Giorgio Dell’Arti, La Stampa 9/9/2011, 9 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 181 - PIEMONTE IN GUERRA
Stavamo esaminando il punto di vista austriaco...
Sì, Francesco Giuseppe si figurava di poter rovesciare Napoleone III, riportando sul trono di Parigi i Borboni (circolava ancora il figlio della duchessa di Berry, conte di Chambord). Riprendersi l’Alsazia-Lorena per girarla alla Prussia, sua ipotetica alleata in armi. Gli austriaci, ossessionati dalla questione italiana, non vedevano il pericolo germanico alle loro spalle. Bismarck, proprio in quei giorni, annotava che una vittoria di Vienna nella guerra col Piemonte sarebbe stata forse più esiziale, per la Prussia, di una vittoria piemontese. Vi fu infine un equivoco, di cui poi i militari austriaci accusarono i vertici politici: Buol dubitava dell’aiuto francese a Cavour ed era invece sicuro che i prussiani si sarebbero alleati con lui. Equivoci fatali. Massimo scrisse a Cavour: « La sommation dell’Austria proprio al momento che la nostra condotta ci faceva diventare i Beniamini dell’Inghilterra, è stata uno di quei terni al lotto che accadono una volta in un secolo ».
Come funzionava l’ultimatum?
Era una lettera in busta chiusa, contenente le richieste ultimative e che sarebbe stata consegnata da due messaggeri venuti apposta a Torino. Il 23 aprile, a mezzogiorno, si riunì la Camera. Aula zeppa, sugli spalti folla che traboccava. Cavour prese la parola. Non si sentiva volare una mosca. Chiese i pieni poteri per il re. Alcuni deputati piangevano. Alla fine, mentre veniva via, pronunciò la frase: « Esco dalla tornata dell’ultima camera piemontese. La prossima sarà quella del Regno d’Italia ».
Bisogna raccontare l’arrivo dei messaggeri.
Arrivarono alle 3,25 alla stazione di Novara. Erano il barone Kellersperg e il conte Ceschi a Santa Croce. Mentre Kellersperg era basso e nero, Ceschi era alto e biondo. Per mezzo di Brassier, il prussiano, fecero sapere a Cavour di essere in città. Cavour gli diede appuntamento alle cinque e mezza del pomeriggio. Attraversarono Torino sotto lo sguardo di tutta la città. Li spiavano stando nascosti dietro le tende delle finestre, oppure al riparo dei cantoni. Giunsero nello studio di Cavour. Il conte li attendeva in piedi. Con un breve scatto, gli porsero il messaggio imperiale. Lesse. Volevano il disarmo e lo scioglimento dei volontari. «Il latore della presente, cui vi compiacerete, signor Conte, di far avere la vostra risposta, ha l’ordine di tenersi a questo scopo a vostra disposizione per tre giorni. Se, spirato questo termine, non ricevesse risposta o questa non fosse completamente soddisfacente, la responsabilità delle gravi conseguenze che questo rifiuto trarrebbe con sé ricadrebbe tutta sul governo di Sua Maestà Sarda. Dopo aver impiegato tutti i mezzi concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della pace, su cui l’imperatore ha diritto di insistere, Sua Maestà dovrà, con suo grande rincrescimento, ricorrere alla forza delle armi». Terminata la lettura, cavò di tasca l’orologio. Poi li fissò. «Sono le cinque e mezza. L’appuntamento è fra tre giorni, alla stessa ora».
Che cosa fecero in quei tre giorni?
Intanto, appena i messi se ne furono andati, fu tutto un abbracciarsi e un commuoversi fino alle lacrime.
Ma, per esempio, non gli veniva in mente che la guerra avrebbero potuto perderla?
Ma se c’erano i francesi! E i volontari con Garibaldi. Erano poi caricati a mille. Non facevano che raccontarsi storie: Balbo, buonanima, che l’aveva previsto già nel ‘49: Metternich che parlando con Poniatowski aveva detto: non c’è più diplomazia, tranne che per uno, è rimasto un solo diplomatico in tutta l’Europa e ce l’abbiamo contro. Era tornato anche Hudson, adesso tutto allegro. Disse che a Londra s’era fatto in quattro per difendere il Piemonte. Alla partenza era andato da Malmesbury per sapere cosa dovesse fare. « Stick to Cavour! ». Disse che lord Cavolo a Parigi non s’era accorto che la Francia stava riarmando. «Perché, tu lo sapevi?». «È da due mesi che vi mandano cannoni rigati per Alessandria in casse da imballaggio normali...».
Beh, come fu questo terzo giorno, alla fine?
Cavour s’era fatto portare il letto al ministero degli Esteri. Tutto era diventato facile. L’Austria aveva deciso di mandare l’ultimatum quando il Piemonte aveva accettato il disarmo: adesso aveva tutta l’Europa contro. Specie gli inglesi. Erano furibondi, pareva che per vendicarsi stessero intrigando al Sud. Finalmente il 26, alle cinque e mezza del pomeriggio, tornarono i due austriaci. Entrò nell’ufficio di Cavour solo Kellersperg. Ceschi, con la sua giubba nera, la cravatta bianca, le decorazioni, restò fuori ad aspettare. Cavour s’alzò in piedi, strinse la mano all’austriaco e comunicò il rifiuto sardo ad accettare l’ultimatum. «Spero, barone, di incontrarla nuovamente in circostanze più felici». Quello fece un piccolo inchino e andò via. Mentre i due austriaci salivano in carrozza, una piccola folla - ragazzini, sfaccendati - li circondò. Li osservavano senza timore. Uscì dalla stanza anche Cavour e la leggenda vuole che, vedendo in anticamera tanta gente che lo fissava con le lacrime agli occhi, si sia dato la solita fregatina di mani e abbia detto: «Beh, fatta la Storia, sarà ora di andare a pranzo».