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 2011  settembre 10 Sabato calendario

In questo momento, mentre sto per iniziare a scrivere l’articolo, sono le quattro di pomeriggio. Avrei due opzioni: o andare a fare la spesa, per la cena di stasera, oppure scrivere questo pezzo sul rapporto tra cibo e scrittori

In questo momento, mentre sto per iniziare a scrivere l’articolo, sono le quattro di pomeriggio. Avrei due opzioni: o andare a fare la spesa, per la cena di stasera, oppure scrivere questo pezzo sul rapporto tra cibo e scrittori. Per vari motivi, tra cui il fatto che dovrei consegnare il pezzo domani, è consigliabile che mi metta a scrivere. La ragione principale per cui, tra spesa e articolo, ho scelto «articolo» è in realtà un’altra, ed ha a che fare anche questa con il cibo. Di tale aspetto, però, parleremo solo alla fine. Il cibo è fondamentale per gli scrittori. Il riconoscimento più sincero di questo fatto è di Montaigne, il quale sostiene che mangiare sia uno dei quattro piaceri della vita, ammettendo di non aver mai capito, d’altronde, quali siano gli altri tre. La parola «cibo» per gli scrittori, però, ha una notevole elasticità: con questo termine, detti esseri individuano apparentemente non «l’insieme di carboidrati, proteine, vitamine e sali minerali che un essere umano deve assumere con cadenza quotidiana per nutrirsi» ma, più probabilmente, «qualsiasi cosa possa essere deglutita, preferibilmente allo stato liquido, che non causi morte immediata». La specifica «stato liquido» non intende assolutamente insinuare che tutti gli scrittori siano degli alcolizzati, questo no; per esempio, l’ascetico Lord Byron si era proibito il vino, ed ai pasti «usava sorseggiare acqua temperata di aceto», come riporta il Nicolini. È anche vero che la maggior parte degli scrittori preferisce usufruire del frutto della vite quando lo si classifica ancora come bevanda e non già come condimento, sin dagli albori della letteratura. Per Orazio, ad esempio, praticamente ogni motivo era buono per darsi al vino: dal ritorno di un commilitone fino alla morte di Cleopatra, nunc est bibendum. Anche i contemporanei non scherzano; ma qui gli esempi da fare richiederebbero l’intero quotidiano, e non credo che i redattori siano d’accordo. In primo luogo, il cibo è fondamentale per regolare la giornata. Io, personalmente, trovo grande consolazione nel fatto di sapere che all’una andrò a pranzo, e che mi daranno da mangiare indipendentemente dall’esito della mattinata. Sia che abbia prodotto pagine spassose, o molto profonde (improbabile), sia che abbia passato la mattinata su Internet a guardare filmati di tennistavolo, affranto dalla penuria di idee, la consapevolezza che ad un dato momento scenderò ed andrò a mangiare qualcosa è fondamentale, ed evita che mi abbrutisca ulteriormente. A volte, la mancanza di voglia di scrivere invece si concretizza in voglia di fare qualcos’altro: e questo, per me, significa invariabilmente cucinare. Non sono né il primo né l’ultimo, intendiamoci: Emily Dickinson si faceva il pane da sola, e più di uno scrittore del passato si piccava di essere un grande cuoco, tanto da lasciarci in alcuni casi un proprio libro di cucina, con risultati alterni. A sfogliare quello di Manuel Vázquez Montalbán, per esempio, è difficile rimanere indifferenti. Poco sopra ho detto che gli scrittori considerano cibo più o meno qualsiasi cosa; ecco, leggendo le ricette di Montalbán potrete capire bene quello che intendo. Cucinare è rassicurante, per uno che di mestiere fa l’accordatore di parole, in quanto produce un risultato tangibile. Qualcosa che si tocca, che si annusa e che si mangia. Qualcosa di cui puoi godere mille volte, e che non è mai uguale volta dopo volta, e anche se è uguale chi se ne frega. Non mi stanco mai di farmi le patatine arrosto seguendo sempre la medesima ricetta, tagliandole a tocchettini, facendole bollire in acqua e aceto (elevando un rispettoso pensiero all’etereo Lord George), rosolandole nella teglia e infine in forno, con tanto rosmarino. La pagina scritta di un romanzo, invece, non ha la stessa miracolosa riproducibilità della ricetta: leggere per la decima volta una pagina scritta da me stesso è gradevole come stare in ginocchio sui ceci. Il che mi porta a sottolineare un’altra funzione fondamentale del cibo, e cioè fare uscire chi scrive dal proprio stato di alienazione. Dopo una giornata passata a molestare le muse con uno stecco, affinché ci considerino, non c’è niente di meglio di una buona cena tra amici. In compagnia, mi raccomando. Perché, forse per il mio essere profondamente italiano, non riesco a concepire la possibilità che uno mangi da solo. Non sono il solo, del resto: alcune delle più belle epistole dello stesso Orazio sono, in realtà, inviti a cena. È un modo come un altro per rimanere ancorato alla realtà. Orazio era consapevole di come le sue lettere e i suoi carmi fossero destinati all’eternità. Ma io, sembra dire, non so che farmene del mio monumento più duraturo del bronzo, se non riesco a godermi la vita di ogni giorno. E qui, torniamo a questo articolo ed alla mia scelta di tempo, di cui si parlava all’inizio. Approfittandomi bassamente del fatto che ho una scadenza, cosa che non capita quasi mai, ho scelto di mettermi a scrivere alle quattro del pomeriggio: adesso che ho finito, è troppo tardi per andare a comprare qualcosa. Siccome ho il frigo vuoto, a questo punto l’unica possibilità è di andare con moglie e figlio in pizzeria, qui vicino, in un posto che adoro e che fa una pizza strepitosa, di cui ho voglia da circa due giorni. Dostoevskij, pare, ha scritto Il giocatore per pagare i propri debiti di gioco, in una notte, e ne è uscito fuori il romanzo che sappiamo. Non voglio certo fare paragoni, per carità: solo, ricordare che a volte avere un obiettivo concreto aiuta.