LELIO DEMICHELIS, Tuttolibri-La Stampa 10/9/2011, 10 settembre 2011
Jonas, l’etica argini la tecnica - «Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione di oggi siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana domani»: può essere sintetizzata con questa sua frase il senso del «principio di responsabilità» secondo Hans Jonas (1903-1993), filosofo della gnosi ma soprattutto del rapporto sempre più conflittuale tra tecnica e natura, tra tecnica e uomo
Jonas, l’etica argini la tecnica - «Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione di oggi siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana domani»: può essere sintetizzata con questa sua frase il senso del «principio di responsabilità» secondo Hans Jonas (1903-1993), filosofo della gnosi ma soprattutto del rapporto sempre più conflittuale tra tecnica e natura, tra tecnica e uomo. E di cui il Mulino ha molto opportunamente ripubblicato - in questo Frontiere della vita, frontiere della tecnica - alcuni capitoli (che meglio definiscono il percorso di Jonas) contenuti in Dalla fede antica all’uomo tecnologico , con una bella presentazione di Vallori Rasini. Opportuna anche perché il tema della natura è al centro del Festival di Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, in programma dal 16 al 18 settembre. Già, la tecnica. Quella tecnica che è stata per secoli un semplice «mezzo» per fare è diventata oggi il «fine» di se stessa e il suo accrescimento illimitato è oggi il nostro scopo implicito. Viviamo in un mondo essenzialmente tecnico, eppure siamo del tutto incapaci non solo di capire come funziona un pc, ma soprattutto di pensare alla tecnica come ad un «potere» (quale è invece diventata) in grado di modificare e governare, più di ogni altro potere, la nostra vita. Nasciamo, viviamo, comunichiamo, ci informiamo e divertiamo grazie alla tecnica e la nostra società - come direbbe un altro filosofo, Günther Anders - ha ormai una «forma» essenzialmente tecnica. La tecnica infatti è un potere di regolazione, di organizzazione, di decisione, dunque un potere. Crediamo di essere noi a gestire e usare la tecnica, ma abbiamo bisogno di esperti che ci dicano cosa fare e come farlo. La strada ora la sceglie un navigatore, non scriviamo più lettere ma stringati sms, chiamiamo social ciò che tutto è meno che social (anche Facebook infatti, al di là delle retoriche social, funziona secondo modalità d’uso non umane e sociali ma tecniche); ed è stata sempre la tecnica a modificare i concetti di tempo e di spazio, velocizzando il primo e virtualizzando il secondo. Eleggiamo i nostri governanti, mentre non decidiamo nulla a proposito della tecnica. A volte facciamo un referendum sul nucleare o sull’acqua pubblica, ma questo non basta a governare una tecnica che ogni giorno ci impone di cambiare come richiesto dalle sue «modalità di funzionamento». Ma c’è di più: mentre un tempo la tecnica produceva i suoi effetti in ambiti ristretti, oggi è ovunque e globale. E riguardano soprattutto quella «cosa» - verso la quale mai abbiamo praticato cura e manutenzione, considerandola solo come una «miniera da sfruttare» o da «soggiogare» - che è la biosfera. Avremmo allora bisogno di una nuova etica fondata sulla responsabilità, imparando a pensare non solo a noi stessi ma anche alla biosfera, non solo a noi oggi ma anche ai nostri figli e nipoti domani. Ma come farlo se è la stessa tecnica a indurci a pensare solo al «qui e ora», avendo cancellato ogni idea di pensiero lungo? Se la stessa politica si basa sul consenso a breve e sull’ emergenza? Se la logica del profitto uccide ogni idea di responsabilità e di lungo termine? Se la rete e il consumismo ci dicono di vivere nell’istantaneità e nel breve termine? La morte di Dio, delle ideologie e delle utopie ci impedisce di immaginare il domani. Ma proprio questa loro morte ci impone di farlo in modo nuovo. Senza rimpiangere il potere del sacro. Perché se della fede «si può dire che c’è o non c’è, si ritiene che l’etica debba invece esserci. Deve esserci perché gli uomini agiscono e l’etica serve a mettere ordine nelle azioni e a regolare il potere di agire». Occorre, scrive Jonas, «un’etica della previsione e della responsabilità adeguata, altrettanto nuova quanto i problemi che deve affrontare». Basata su una nuova umiltà, dovuta «all’ampiezza eccessiva delle nostre capacità, cioè alla preminenza della nostra capacità di agire su quella di prevedere, valutare e giudicare». Non si tratta di nostalgie bucoliche, ma di un problema (anche) di libertà e di democrazia. E allora dovremmo imparare per prima cosa a riconoscere questo potere che invece, non riconoscendolo come tale (tanto è ormai «parte» e «forma» della nostra vita), non sappiamo governare. Finendo alla fine per farci governare da questo potere.