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 2011  settembre 09 Venerdì calendario

E L’EUROTOWER VIGILI DI PIÙ SULLA LIQUIDITÀ

Basta dire che l’inflazione è sotto controllo per aver fatto il proprio dovere di banchiere centrale europeo? In tempi normali certamente sì. Ma oggi, con mercati finanziari dominati dall’incertezza, occorrono annunzi sia sulla politica dei tassi di interesse che sullo stato della liquidità dei sistemi bancari nazionali che siano più completi e dettagliati. Altrimenti si rischia di dare un involontario contributo proprio a quell’incertezza che è il primo nemico da combattere per prevenire la futura instabilità monetaria.

La Banca centrale europea ha annunziato che, dato il livello dell’inflazione e lo stato dell’economia, manterrà costante la struttura dei tassi di interesse, continuando a vigilare sull’evolversi della congiuntura, monetaria e reale. In situazioni ordinarie ed in un mondo precedente alla crisi finanziaria del 2008-2009, questo è il tipo di annunzio che una banca centrale che ha come suo primario obiettivo la stabilità monetaria deve fare. Ma il mondo è cambiato, almeno sotto due punti di vista. In primo luogo, proprio la crisi finanziaria ci ha fatto vedere quali sono i danni che gli eccessi di liquidità possono causare all’economia, in un sistema globale ad alta finanziarizzazione. L’eccesso di liquidità può danneggiare famiglie ed imprese attraverso altri due canali. Da un lato, un eccesso di liquidità incentiva l’eccesso di assunzione del rischio, che si concretizza nell’eccesso di indebitamento, sia privato che pubblico. Dall’altro lato, l’eccesso di liquidità danneggia non sono il Paese in cui è prodotto, ma anche tutti gli altri sistemi economici ad esso legato dalle architetture, sempre più intrecciate e complesse, dell’industria bancaria e finanziaria multinazionale.
In secondo luogo, l’incertezza imperante colpisce anche – soprattutto? – la percezione sullo stato della liquidità oggi in Europa. Nelle scorse settimane è stato continuo il susseguirsi delle preoccupazioni e degli allarmi sulla robustezza dell’industria bancaria europea. I rumors sono arrivati dalle fonti più disparate, a partire da analisti e centri studi privati – sovente in palese conflitto di interessi – fino ad arrivare ad istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, che hanno – almeno formalmente e fino a prova contraria - maggiori requisiti di professionalità ed indipendenza. Oggi però i rumors sono autentiche tossine per l’Unione economica e monetaria.
Allora la Bce può e deve dare un contributo per ridurre l’incertezza sui mercati: occorrono maggiori informazioni e maggiori impegni su quelle che sono le politiche dei tassi e della liquidità che si intendono mettere in atto. La politica dell’inflation targeting oggi non basta più; deve essere supportato da un liquidity targeting, che contribuisca a ridurre i rischi odierni di instabilità finanziaria, e quindi quelli futuri di instabilità monetaria.
Sul termometro della liquidità non devono esserci dubbi. Gli ultimi dati disponibili – precedenti la tempesta finanziaria di Ferragosto – ci raccontano almeno tre storie. In primo luogo, che lo stato generale della liquidità in Europa appariva buono. In situazioni normali, lo stato di liquidità delle banche coincide con la capacità di collocare il proprio debito presso le famiglie, le imprese e le altre banche. Se la fiducia è alta, il sistema bancario non ha bisogno della banca centrale, il cui intervento diviene invece sempre più importante al crescere dell’incertezza. Durante la crisi finanziaria del 2008-2009, la capacità della Bce di mantenere condizioni ordinate sui mercati hanno consentito un progressivo e prezioso ritorno alla normalità, i cui effetti si possono apprezzare guardando all’andamento stabile della liquidità dagli inizi del 2010 ad oggi. È stata una dimostrazione importante che la politica monetaria può avere come suo obiettivo primario e normale quello della stabilità monetaria, e nondimeno essere in grado di affrontare le situazioni eccezionali di turbolenza finanziaria, che nascono dagli squilibrii monetari altrui (gli Stati Uniti).
In secondo luogo, però, il quadro generale nasconde situazioni nazionali eterogenee. Negli stessi mesi la liquidità si è ridotta in Grecia (-2,9%), in Irlanda(-15,9%), a Cipro (-17,4%), ma anche lievemente in Germania (-0,8%) e più marcatamente nel Regno Unito (-10,2%). Ma la cosa più interessante è che i i travasi di liquidità sono stati guidati dalle scelte delle stesse banche europee. Se si osservano infatti esclusivamente i depositi tra banche, si nota non solo che la liquidità in Europa è lievemente diminuita (2,7%), ma che in alcuni casi nazionali il deflusso è ancora più accentuato, come la Germania (4%). La lezione è che i sistemi bancari non sono tutti uguali, l’esatto contrario di quelli che gli annunzi generici sulle “banche europee” fanno intendere.
Infine, si rafforzano i segnali che le banche europee, ed in generale le non americane, hanno aumentano le loro scorte di liquidità negli Stati Uniti, approfittando delle espansioni monetarie messe in atto a più riprese dalla Fed. La banca centrale americana è oramai divenuto un erogatore a getto continuo di liquidità, che, data la natura del dollaro, diviene internazionale. Logica vorrebbe un coordinamento almeno tra le cinque principali banche centrali (Fed, Bce, Banca di Inghilterra, Banca di Giappone e Banca di Cina). La realtà racconta una storia diversa, che impone alla Bce un monitoraggio ed una accountability ancor più forte sullo stato della liquidità, sistemico e nazionale. Guardare l’inflazione può dare tranquillità, ma non basta più.