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 2011  settembre 10 Sabato calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 182 - IL NEMICO PUNTA TORINO

Parleremo, finalmente, di una guerra vinta.

Pioveva a dirotto e gli austriaci si mossero solo il 30 aprile, con tre giorni di ritardo. Il Po era gonfio, i piemontesi avevano allagato i campi (Corio, vedendo le colture rovinate: « commozione oltre ogni dire orribile ...»). Il 9 maggio tuttavia Gyulai era a 30 chilometri da Torino. Cavour mandò Bianca a Pinerolo. Poi diede ordine di preparare le barricate. Voleva difendere la città strada per strada. Man mano che gli austriaci si avvicinavano, la sua frenesia aumentava. Tempestò Napoleone e Plon-Plon di messaggi, perché s’affrettassero. Il giorno 6 si mise a dar ordini come se fosse lui il capo di stato maggiore: il Re esca da Casale e attacchi la colonna austriaca, il maresciallo Canrobert occupi Valenza e San Salvatore, Baraguay d’Hilliers mandi truppe ad Alessandria... La Marmora era al campo, Cavour aveva preso il suo posto. Era nello stesso tempo: presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, ministro dell’Interno, ministro della Guerra, ministro della Marina. Stava sempre alla Guerra. Gli portarono il letto. Del resto il letto non serviva, aveva smesso di dormire. Come ministro della Guerra doveva occuparsi soprattutto dei rifornimenti. Biada, avena. Pane e carne per i soldati. Cavalli, cappotti. Bisognò ritardare la chiamata della seconda categoria perché non si sapeva come vestirla. Non c’erano zaini. I francesi erano ancora meno pronti. Quando gli austriaci avevano portato l’ultimatum, avevano calcolato che sarebbe stato impossibile arrivare prima di 15 giorni. Gyulai, spaventandosi a trenta chilometri da Torino, perse l’occasione di liberare il mondo da Cavour, Vittorio Emanuele e tutto il resto.

Spaventandosi perché?

Le istruzioni da Vienna dicevano di puntare a tutta velocità sulla capitale, e di occuparla. Gyulai invece s’era messo in testa che sarebbero sicuramente scesi in campo i prussiani e che presto la guerra si sarebbe trasferita in Francia. Quindi, secondo lui, bisognava ricoverarsi al più presto possibile nel Quadrilatero, lasciare che il nemico si stancasse e aspettare. Questo modo di ragionare gli costò il posto e salvò la città.

Quanta gente combatteva?

I sardi avevano in campo meno di sessantamila uomini. Gli austriaci il doppio. I francesi alla fine ne schierarono 200 mila. I sardi erano meno numerosi che nel ‘48, ma La Marmora ne vantava la qualità, sottolineava come fosse diminuito il numero degli ammogliati. Sei battaglioni erano fatti da volontari agli ordini di Garibaldi e con la divisa piemontese. Erano i «Cacciatori delle Alpi», 3200 in tutto. Il re aveva il comando dell’esercito. Al suo fianco stava La Marmora. Morozzo della Rocca era capo di stato maggiore.

Prima battaglia vera?

Il 20 maggio, a Montebello. Napoleone III era sbarcato a Genova il 12 e aveva stabilito il quartier generale prima ad Alessandria, poi a Casale. Per molti giorni non s’era risolto sul modo di attaccare. Vittorio Emanuele si lamentava: dà ordini e contrordini. Una possibilità era quella di passare per Piacenza come aveva fatto suo zio. Scelse invece di aggirare la posizione dall’altra parte trasferendo truppe a Vercelli e Novara. Quattro divisioni sarde avrebbero fatto azione di disturbo davanti a Vercelli. Spostò i soldati col treno, primo caso nella storia. Gyulai vide i piemontesi attraversar la Sesia e occupare Palestro, Vinzaglio, Confienza e Casalino. Pensò che volessero trarlo in inganno. Garibaldi aveva passato il Ticino il 23 e sulle montagne costringeva gli austriaci a disperdersi. Era diffuso il terrore che alle loro spalle, in Lombardia, i paesi si sarebbero sollevati. Vi fu battaglia il giorno 30 a Palestro. Gyulai perse. Il 31 riattaccò e fu respinto. Finalmente si rese conto di quel che stava facendo Bonaparte. Allora passò di nuovo il Ticino.

I nostri puntavano su Milano?

Proprio così.

Cavour intanto che faceva?

Cavour impazziva perché si combatteva e lui stava a Torino. Non gli mandavano neanche le notizie, oppure gli arrivavano bollettini scritti in modo ridicolo, che poi stracciava in mille pezzi. Gli faceva ancora più rabbia perché Bonaparte s’era portato dietro uno stuolo di giornalisti che avrebbero raccontato le imprese, le frasi, le divise... Gente venuta alla guerra come a una scampagnata, che andava in cerca del colore, degli effetti. Della Rocca gli spiegò che con le notizie in guerra bisogna andarci piano, le notizie le capisce pure il nemico. «D’accordo, ma come si fa a restare al buio di tutto!». Non era in sé. Criticò una manovra su Novi e si prese una rimbalzata dal re. « Nell’istessa maniera che lei mi scrive con franchezza, con franchezza le risponderò. Sappia che sua lettera mi dispiacque. Sappia che è ridicolo far progetti e teorie da Torino mentre che noi che siamo sul posto ci caviamo la pelle per fare il nostro dovere. Alla guerra non vi è niente mai di certo sopra i progetti che si fa, talvolta si cambia a mezzogiorno quel che si combina la mattina, secondo le mosse del nemico, talvolta quel che pare il più certo è quello che lo è meno ». Cavour gli rispose che in un altro momento, dopo una lettera come quella, si sarebbe dimesso. All’inizio dell’anno il re aveva tentato ancora di sposare la Rosina e lui gliel’aveva impedito.