dell’Azionismo Viennese dove uno dei suo protagonisti, Otto Muhl, dichiarava, nel 1967, che l’azione materiale promette il piacere diretto e sazia più di un pezzo di pane. Non ci meravigliamo se ai prossimi Grammy Awards Lady Gaga arriverà vestita da Baguette au fromage et jambon. Grande azionista degli Azionisti era anche Rudolf Schwarzkogler. Le sue performance consistevano nel vestirsi con un pesce morto, un pollo marcio, o ricoprirsi di lampadine accesse o fluidi colorati non meglio identificati oppure farsi avvolgere nella garza come una mummia per poi automutilarsi. Ma da Lady Gaga ci aspettiamo qualcosa di più metallico e di meno organico, la stagione del macellaio sembra passata e non pare voler più ritornare. Sicuramente nella testa di Gaga da qualche parte c’è Ron Athey, il performer Americano super tatuato e super perforato. Ma qualche idea potrebbe anche arrivare da Yang Zhichao, perfomance artist cinese che si è fatto piantare dell’erba sulla schiena o impiantare degli oggetti nelle gambe e sullo stomaco. Ma qualcosa ci dice che né per scherzo né per burla Lady Gaga dentro al suo corpo non ci vuole nulla, di permanente, s’intende. Per lei il corpo non è un territorio di conquista ma un palcoscenico sul quale montare di volta in volta una scenografia, un po’ come fa un’altra video artista e performer, Cao Fei, che crea usando un’immaginazione zoologico futurista. Ma si possono dimenticare gli abiti elettrici fatti di tante lampadine di forme e colori diversi di Atsuko Tanaka artista giapponese della metà degli anni 50. No non si possono dimenticare perché un giorno li potremmo ritrovare variati e stilisticamente migliorati addosso a nostra signora. Né possiamo dimenticare la saga dei film di «Cremaster» di Matthew Barney, l’artista americano più influente della fine del XX secolo, a suo modo un Lady Gaga del mondo dell’arte. Con i costumi dei suoi film ci si potrebbe vestire un esercito di Gaga. Le mutazioni gaghiane sono allora solo un riassunto della storia dell’arte della performance più recente. C’é chi lo crede ma sbaglia. Oggi gli artisti, da Cattelan a nostra signora non sentono più l’urgenza d’inventarsi da zero per esistere. Sanno di essere al tempo stesso mezzi e messaggi. Sono dei connettori che collegano immagini relegate all’oscurità o troppo elitarie con un pubblico molto più vasto a volte immenso. Pochi parlavano o si ricordavano di Jana Sterbak prima che Lady Gaga si presentasse in cotoletta da sera. La performance, anche se derivata, a volte aiuta a riscoprire cose che se no andrebbero perdute nel disinteresse collettivo. Lady Gaga appartiene alla generazione dei Mutatis Mutandis, ovvero coloro che costruiscono la propria identità cambiando le cose che già esistono ma che hanno bisogno di essere cambiate per continuare ad esistere. Non significa copiare ma mettere in scena. Viviamo in un modo che è come un cimitero di automobili dove tutte le carcasse sembrano uguali. Manelle ultime sue metamorfosi Lady Gaga ha capito che in mezzo a quelle montagne di rottami qualcosa si muove, qualcosa danza, qualcosa potrebbe persino cantare. Un cimitero del presente diventa un palcoscenico dove lei, diva selvaggia, può mettere in scena il suo spettacolo spettacolare, trasformando i rottami in ballerini al servizio di una performance barbarica dietro la quale si nasconde un volto molto umano.