PAOLO GRISERI, la Repubblica 9/9/2011, 9 settembre 2011
CHIOSTRO CON VISTA SULLA FORESTA RENZO PIANO SFIDA LE CORBUSIER
È soprattutto importante esserci al tramonto. Quando se ne va l´ultimo gruppo di pellegrini e il sole filtra tra le foglie della foresta dei Vosgi, animando la collina di Bourlémont. In quel momento, davanti alla vetrata dell´accoglienza del convento, nasce il silenzio. E il silenzio incontra la luce. Non chiamatela magia: sarebbe irrispettoso per la profonda spiritualità laica che respira in questo luogo da quando Le Corbusier edificò la cappella di Notre Dame de Haut sulle macerie di un´antica devozione medievale.
L´incontro del silenzio e della luce è il contributo di Renzo Piano a quella spiritualità, 56 anni dopo. Nasce così il convento alla rovescia. Le clarisse si spogliano di secoli di vita reclusa, al buio, in monasteri dove la contemplazione andava a braccetto con la fuga dalla società, invisibili al mondo e anche a se stesse, nascoste da un grande burka sociale. Piano squarcia quel velo, edifica le celle sul fianco della collina e le chiude con una parete di vetro. Lascia che le monache contemplino il mondo. Con un colpo di follia stravolge la loro prospettiva, dalla grata alla vetrata.
Brigitte de Sangly, la badessa delle clarisse di Ronchamp, sorride quando le si chiede un giudizio sulla polemica che ha preceduto la costruzione del convento: «Piano ha abbattuto idealmente il muro dei nostri chiostri, perché, come diceva santa Chiara, il nostro orizzonte è il mondo». Non è stato facile. Non per le suore, anzi. È stato più semplice intendersi con le clarisse che con l´Accademia, con tutti quelli che nei decenni hanno trasformato Le Corbusier in un mostro sacro. In fondo le suore si sono mostrate più laiche degli architetti. La Fondazione Le Corbusier ha sollevato dubbi, sono nate raccolte di firme di chi pensa che il convento turberà l´equilibrio del luogo, c´è chi ha tirato fuori dai cassetti un´antica lettera dell´architetto svizzero contro qualsiasi progetto di costruzione vicino alla sua chiesa: "Lasciate Ronchamp così com´è".
Le Corbusier scriveva all´inizio degli anni Sessanta contro altri progetti di ampliamento ma quella frase è diventata il cavallo di battaglia anche per gli oppositori del convento. E poco importa se a proporre a Piano la realizzazione del progetto è stato proprio il figlio di quel ministro della ricostruzione che nel 1950 chiese a Le Corbusier di edificare la cappella. Ormai gli oppositori sembrano aver perso la partita. Ieri mattina, festa della natività di Maria, con il pellegrinaggio guidato dal vescovo di Besancon, la fraternità delle clarisse, 12 suore trasferite qui per occuparsi della chiesa in cima alla collina, ha preso definitivamente possesso delle celle. Non tutto il lavoro è finito. «Ma l´esperienza mi ha insegnato che a un certo punto bisogna segnare un´inizio, una data che faccia da spartiacque», dice Piano mentre passeggia al confine tra il convento e il cantiere.
Per l´architetto genovese quella di Ronchamp è stata una sfida rischiosa: «Delle polemiche ho capito solo una parte ma ho imparato anche da quelle. In Francia c´è chi dice che non mi hanno ancora perdonato il Beaubourg». La prima regola per reggere il confronto con il mostro sacro dell´architettura francese è stata quella di rendersi invisibili. Un esercizio di umiltà? «No, il rispetto dello spirito del luogo», risponde Piano. A lavoro finito di tutto il complesso si vedrà solo la campana. Il resto è costruito nel fianco della collina: vetro, cemento e legno d´ulivi centenari. «Per illustrare il progetto al ministero francese - racconta Piano - sono arrivato in riunione con un coltellino e ho praticato tre tagli su un foglio di carta. Poi ho sollevato i lembi e ho detto: "Signori il convento sarà realizzato sotto questi tagli"». Le suore vivranno in celle quadrate di meno di tre metri di lato: «È la dimostrazione che si può stare bene anche in uno spazio modesto», dice l´architetto. In poco più di sette metri quadrati c´è anche un piccolo giardino d´inverno. E non ci si sente allo stretto. Soprattutto perché le antiche grate sono state sostituite dai profilati che reggono la vetrata affacciata sulla foresta: «Con il passare del tempo - è la promessa - le acacie torneranno a riprendersi il loro spazio avvicinandosi sempre più al vetro».
Da quelle celle il silenzio è a portata di mano: «Anche per un laico come me il silenzio è molto importante», dice l´architetto. E racconta dei suoi dialoghi con l´amico Claudio Abbado: «Per la musica il silenzio è essenziale. Recentemente Claudio ha concluso una sinfonia di Mahler prolungando una pausa proprio per far capire quanto sia importante ascoltare un´assenza di suono». E per un architetto? «In un certo senso progettare un convento come questo è un modo per fare silenzio, per prendere le distanze dal mondo dei grattacieli, dei campus, delle tante costruzioni vissute da migliaia di persone che mi è capitato di realizzare nella vita». Per suor Brigitte e le sue compagne il silenzio e la luce di Ronchamp saranno la loro nuova casa. Dopo sei secoli hanno lasciato l´antico convento di Besancon per salire sulla collina. Sono tornate a vivere nella luce per seguire santa Chiara.