Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il board della Banca Centrale Europea si è spaccato, il capo economista e membro tra i più autorevoli, il tedesco Jürgen Stark, si è dimesso perché contrario all’acquisto dei titoli italiani, la notizia è stata tenuta inutilmente segreta per qualche ora, poi il governatore Trichet – visto che un’indiscrezione della Reuters aveva fatto precipitare i mercati – l’ha ufficializzata con un comunicato in cui si attribuiscono le dimissioni a «ragioni personali», motivazione a cui non crede nessuno. Al posto di Stark dovrebbe andare un altro tedesco, Joerg Asmussen, oggi viceministro delle Finanze. La spaccatura all’interno della Bce ha fatto precipitare i mercati, incluso Wall Street: -4,40 Francoforte, -3,6 Parigi, -4,41 Madrid. Milano ha perso il 5%, Unicredit e Intesa – in un’altra giornata drammatica per tutti i bancari - hanno lasciato sul terreno otto punti ciascuna, il differenziale tra Btp e Bund è subito schizzato oltre 370, salvo ripiegare intorno a 350 quando la Bce ha cominciato a comprare. La commissione Bilancio della Camera, riunita per esaminare la manovra, ha sospeso i lavori e chiesto una convocazione urgente dell’ufficio di presidenza «per una valutazione politica sulla nuova crisi dei mercati e su come procedere nell’esame del decreto». Da metà 2010 ad oggi la Banca Centrale Europea ha speso 130 miliardi in acquisti di titoli del Piigs.
• Le dimissioni di un solo uomo possono provocare uno
sconquasso simile?
Non si tratta di un solo uomo, si tratta della Germania. Un
mese fa la Bundesbank – cioè la loro Banca centrale – aveva già votato contro
l’acquisto da parte della Bce di titoli portoghesi e irlandesi. Era intervenuta
la Merkel per mediare. Il loro governatore, Jens Weidmann, era e resta
contrarissimo ai salvataggi. Stark è sulle stesse posizioni. La Merkel è più
possibilista, ma non troppo possibilista: gli elettori tedeschi nonvogliono sentir parlare di sacrifici
per soccorrere i paesi spendaccioni. E la cancelliera ha le elezioni l’anno
prossimo, come Sarkozy.
• Però la Bce ha deciso di continuare a comprare i Btp
italiani e spagnoli.
Sì, ma è chiaro che questo soccorso non potrà
continuare a lungo. E ieri s’è visto che neanche l’ultima manovra, nonostante
valga più di 52 miliardi, è servita a tranquillizzare i mercati. Senza la Bce
il differenziale è andato subito a 370. Giavazzi domenica scorsa ha scritt
«sul mercato a termine, dove si scambiano Btp non per consegna immediata, ma a
una data futura, la Bce non interviene: lì un Btp decennale nei giorni scorsi
rendeva l’8,6 per cento, quattro punti più che nel mercato a pronti». Significa
che il sentimento degli investitori colloca il differenziale tra il Btp e i
Bund già adesso a quota 600-650.
• Saremmo in grado di pagare interessi così alti?
Entro il 31 dicembre l’Italia deve rastrellare sul
mercato liquidità per 140 miliardi. Se su questi titoli il Tesoro fosse
costretto a pagare, mettiamo, il 6% d’interesse, l’impatto sull’interesse medio
di tutti i titoli in circolazione sarebbe ancora modesto. Diciamo che abbiamo
ancora un po’ di tempo per non essere travolti da un innalzamento complessivo
di tutti i tassi che ci riguardano. Due-quattro anni, forse. La Gracia paga
adesso, sui titoli a due anni deprezzatissimi, più del 50% di interessi. Non so
se ha capito bene: più del 50%. Significa che la quota di interessi è superiore
alla quota di capitale. Significa soprattutto che la Grecia non può andare sul
mercato a rifinanziarsi. Deve vendere tutto quello che ha o rifiutarsi di pagare
e uscire dalla comunità finanziaria internazionale, cioè non avere più la
possibilità di comprare merci. Sccaffali dei supermarket vuoti, eccetera.
• Questo destino attende anche noi?
Sì, se non ci decideremo a tagliare le spese, un
versante della manovra che il governo non vuole affrontare e che del resto
tutti i politici affrontano malvolentieri perché costa voti e disordini
sociali.
• Le dimissioni di Stark potrebbero essere il preludio a
un addio della Germania all’euro?
È uno scenario possibile. L’euro può andare in frantumi in
tanti modi, e uno di questi è rappresentato dall’uscita non dei paesi messi
peggio, ma di quelli messi meglio. Si creerebbe così un euro di serie A,
circolante in Germania, Francia, Olanda, paesi nordici, e un euro di serie B,
adottato da Italia, Grecia, Spagna eccetera. Io pensi che i paesi della serie
B, in uno scenario del genere, tornerebbero in realtà alle vecchie monete
nazionali. Mentre la serie A – con un euro di valore 2 sul dollaro – avrebbe
gravissimi problemi di esportazione. La soluzione del doppio euro non
eviterebbe poi i fallimenti degli stati: i debiti sarebbero sempre nominati in
euro, da versare ai creditori a un tasso di cambio ignoto
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 10 settembre 2011]
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