Paolo Mauri, il Venerdì di Repubblica 9/9/2011, 9 settembre 2011
QUELLE PAROLE CHE DAL GRECO A NOI CAMBIANO SENSO
La lingua che parliamo contiene la nostra storia culturale, che spesso si nutre anche di errori. Nel 1986 il grecista Pietro Janni compilò un libro piacevole e fortunato, Il nostro greco quotidiano (Laterza) dimostrando che molte parole di derivazione greca sono usate tradendo il significato originario. Si prenda la coppia makrós e mikrós: non erano affatto una coppia di opposti. Infatti, scrive Janni, makrós voleva dire lungo e mikrós piccolo, ma il primo è da tempo usato nel senso di «grande» in moltissimi composti: macroeconomia, macroclima… Interessante è anche la storia di microbo, che viene introdotto in francese nel 1878 dopo le scoperte di Pasteur. È un finto greco, poiché altrimenti dovrebbe suonare microbio (di vita breve), anche se l’intenzione era quella di dichiarare la piccolezza dell’essere scoperto. Molti stupiranno nell’apprendere che il termine lesbica per i greci antichi non evocava affatto l’omosessualità femminile. La specialità dell’isola di Lesbo era infatti il coito orale. Nel senso odierno «lesbica», racconta Janni, compare in Francia nell’Ottocento. Ancora un esempio: eutanasia nell’antichità significava una morte nobile, gloriosa e in casi rari una morte indolore. Solo nella seconda metà dell’Ottocento entrò nel dibattito giuridico con il senso che le diamo oggi.