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 2011  settembre 09 Venerdì calendario

IL SOGNO MAI REALIZZATO DELLE CITTA’ METROPOLITANE

Cose successe nel 1990: il presidente del Consiglio è Giulio Andreotti, in Gran Bretagna il primo ministro è Margaret Thatcher, negli Stati Uniti il presidente è George Bush (padre), l’Unione sovietica è agli sgoccioli ma ancora c’è, il Pci diventa Pds, Nelson Mandela viene scarcerato, il Napoli di Diego Maradona vince lo scudetto e il governo italiano vara un nuovo ente amministrativo: le città metropolitane. Come diceva un vecchia barzelletta, l’istituzione delle città metropolitane deve essere vera perché è vent’anni che se ne sente parlare.
Ieri il ministro leghista Roberto Calderoli, illustrando il riassetto della geografia politica italiana con l’abolizione (se mai davvero arriverà) delle province, ha detto che, oltre al governo centrale, resteranno soltanto comuni, regioni e città metropolitane. Il miraggio dunque si perpetua. E, se si va a cercare nelle cantine del dibattito riformista italiano, si rintracciano eventi interessanti come quello del novembre del 1994 quando i sindaci delle città metropolitane incontrarono il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per discutere dei famosi problemi del territorio. E’ che i vari Francesco Rutelli (Roma), Marco Formentini (Milano), Valentino Castellani (Torino) e colleganza si erano attribuiti un pomposo titolo, poiché le città metropolitane esistevano soltanto sulla carta. Eppure erano i tempi dei «cacicchi» e di tanto in tanto giravano documenti delle città metropolitane contenenti il sostegno ad Antonio Maccanico come premier di successione a Lamberto Dini oppure proposte di lavoro alla Bicamerale di Massimo D’Alema.
In ogni caso, le scartoffie definiscono con una certa vaghezza che cosa siano le città metropolitane: comprendono una grande città e i comuni strettamente connessi alla città per questioni storiche, culturali ed economiche.
Già allora l’idea era quella di cancellare alcune province (e periodicamente, a ogni rilancio delle città metropolitane, si fa il conto di quante ne scomparirebbero) e si elencarono dieci aree: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma e Venezia, a cui si aggiunsero, su desiderio delle Regioni a statuto speciale, Cagliari, Catania, Messina, Palermo e Trieste (si noti che la Sicilia avrebbe tre città metropolitane, roba da cancellare la Regione...).
Da allora, periodicamente, ad ogni abbozzo o semplice proposta di ridisegno dei confini, si grida alla miracolosa rivoluzione e si redigono entusiastici approfondimenti. E il clamoroso rivolgimento burocratico è parso imminente quando il progetto venne inserito in Costituzione (1998), oppure alla riforma del titolo V della Carta (governo Amato, 2001), o ancora con la devolution leghista della legislatura seguente, quando i soliti sindaci ottimisti si riunirono a Cagliari per chiedere di entrare immediatamente nel Senato delle Regioni. E non sono mancate nemmeno iniziative spontanee come quella del 2000, quando Venezia e Padova misero giù il progetto di accoppiamento fra i giulebbe, per esempio, dell’attuale ministro della Cultura, Giancarlo Galan. Eppure, quattro anni dopo, il buon Calderoli sconcertò un po’ tutti con una considerazione di cui forse oggi è immemore: «Le città metropolitane sono un concetto inserito nella Costituzione ma di fatto nessuno sa cosa siano e quali siano».
Nessuno si è fermato davanti a queste formalità. Nel 2007 il ministro per gli Affari Regionali, Linda Lanzillotta, presentò il codice per le autonomie e le città metropolitane (in questo caso nove) spiccavano, fra brindisi, in sostituzione delle province. E allo stesso identico modo due anni dopo, insieme con il federalismo fiscale, ecco le otto magnifiche elette. Ieri come oggi, e uguale a venti anni fa. L’importante di un sogno, è averlo.