Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 09/09/2011, 9 settembre 2011
UN MUSULMANO DANESE NELLA CIRENAICA ITALIANA
Ho letto un libro di Knud Holmboe, giornalista danese assassinato nel ’31 ad Aqaba. «Incontro nel deserto» è stato tradotto in italiano nel 2005 da Longanesi. Sono inorridito nel leggere ciò che fecero gli italiani e Graziani in Cirenaica. Libici mandati alla fucilazione perché avevano dato cibo a un fratello ribelle. Fucilazioni continue di gente inerme, da cinque a dieci al giorno senza o per futili motivi. È vero tutto questo? Forse avevano ragione a chiederci i danni.
Franco Delle Piane
francescodellepiane1@virgilio.it
Caro Delle Piane, Knud Holmboe è una sorta di Lawrence danese e appartiene a quella famiglia di orientalisti europei che frequentarono assiduamente il mondo arabo, ne studiarono i costumi, ne furono affascinati e subirono in alcuni casi una trasformazione interiore. Nato e cresciuto nella confessione luterana, aveva scoperto il cattolicesimo a vent’anni e aveva trascorso un breve ritiro nell’abbazia francese di Clairvaux. Ma in Marocco, durante un viaggio, fu illuminato dall’Islam, dalla sua semplicità e dal fervore dei suoi devoti. Da Ceuta, nel Marocco spagnolo, decise di passare in Spagna e da lì raggiungere per via di mare Alessandria, da dove avrebbe iniziato il suo primo pellegrinaggio alla Mecca. Ma un eccentrico inglese gli suggerì di raggiungere l’Egitto attraverso il Marocco francese, l’Algeria, la Tunisia, la Tripolitania e la Cirenaica. E aggiunse che il viaggio sarebbe stato più semplice se Holmboe, ormai musulmano, si fosse vestito come un indigeno.
Nel 1930, quando iniziò la sua lunga traversata a bordo di una Citroën scoperta, Holmboe sapeva che il tratto più difficile sarebbe stato quello della Cirenaica, dove le truppe italiane e abissine del generale Graziani stavano combattendo una guerra spietata contro la resistenza popolare di un vecchio guerriero, Omar el Mukhtar, che sarebbe stato catturato e impiccato un anno dopo. Prevalsero nel viaggiatore, tuttavia, le simpatie per la causa della popolazione cirenaica e la speranza di poter raccontare, al ritorno in Europa, l’eroica lotta di un popolo arabo contro l’arrogante colonialismo di una potenza europea. Non tutti gli italiani incontrati durante il viaggio, tuttavia, sono insensibili alle sofferenze della popolazione. Il colonnello Rocco, comandante del distretto di El Argheila (una città cirenaica che si affaccia sul Golfo della Sirte) è un ufficiale coloniale burbero, incallito dal servizio, che gli dice con durezza: «In una guerra come questa non ci si può permettere di mostrarsi troppo teneri». Ma il comandante Diodiece, responsabile del distretto di Al Mahri (la vecchia Barce, nella Cirenaica nordorientale) ammira Abd El Krim, leader della resistenza marocchina contro francesi e spagnoli. E il suo assistente, il capitano Fornari, è stato prigioniero dei senussiti nell’oasi di Cufra, parla l’arabo, riconosce la dignità e il coraggio di chi combatte per la propria terra. Persino Graziani, con cui Holmboe ha un breve colloquio per essere autorizzato a riprendere il viaggio, appare migliore di molti suoi collaboratori. I personaggi più detestabili del racconto sono i funzionari civili, sprezzanti e razzisti, i piccoli gerarchi che si pavoneggiano nei caffè di Bengasi, gli ufficiali di primo pelo, imbevuti di nazionalismo.
Holmboe fu sospettato di spionaggio, arrestato, incarcerato, ma successivamente liberato ed energicamente persuaso a proseguire il viaggio per Alessandria con una nave in partenza da Bengasi. Il libro si conclude con un interessante post scriptum. Durante il suo viaggio l’autore aveva scoperto la Senussia, la congregazione religiosa che era la spina dorsale della resistenza cirenaica, e aveva appreso che il suo capo, Sidi Muhammad Idris al Mahdi al Senussi, viveva in esilio ad Alessandria. Appena sbarcato volle fargli visita e incontrò un uomo di mezza età vestito all’europea, il capo coperto da un fez, con cui ebbe una interessante conversazione sulla guerra in Cirenaica e sui principi religiosi della Senussia, «molto vicini» a quelli delle comunità wahhabite dell’Arabia Saudita. Knud Holmboe aveva incontrato l’uomo che nel 1951 sarebbe divenuto re della Libia e avrebbe regnato fino al colpo di Stato del tenente Gheddafi nel settembre 1969.
Sergio Romano