Haruki Murakami, Corriere della Sera 09/09/2011, 9 settembre 2011
«IN GIAPPONE SAPPIAMO CHE TUTTO PASSA. E’ COSI’ CHE RINASCEREMO» - L’11
marzo, alle 2 e 46 minuti del pomeriggio, la regione giapponese di Tohoku è stata sconvolta da un fortissimo terremoto. È stata una scossa di tale magnitudo da far accelerare leggermente la rotazione del globo terrestre e da accorciare la durata del giorno di 1,8 milionesimi di secondo.
Il terremoto ha provocato enormi danni, ma è stato il successivo tsunami a seminare morte e distruzione su una scala senza precedenti. In alcuni luoghi l’onda dello tsunami ha toccato i trentanove metri di altezza. Trentanove metri significa che è impossibile metterti in salvo, anche se ti trovi al nono piano di un normale edificio. La gente che si trovava in prossimità della costa non ha avuto scampo e si stima che ci siano state intorno alle 24.000 vittime. Di queste, ancora oggi 9.000 sono date per disperse. (...)
È opinione comune che essere giapponesi significa imparare a convivere con un’infinità di catastrofi naturali. (...) Per quel che riguarda uragani e tifoni, è possibile prevedere fino a un certo punto il giorno del loro arrivo e le regioni attraversate, ma con i terremoti non ci sono previsioni che tengano. L’unica cosa certa è che il più recente terremoto non sarà l’ultimo (...). Numerosi esperti prevedono che tra venti o trent’anni potrebbe verificarsi un terremoto spaventoso, di magnitudo 8, nell’area urbana di Tokyo. (...) E tuttavia, proprio in questo momento solo a Tokyo vivono tredici milioni di persone che continuano a condurre una vita «normale». La gente va in ufficio, su treni pieni zeppi di pendolari, e lavora in grattacieli altissimi. (...)
Perché non impazziscono di terrore? In giapponese abbiamo un termine, «mujô», per indicare che non vi è nulla di permanente a questo mondo, che ogni cosa è transitoria. Tutto ciò che esiste si estingue, tutto muta costantemente. Non esiste alcun equilibrio eterno, non vi è nulla di sufficientemente immutabile in cui si possa riporre eterna fiducia. (...) Anche così, noi giapponesi abbiamo saputo cogliere una forma di bellezza dentro questa rassegnazione. Se osserviamo la natura, per esempio, in primavera ammiriamo i «sakura», d’estate le lucciole e in autunno le foglie gialle dei boschi. Inoltre, osserviamo ogni cosa con passione, e lo facciamo sempre tutti insieme, com’è nostra usanza, quasi fosse un assioma. Al momento giusto, i luoghi più celebri per ammirare la fioritura dei ciliegi, o le lucciole, o ancora i colori autunnali dei boschi, si affollano di visitatori e diventa impossibile trovare una stanza libera in albergo. Perché? Ebbene, proprio perché la bellezza dei sakura, delle lucciole e delle foglie d’autunno svanisce in brevissimo tempo. (...)
Mi chiedo se le catastrofi naturali abbiano influenzato questa forma di pensiero. Quel che è certo, tuttavia, è che nel corso della storia noi giapponesi abbiamo superato tutte le tragedie che ci hanno colpito e le abbiamo accettate come eventi in un certo senso inevitabili, rimediando ai danni tutti insieme, collettivamente. (...) Sono certo che ritroveremo slancio e ci rimetteremo in piedi per ricostruire le città distrutte. In questo senso, non nutro particolari preoccupazioni. (...)
Oggi, però, vorrei parlare di cose che, contrariamente a case e strade, non sono altrettanto facili da riparare. Come l’etica e il modello della nostra società. Non si tratta di oggetti dotati di una forma ben definita. Una volta abbandonati, costa molta fatica prima che tornino ad essere così com’erano. Ed è così proprio perché non sono oggetti che si possano produrre immediatamente, limitandosi semplicemente a fornire le macchine, la manodopera e le materie prime necessarie. Mi riferisco specificatamente alla centrale nucleare di Fukushima. (...) Centomila persone sono state costrette a evacuare la zona attorno alla centrale nucleare. Terreni, prati, fabbriche, zone commerciali e porti marittimi sono rimasti deserti e abbandonati. È probabile che le persone evacuate da questa regione non potranno più farvi ritorno. (...)
Le cause di questa ennesima tragedia sono evidenti. La responsabilità dell’accaduto pesa sulle spalle di coloro che hanno costruito la centrale nucleare senza tener conto della possibilità di uno tsunami così devastante. Alcuni esperti avevano segnalato che in questa regione si erano verificati tsunami di simile portata e avevano chiesto che fossero rivisti i parametri di sicurezza. La società che gestiva l’impianto, però, ha lasciato passare diversi anni senza prendere sul serio quell’avvertimento. (...) D’altro canto, pare che il governo, che avrebbe dovuto tenere sotto stretto controllo le misure di sicurezza della centrale nucleare, abbia acconsentito ad abbassare i parametri di sicurezza allo scopo di favorire la sua politica nucleare. (...)
Nell’agosto del 1945, le città di Hiroshima e Nagasaki furono centrate da due ordigni nucleari, sganciati dai bombardieri dell’esercito americano, e le vittime furono oltre 200.000. (...) Sulla lapide del monumento alle vittime di Hiroshima sono state incise le seguenti parole: «Riposate in pace, non ripeteremo questo errore». Parole meravigliose. Noi siamo al contempo vittime e giustizieri. È il significato implicito in queste parole. Davanti a una forza tanto distruttiva come quella nucleare, siamo tutti contemporaneamente vittime e giustizieri. Nel senso che tutti siamo sottoposti alla minaccia di tale forza, siamo tutti vittime; ma nel senso di averne consentito lo sviluppo o di non averne impedito l’utilizzo, siamo tutti anche giustizieri.
Oggi, 66 anni dopo le due bombe atomiche, il reattore numero uno della centrale di Fukushima continua a emettere radiazioni ininterrottamente da tre mesi, contaminando la terra, il mare e il cielo tutt’attorno. Non c’è ancora nessuno che sappia come fermarlo. È questa la seconda grande disgrazia nucleare che noi giapponesi abbiamo patito nella nostra storia, ma stavolta nessuno ci ha sganciato addosso una bomba atomica. Siamo andati a cercarcela noi stessi. (...) Dov’è andato a finire il rifiuto dell’energia nucleare che avevamo invocato sin dalla fine della Seconda guerra mondiale? (...) La risposta è semplicissima: «L’efficienza». Le aziende elettriche ci assicurano che i reattori nucleari rappresentano il sistema di produzione elettrica più efficiente. (...) Da parte sua, dopo la prima crisi petrolifera, il governo giapponese, incerto riguardo la stabilità delle scorte di petrolio, adottò la produzione di energia nucleare e ne fece una politica nazionale. Le aziende elettriche spesero una fortuna in pubblicità (...). Pertanto, quando ci siamo davvero resi conto di quanto stava accadendo, già circa il 30 per cento della produzione elettrica del Giappone era generata dall’energia nucleare. (...) Tutto ciò ha affossato non solo il mito della potenza «tecnologica» che ha fatto tanto inorgoglire il Giappone per decenni, ma ha rappresentato anche la sconfitta dell’etica e del modello giapponese, perché noi cittadini ci siamo lasciati imbrogliare (...)
«Riposate in pace, non ripeteremo questo errore». Dobbiamo incidere ancora una volta queste parole nei nostri cuori. (...) Come ho già detto, per quanto gravi e tragici siano stati i danni causati dalle catastrofi naturali, noi giapponesi siamo capaci di superarli. (...) La ricostruzione di case e strade è un lavoro che spetta agli specialisti. Ma la rigenerazione dell’etica e del modello giapponese è un compito che ricade su tutti noi. (...) In questo grande lavoro collettivo, una parte spetterà agli specialisti della parola, vale a dire a tutti noi che ci guadagniamo la vita scrivendo. Noi dobbiamo ricollegare la nuova etica e il nuovo modello a nuove parole. E far in modo che scaturiscano e crescano nuove storie piene di vita. Dovranno essere storie da condividere, storie che, come i canti delle piantagioni, siano ricche di ritmo e capaci di stimolare gli animi. (...)
Haruki Murakami
(traduzione di Rita Baldassarre)