FEDERICO GEREMICCA, La Stampa 9/9/2011, 9 settembre 2011
IL PRESIDENTE SUPPLENTE
Se ne sta finalmente lì, con la moglie Clio, un momento tranquillo a guardare il vuoto oppure il mare dai giardini di Villa Igiea, splendido albergo circondato da ficus, oleandri e palme africane.
È ora di pranzo, la Bce a Francoforte sta benedicendo la manovra faticosamente varata dal governo e questo 8 settembre, allora, non è precisamente il giorno di un’altra resa: eventualità pure concretissima fino a non troppe ore fa. Non lo è: e se non lo è, molto lo si deve proprio a lui, Giorgio Napolitano, cioè il presidente che Gianfranco Pasquino - in un dialogo pubblico nell’aula magna di Ingegneria - definisce con bella immagine «predicatore dei valori costituzionali».
E sarebbe stato assai più riposante, per il presidente, esser questo e solo questo, nell’ultimo paio di anni. E’ un compito, certo, cui ha dovuto assolvere, perchè ancora oggi - dice nel suo colloquio con Pasquino - «con molta improvvisazione e molta imprecisione, ci si sveglia una mattina e si propone di cambiare questo o quell’articolo della Costituzione, magari solo perchè non piace più». Ma non è toccato solo questo, a Napolitano: tanto che spesso ha dovuto interrompere il suo pellegrinare per l’Italia - in questo anno di anniversario dell’unità per rimettere ordine, richiamare, svelenire contrapposizioni e frenare pericolose tracimazioni. «Ormai non è solo il capo dello Stato - si legge o si sente dire - ma fa anche il capo del governo». E come se non bastasse, c’è chi vorrebbe che ora vestisse addirittura i panni di capo dell’opposizione: che, certo con quale azzardo, tra i tre ruoli si potrebbe forse definire quello che gli si addice meno...
Si è molto raccontato, negli ultimissimi giorni, di un intenso lavorìo del Quirinale - di sponda con Mario Draghi - per la definizione di una manovra che avesse finalmente un senso e fosse accettata in Europa: non ce ne è prova, ma probabilmente è vero. E’ invece sicuramente vero che al suo indirizzo vengono rivolte di sovente sollecitazioni non ricevibili: soprattutto da un presidente come lui. Non troppi giorni fa, in un cordiale ed importante incontro al Quirinale, Napolitano ne ha fatto cenno al suo interlocutore: «C’è chi chiede a me - ha spiegato - di dare una spallata al governo, fingendo di ignorare che questo è impossibile, e che è impensabile che un presidente si avventuri lungo una via che potrebbe portare a tremendi scontri istituzionali. Lo smottamento del partito di maggioranza - che molti pronosticavano - non c’è stato. I segnali e le defezioni annunciate sono state poca cosa... Il governo ha una maggioranza, di alternative all’orizzonte non se ne vedono e dunque la mia preoccupazione principale è la tenuta e la credibilità del nostro Paese in Europa. Al resto pensino altri, non è compito mio».
Il suo compito, accettando la definizione offertagli da Pasquino, ma poi spiegando di preferire quella di Calamandrei («viva vox Costituzionis»), è tener salda l’unità del Paese, rappresentarlo all’estero, predicare non solo i valori costituzionali ma - dati i tempi - a volte i valori e basta. Nel suo dialogo con Pasquino, che gli chiedeva degli errori commessi dall’unità in poi e delle difficoltà a stare in Europa, Napolitano ha ripetuto per due volte una frase che a molti è parsa rivolta al presidente del Consiglio, a certi suoi modi di fare, a certe sue abitudini: «Io speravo, pensavo, che la celebrazione del 150˚ anniversario dell’unità, favorisse un esame di coscienza collettivo del lavoro fatto da quella data ad oggi. Dobbiamo interrogarci su quali comportamenti - comportamenti anche individuali - occorra cambiare per andare avanti e stare al passo con l’Europa».
E’ stato, se si vuole, uno dei pochi accenni polemici di Napolitano in una giornata - in una fase - nella quale non è lo scontro quel che secondo il presidente serve, bensì quell’unità, quella «coesione» così spesso invocata. Pasquino ha provato a provocarlo: ti pare valorizzato il ruolo del Parlamento (49 voti di fiducia da inizio legislatiura a oggi)? «Ho trascorso 43 anni netti in Parlamento: dunque per me il suo ruolo è fondamentale, irrinunciabile». Risposte indirette, prudenza e attenzione a non surriscaldare il clima in una fase tanto delicata. Ma chi conosce la storia politica e personale del capo dello Stato, non fa fatica a immaginare il disappunto e lo scoramento di Napolitano di fronte a scelte e decisioni della quali non afferra l’utilità. Della manovra, come è ormai noto, non ha apprezzato tutte le scelte: alcune gli sono parse inique, altre poco comprensibili. Si è detto, per esempio, dei suoi dubbi rispetto alla modifica dell’articolo 8: da ieri si sussurra addirittura di una iniziativa che - a manovra approvata - il presidente intenderebbe assumere per spingere il governo ad un ripensamento. «E’ un problema che si pone - spiegavano i suoi collaboratori -. Ma non è l’unico, e forse non è nemmeno il primo...».
Il primo impegno, per dirla come l’ha detta Gianfranco Pasquino, è continuare a predicare il rispetto dei valori, dei ruoli, dare con l’esempio il senso di un Paese che non si arrende e recupera l’antico orgoglio. Battere l’Italia per dare lustro a mostre e iniziative che festeggiano i 150 anni dall’unità e restituiscono quel senso d’appartenenza colpevolmente dilapidato. E’ un’opera non facile per quest’uomo che fu delfino di Giorgio Amendola, che incontrava a cena Zaccagnini e Lama, che fu amico di Pertini e De Martino e che dal palco, assieme a Pasquino, confessa che «alcuni mi consideravano addirittura una quinta colonna di Altiero Spinelli dentro il Pci».
Però non si arrende, e dialoga con chi c’è e con quel che c’è. E poiché c’è poco - e negli ultimi tempi anche meno di poco - a volte lo scoramento è grande. «Mai il livello di apprezzamento per un capo dello Stato ha raggiunto vette così alte - lo incoraggia Pasquino -. In qualunque altro Paese si parlerebbe di rielezione...». Giorgio Napolitano glissa, lascia cadere. Ci sono certe telefonate e un tal Lavitola di cui forse occuparsi. Ne farebbe a meno, è chiaro. Ma che predicatore sarebbe se rinunciasse a dire quel che è necessario?