Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
«Filippo Penati, già accusato di concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, è indagato per concorso in corruzione anche per il filone che riguarda l’acquisto della Milano-Serravalle…» eccetera eccetera. Così le agenzie di ieri. Lo scandalo Penati, che mette in imbarazzo o sotto accusa il Partito democratico, s’ingrandisce ogni giorno di più, nonostante lo stesso Penati abbia finora respinto ogni accusa e, in riferimento ai fatti che gli sono stati contestati ieri, abbia dichiarato di non aver ricevuto nessuna comunicazione dalla procura di Monza. Walter Mapelli e Franca Macchia, i due pm che lo accusano – sottintende Penati – hanno fatto arrivare la notizia prima ai giornali che a me.
• Come sa, tutte le inchieste politico-giudiziarie,
passate le prime ventiquattr’ore, mi vengono a noia: sono un tale intreccio di
nomi e fascicoli che molto rapidamente non ci si capisce più niente. In quella
nebbia che si determina quasi subito per il lettore, si resta con la
sensazione, pericolosissima, che gli accusati, per essere finiti in un simile
guaio, qualcosa devono aver combinato…
Sensazione brutta e sulla quale certamente contano i
magistrati quando vanno più in cerca della pubblicità che delle sentenze. È
questo il caso di Mapelli e Macchia? Non so rispondere, anzi in questa fase,
come dico che nessuno è colpevole prima della sentenza, così affermo che sulle
intenzioni autentiche dei giudici è vietato malignare fino a prova contraria. Nel
caso di Monza – che poi è il caso di Sesto San Giovanni – c’è un solo punto
certamente non favorevole alla Procura e riguarda proprio il caso Serravalle,
riemerso ieri. L’ex sindaco di Milano Albertini ha presentato un esposto contro
quella operazione sei anni fa. Da allora – come ha ricordato ieri lo stesso
Penati – il fascicolo relativo all’operazione è rimasto a disposizione dei
giudici. Come mai l’accusa sarebbe stata formalizzata solo ieri?
• Si può fare un riassunto delle puntate precedenti?
Tanto per farsi un’idea della storia.
Penati non ha ancora 50 anni, è nato a Sesto San
Giovanni, viene dal Pci, è sposato con due figli, ha fatto l’insegnante e
l’assicuratore, poi s’è buttato in politica facendo una gran carriera:
assessore a Sesto, sindaco di Sesto per due mandati, presidente della provincia
di Milano (battendo Ombretta Colli), infine capo della segreteria politica di
Bersani. Ho tralasciato le cariche minori, per niente irrilevanti, coperte tra
un mandato e l’altro. Ricordo però che Sesto è una roccaforte rossa,
riconquistata da Penati nel 1994 dopo un en plein di Berlusconi alle politiche
di tre mesi prima: guadagnarsi i gradi in questo modo e in una zona simile vale
doppio.
• Di che cosa lo accusano adesso?
Lo accusa prima di tutto un imprenditore che si chiama Piero Di Caterina e
che dice di conoscere Penati dai tempi dell’infanzia. Costui aveva in appalto
la linea 712, che porta gli abitanti di Sesto fuori della città. A un tratto –
dice – non lo pagano più e a un certo punto gli tolgono pure l’appalto. Sarebbe
fuori di 15 milioni. Convocato dai magistrati racconta di un “sistema Sesto”,
in mano a uomini del Partito democratico. Sostiene di aver pagato a Penati a
partire dal 1995 tra i 20 e i 30 milioni di lire al mese. Non è però l’unico accusatore.
• Chi altri c’è?
Un costruttore. Si chiama Giuseppe Pasini. Era diventato il
padrone di quasi tutta l’area ex Falck. La voleva trasformare in un centro
residenziale. Per dargli i permessi – dice – Penati gli avrebbe chiesto 20
miliardi di lire. Sia Di Caterina che Pasini giurano che intorno a Penati
giravano troppi soldi: il denaro, secondo loro, finiva soprattutto alla
struttura nazionale del partito, circostanza che, se appurata, metterebbe in
difficoltà molto serie Bersani e i suoi. Pasini ha anche spiegato ai magistrati
che nell’operazione relativa all’area Falck (600 mila metri quadri) sarebbe
entrato anche il Consorzio delle cooperative bolognesi.
• E l’affare Serravalle?
L’autostrada Milano-Serravalle era posseduta dalla
provincia, dal comune e da un imprenditore privato, di nome Marcellino Gavio. A
un certo punto Gavio fece la cosiddetta offerta del cow-boy: si offrì di
comprare per 235 miliardi il 15% in mano al comune oppure di vendere il suo 15%
per la stessa cifra alla provincia. Penati comprò. Solo che 235 miliardi
sembrarono già allora una cifra spropositata, con la quale tra l’altro Gavio
entrò nella cordata Unipol che stava scalando la Bnl. Quindi – nello schema
accusatorio dei magistrati – quei soldi, con la scusa della Milano-Serravalle,
sarebbe andati a rinforzare un progetto tutto di sinistra, quello di dotare
Unipol di una grande banca. Con un di più che, sempre secondo il sospetto dei
giudici, avrebbe costituito una tangente. Questo è molto brevemente il caso.
Non devo dimenticarmi di dirle che Penati, a differenza di tanti uomini
politici, vive modestamente, ha sempre respinto ogni addebito e si è
autosospeso immediatamente da tutte le cariche pubbliche e di partito, prima
ancora che il Pd intervenisse
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 9 settembre 2011]
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