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 2011  settembre 10 Sabato calendario

Il «diavolo capitalista» che ha sconfitto Osama - Per cominciare, domani si lavora. Cinque minuti di si­lenzio alle 8

Il «diavolo capitalista» che ha sconfitto Osama - Per cominciare, domani si lavora. Cinque minuti di si­lenzio alle 8.43, poi altri cinque alle 10.28. Prima lavoro, durante lavoro, dopo lavoro. L’ha voluto Howard Lutnick e l’hanno accettato tutti i dipendenti. Si può piangere facendo soldi, si può far soldi piangendo, non c’è proble­ma. Dentro l’androne hanno messo un elenco. Cominci: Andrew An­thony Abate della Cantor Fitzge­rald; Vincent Abate, della Cantor Fitzgerald, Laurence Abel della Cantor Fitzgerald. Continui, quat­tro, cinque, sei, dieci, venti, trenta­sette, cinquantadue, centoventi­sette. Seicentocinquantotto: 6-5-8. Ancora: 658 su 2.753 morti erano della Cantor Fitzgerald. Uno su quattro. Stavano seduti nei loro uffici dal 101˚ al 105˚ pia­no della Torre Nord. Bin Laden li ha disintegrati: domani i supersti­ti, i successori e i familiari li ricor­deranno lavorando. Nessuno s’in­digna, nessuno si vergogna. È fini­to quel tempo, perché Lutnick non è più lo squalo,ma il totem del­l’America che si riprende. Non c’era, quel giorno. Come nei film: il grande manager, il ricchissimo manager da mezzo miliardo di dollari,l’impegna­tissimo manager che una mattina deve accompagna­re la figli­a per il pri­mo giorno di asilo. Era l’11 settembre 2001. I suoi mori­vano nella più grande tragedia della storia, lui no. Seicentocinquan­totto. Tanti, prati­camente tutti, compreso Gary, il fratello di Howard. Cantor Fitzge­rald diventò un simbolo doppio: di tragedia e di ver­gogna. Perché il 13 settembre la socie­tà di brokeraggio aveva già ripreso a lavorare: Lutnick aveva obbligato al­cuni superstiti a collegarsi al web e alla intranet azien­dale da casa pur di non fallire. Due giorni dopo smise anche di pagare gli stipendi a tutti: non sapeva anco­ra i nomi dei morti, allora meglio sospendere i pagamenti in attesa delle verifiche e poi riprenderli so­lo a censimento finito. Diavolo, dissero a Howard. Diavolo, sì. Og­gi è il redentore, è un angelo laico, perché la sua storia è stata masti­cata, digerita, metabolizzata, ana­lizzata e alla fine è uscita opposta rispetto a come sembrava: Howard è il simbolo non dell’avi­dità, ma della forza di volontà. Rimboccarsi le maniche, dicono. Banale, sì, però reale. Significa che c’è un Paese che senza mette­re le mani nelle macerie ha co­munque contribuito in un mo­mento come quello di dieci anni fa. Come a dire: ci siamo e ci sare­mo. Lutnick è la faccia dell’Ameri­ca del 2011: quella che ha raziona­­lizzato l’eroismo di pompieri, soc­corritori e volontari e ha aggiunto al pantheon dei miti anche quelli che dieci anni fa sembravano sol­tanto degli sciacalli. Perché Lutnick fu accusato di tutto: insensibilità, vigliaccheria, cattiveria. Gli dissero che non ave­va rispetto neanche per la sua fa­miglia. Nessuno gli chiese: scusa, ma perché lo fai? Neanche ora fan­no domande, perché hanno rispo­ste: il cinismo, l’avidità, l’insensi­bilità erano una forma di dignità. Bin Laden attaccò il capitalismo e la voglia di produrre ricchezza, no? E Lutnick ripartì immediata­mente a provare a macinare soldi. Ci furono aziende chiuse per gior­ni, la Cantor no: meno di 48 ore do­po gli attacchi era operativa. Sen­za falso buonismo, senza falso po­liticamente corretto. New York è costruita sul denaro e non per que­sto significa che sia immorale. Al­lora lavoro, profitto, dollari, ric­chezza. Anche a cadaveri caldi, an­che con i morti senza nome. Anco­ra adesso non piacerà a mezzo mondo,eppure l’America ha capi­to e ha smesso di trattare Lutnick come un appestato. Ora è un’ico­na. Il tempo ha aiutato a incasella­re le sue scelte: i parenti dei dipen­denti ch­e all’epoca rimasero scon­volti dalla decisione, oggi sono tut­ti con lui. Molti di loro sono stati as­sunti dall’azienda dopo gli attac­chi. Non solo: ha pagato i dividen­di a tutti, compresi i 658 lavoratori che non ci sono più, aiutando così le famiglie. Poi ancora: secondo il Relief Fund, Cantor Fitzgerald è l’azienda che in assoluto ha versa­to più fondi al comitato dei paren­ti delle vittime degli attentati e ai parenti dei suoi dipendenti morti ha liquidato un risarcimento che va dai centomila dollari in su. Il 25 per cento di tutti i profitti, fino alla fine dei giorni dell’azienda,andrà al fondo di sostegno ai parenti del­le vittime. Prima a quelli della Can­tor, poi anche agli altri.Dov’è il ci­nismo? Dov’è la cattiveria? Howard è il paradigma dell’Ame­rica che ricorda i suoi morti. Pian­ge, esattamente come faceva lui ogni volta che lo invitavano in tv a parlare del fratello morto nelle Torri. Poi, dopo aver pianto, si dà una mossa: sbilenco nelle uscite, poco elegante nei ritratti che la stampa buonista e radical chic ha cercato di fare di lui. Eppure incre­dibilmente vicino a chi dei suoi è rimasto e ai familiari dei lavorato­ri che sono morti. I pompieri sca­vavano a mani nude per cercare di trovare i resti delle migliaia di per­sone schiacciate sotto il crollo del World Trade Center, mister Can­tor usò le armi che aveva: un com­puter e la missione di fare soldi per sé e i suoi clienti. S’indignino ancora gli ipocriti che commemo­reranno in silenzio le vittime e poi torneranno a pensare che in fon­do gli Stati Uniti se la sono cercata. L’America ha scelto i Lutnick. Non si vergogna della ricerca del­la felicità attraverso il denaro, no. Cantor, in questi dieci anni, è cre­sciuta: più ricca e più forte di dieci anni fa. E questo è lo schiaffo più grande a Bin Laden, o al suo fanta­sma, o alla sua icona che aleggia ancora a New York e nel resto del­l’Occidente. Lui voleva annienta­re il capitalismo americano, l’America ha risposto con il capita­lismo. Cantor di più: 658 nomi e ac­c­anto a ognuno una somma di de­naro, conquistata da cadaveri, ma guadagnata comunque. Lutnick è l’emblema. Non s’è convertito lui a una vita diversa, è cambiata solo la percezione che gli altri hanno di lui: dieci anni fa l’avevano preso per uno senza cuore, senza ani­ma, senza sussulti, senza emozio­ni. Hanno capito un’altra verità. Le lacrime nei giorni delle lacri­me, i pianti in quelli dei pianti, le parole in quelli delle parole, il lavo­ro in tutti. Howard è una faccia, una storia, un simbolo. È come una bandiera a stelle e strisce pian­tata nel giardino.