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 2011  settembre 09 Venerdì calendario

ASILI NIDO E NIENTE CURVE. ECCO LO STADIO PER FAMIGLIE —

Da dove si capisce che il quartiere di una città è a misura d’uomo? Da una panchina, dove ci si può sedere in santa pace, grandi e piccoli, a guardare la gente e la storia che passano. E quella della Juventus, che ieri sera ha inaugurato il suo stadio «senza curve», si può leggere sulle panchine. Quella di corso Re Umberto dove, secondo la leggenda, il 1 novembre 1897, un gruppo di studenti del liceo D’Azeglio decise di fondare una società sportiva. Quella dello stadio di corso Marsiglia, che ospitò la Juve fino al 1933, dove sedeva il tecnico ungherese Jeno Karoly; poi quella del vecchio Comunale, nato «Benito Mussolini» e ribattezzato «Vittorio Pozzo», come il c.t. dei trionfi Mondiali 1934-38, dimora bianconera fino al 1990, testimone di una lunga serie di successi, rifugio di storici condottieri, da Carlo Carcano a Giovanni Trapattoni. Quindi quella del Delle Alpi, infine quella dell’Olimpico, negli ultimi cinque anni senza gioia. Senza dimenticare la panchina di Villar Perosa, la cittadina della Val Chisone feudo degli Agnelli da cui, ogni anno a metà agosto, Gianni e Umberto benedicevano la nuova squadra in un vernissage con la formazione Primavera.
La panchina di corso Re Umberto, è qui, l’hanno «salvata» (e anche se non è proprio lei, pazienza), scende dal cielo al centro del nuovo stadio. Vi si accomodano Giampiero Boniperti, 83 anni (65 di feroce juventinismo, autore del famoso assioma: «vincere alla Juve non è importante, è l’unica cosa che conta») e Alex Del Piero, capitano a vita, che raccontano il sentimento bianconero. È la parte centrale dello spettacolare show di Marco Balich che apre, tra giraffe (ma non erano zebre? Licenza poetica) e folletti bianconeri, fuochi d’artificio, filmati d’epoca, il primo stadio proprietà di una squadra di calcio in Italia.
Le panchine non esistono più, in senso classico. Entrano nelle tribune, salgono in verticale e non si sviluppano in orizzontale. È una delle novità della struttura studiata, come racconta Paolo Pininfarina, che ha curato gli interni, «per il pubblico, settore per settore, con quattro diverse tipologie di servizi». Nulla a caso, compresa la disposizione dei seggiolini (non banalmente) bianchi e neri. Quelli neri, per dire, sono stati sistemati dove il sole batte di meno.
È uno stadio senza curve, pensato per seguaci del fair play: lo spettatore più vicino al campo è a 7,5 metri. È uno stadio fiducioso del prossimo, del «nemico». A Genova, per dire, i tifosi ospiti stanno in una gabbia, qui sono trattati da esseri umani. Lo saranno? Quando si parla di «stadi per famiglie» quasi sempre è una metafora. Qui ci sono 2 asili (50 posti) e un ipermercato dove si può ordinare la spesa via internet e ritirarla alla fine della partita. È uno stadio che in Italia non si è mai visto. E difficilmente si vedrà. Perché ci vuole coraggio a fare un investimento complessivo da 200 milioni, di questi tempi. Lo ricorda il presidente Andrea Agnelli che taglia il nastro con il sindaco Piero Fassino e la miss Cristina Chiabotto. «Un progetto pionieristico in un momento molto delicato, non solo per la società, ma nel contesto macroeconomico. La decisione di costruirlo è del 2008, un momento poco felice per l’economia. Stiamo nella gente e con la gente. Siamo partiti dal principio di riqualificazione di un’area urbana e oggi riqualifichiamo il modo di fare calcio».
Scorrono i ricordi, immagini d’Italia in bianco e nero, in ogni senso, una vicenda che intreccia industria e pallone, boom economico e calcistico, Fiat e Juve, Torino e Italia, città e nazione, grande storia e crudele cronaca, con momenti di vibrante commozione per Gianni e Umberto Agnelli e i 39 morti dell’Heysel (29 maggio 1985). Tutti in piedi e qualcuno tra i membri della Famiglia, tutta presente in tribuna, ha le lacrime agli occhi. Michel Platini compare in video. John Elkann, accompagnato dalla moglie Lavinia e dai figli Oceano e Leone, in maglia bianconera, ricorda le partite con l’Avvocato («mio nonno sarebbe orgogliosissimo») a seguire i ghirigori di Platini, Baggio, Zidane.
Non c’è più il concetto di curva, le poche barriere sono più che altro teoriche, ma le rivalità esistono. Eccome. Massimo Moratti è stato invitato, ma, ringraziando, ha declinato l’invito. I due cugini ricordano, con stile, che la questione tra Juve e Inter, sugli scudetti (2004-2005, 2005-2006) non è chiusa. Elkann: «La nostra rivendicazione sta nella parità di trattamento». Agnelli: «Il campo dice sempre la verità e ci ha consacrato 29 volte campioni d’Italia».
È uno stadio per famiglie, ma dove si dovrà conquistare qualcosa, non solo fare gite fuori porta. Marcello Lippi, uno dei «monumenti» bianconeri più applauditi, tra quelli che sfilano sul campo, avverte: «Uno stadio non ti fa vincere». E già, tocca alla squadra, che gioca un’amichevole da ore piccole contro gli inglesi del Notts County. Ma questa è ancora festa, domenica è calcio vero.
Roberto Perrone