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 2011  settembre 10 Sabato calendario

STUDIA, ZAPPA, AMA A BALI

Gli Al Gore del futuro studiano in case di bambù, battono il riso e parlano l’indonesiano. Sono i 280 studenti della Green School di Urdu, a Bali, un istituto nato nel 2008 in mezzo alla giungla con l’obiettivo di formare "una generazione di cittadini globali che coltivino le competenze e l’ispirazione per prendersi la responsabilità di un mondo sostenibile".
Arriviamo alla scuola dopo un’ora e mezzo di strada da Seminyak, la zona che negli ultimi anni è diventata la più frequentata di Bali, con i suoi caffè, i ristoranti e le boutique alla moda. Qui però siamo in aperta campagna - risaie, piccoli villaggi e templi hindu - e per strada incontriamo soltanto donne e uomini vestiti con i tradizionali sarong, le lunghe gonne colorate. Non ci sono segnali che indichino la scuola, ma per fortuna Miska, l’addetta alle relazioni esterne, riesce a spiegare al telefono la strada all’autista che ci accompagna. Ci accolgono con un succo di noce di cocco fresco, e fin dall’ingresso la Green School si mostra come un posto incantevole, fitto di sentieri sterrati che si snodano nella foresta pluviale. Siamo solo noi e i suoni della natura. Farfalle coloratissime planano sulle nostre mani, e ogni tanto lucertole fuori misura ci tagliano la strada.
A fondare questa scuola multietnica e multiculturale sono stati una coppia di imprenditori occidentali, John e Cynthia Hardy, artista canadese patito dell’artigianato balinese lui, globetrotter americana lei. Innamorati di Bali, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 si sono trasferiti qui indipendentemente l’uno dall’altra, e sono diventati prima compagni d’affari, come creatori di gioielli, e poi di vita, dal 1993. Venduta l’azienda nel 2007, hanno deciso di puntare i loro soldi sul futuro del pianeta, tutto per colpa del Nobel per la pace e del suo An Inconvenient Truth, premio Oscar in quello stesso anno come miglior documentario.
"Al Gore ci ha rovinato la vita", scherzano John e Cynthia. Si sono chiesti: cosa possiamo fare per lasciare ai nostri quattro figli e alle prossime generazioni un pianeta più sano? E l’anno dopo hanno aperto questo campus in un’area dall’atmosfera magica, tra cicale, banani e campi di riso. L’hanno rapidamente sviluppato grazie all’aiuto di grandi sponsor e ai consigli di educatori di fama, e oggi è diventato un istituto internazionale molto apprezzato dalla comunità straniera residente a Bali, oltre che un interessante laboratorio.
Perché non sarà l’unica scuola che punta sugli studi legati all’ambiente, ma ha la particolarità di accompagnare gli alunni dall’asilo fino al liceo, e il merito di essere brava sia a predicare sia a razzolare. Qui tutte le classi sono delle elaborate e sinuose strutture open-air. I materiali? Fango, alang alang (canne) e soprattutto, come alternativa eco-friendly al legname, il bambù, con cui artisti e ingegneri locali hanno elegantemente costruito sia gli edifici sia i banchi, le sedie e le lavagne (vista la grande domanda, la scuola distribuisce gratuitamente decine di migliaia di semi ai villaggi circostanti per poi comprare il bambù da loro dopo quattro anni). Le strade sono di roccia vulcanica, l’aria condizionata è bandita, mentre per l’energia ci si affida al solare e al biogas, e non si butta via niente, perché anche dalle toilette si ricava il compost per concimare i campi.
Welcome to the jungle! (O Into the Wild), con la differenza che qui ai piccoli Mowgli tocca anche studiare.
Gli alunni, di più di 45 nazionalità, imparano un po’ tutto, compreso il bahasa, l’indonesiano (parlato dai 240 milioni di abitanti del paese), anche se a scuola la lingua ufficiale è l’inglese. C’è ovviamente un’attenzione particolare nei confronti delle materie legate all’ambiente, e la scuola si ispira ai valori della tolleranza, dell’integrazione e della condivisione. I genitori sono spinti a collaborare, e i bambini si danno da fare anche praticamente, e infatti a mensa mangiano prodotti coltivati da loro stessi nell’orto della classe, e poi imparano anche a far crescere il riso e a produrre oggetti di ceramica.
Sono da poco passate le 15, e i ragazzi iniziano a uscire dalle classi. Sono sorridenti e rilassati, i genitori li aspettano nella caffetteria, chiacchierano tra di loro, c’è un’atmosfera conviviale. Le rette sono alte, certo, come è d’uso nelle scuole internazionali (dai 6 ai 13mila dollari l’anno), ma c’è un 10 per cento di studenti balinesi che usufruiscono di borse di studio o di tariffe agevolate.
Ora, a un chilometro di distanza, sta sorgendo anche il Green Village, nelle cui case potranno alloggiare gli studenti e le loro famiglie. Entriamo in una delle costruzioni, alta almeno venti metri. È fatta interamente di bambù, pavimenti compresi. Ha soffitti altissimi, è divisa in tre piani e ha tutti i comfort di una casa normale. Entra tanta luce, insieme a una brezza piacevolissima.
"Con classi all’aria aperta, e così immersi nella natura, le distrazioni sono tante. Capita che una libellula, tutta colorata, si posi su un banco, e conquisti tutta l’attenzione dei ragazzi", sostiene Roland Stones, il direttore. "Ma in questa scuola si sviluppa una creatività incredibile. Questi studenti, in qualsiasi università andranno, saranno sempre ambasciatori dell’ambiente". È un progetto ambizioso, difficile e affascinante, che si vorrebbe ripetere anche altrove. Verranno da qui, da Bali, gli Al Gore del futuro?
Sono da poco passate le 16, i ragazzi sono andati a casa. Diamo un ultimo sguardo alla meraviglia di queste costruzioni, prima di tornare nel nostro mondo. Si sente un’energia unica. Forse non è una cattiva idea ricominciare da qui, dalla natura. Da dove tutto un giorno è iniziato.