Antonella Barina, il venerdì di Repubblica 9/9/2011, 9 settembre 2011
SEVERINI: L’ARTISTA CHE ALLE 8 ASPETTAVA L’ESTRO
"Alle 8 di mattina era già davanti al cavalletto: "Non bisogna attendere l’ispirazione", diceva. "Quando arriva, deve trovarmi con i pennelli in mano"". La figlia di Gino Severini ricorda la ferrea disciplina di suo padre, tanto libero e fantasioso nell’Arte quanto inflessibile nella vita. "Era un uomo rigoroso, austero, che respingeva qualsiasi stravaganza. Gertrude Stein lo ha descritto come il tipico futurista con un calzino verde e uno blu: in realtà fu la bizzarria d’un giorno, dovuta al fatto d’essersi vestito al buio. E non ammetteva che si potesse tirar via: si irritava a sapere che quel genio di Picasso, suo amico in gioventù, sfornava anche tre-quattro lavori al giorno. Così come entrò in polemica con i domenicani di Vence che avevano commissionato la cappella del Rosario a Matisse: amava l’anziano artista, ma per lui era inaccettabile che si tratteggiasse la Madonna con due colpi di pennello".
Alle spalle di Romana Severini, nella sua casa sul Lungotevere, ci sono disegni, dipinti, mosaici del pittore che attraversò da protagonista autentico, originale le avanguardie della prima metà del Novecento. L’artista a cui Parigi ha appena dedicato una retrospettiva, che dal 17 settembre approda in Italia, al Mart di Rovereto, arricchita di 15 opere: Gino Severini 1883-1966, a cura di Gabriella Belli e Daniela Fonti. Nato a Cortona, vissuto per lo più a Parigi, in fondo la sua anima era italiana e francese insieme.
Ha 16 anni Gino, quando lascia la scuola e, possedendo una scatola di acquerelli, si mette in testa di fare il pittore, anziché ambire al posto fisso, come vorrebbero la madre sarta e il padre usciere. Si trasferisce a Roma senza una lira, frequenta una scuola serale di disegno, si entusiasma alla lotta di classe, si dichiara ateo: una disperazione per quei poveri genitori. Ma conosce anche il giovane Umberto Boccioni e, attraverso di lui, Giacomo Balla, che diventa il suo maestro, lo inizia alle modernità del divisionismo... La ribellione evolve in un’ansia di nuove aperture, che nel 1906 spinge Severini, pur spiantato, senza sapere una parola di francese, a trasferirsi a Parigi. Dove diventa amico di Modigliani, frequenta Picasso, è compagno di strada di Braque, Dufy, Gris... E nel 1910 firma il Manifesto della pittura futurista. Velocità, movimento: agile ballerino, lui trova nel turbinio colorato dei cabaret, nel vortice del cancan la sua ispirazione.
"Finché non conosce il poeta simbolista Paul Fort: quel torrente in piena che molti anni dopo diventerà mio nonno", ride Romana Severini. "Perché l’incontro tra mio padre e la figlia di Fort, Jeanne, fu un colpo di fulmine: lei aveva 16 anni, lui 30. La chiese in sposa a una condizione: matrimonio (laico) in tight. L’abito fu preso in affitto con i magri guadagni della rivista di Fort, Vers et Prose, a cui collaboravano Jarry, Gide, D’Annunzio... E Marinetti, che pure era contrario ai matrimoni che distraevano dalla nobiltà dell’Arte, prestò agli sposi la sua auto bianca, quando scoprì che il testimone era Apollinaire e invitate le più innovatrici menti di Francia".
Quindi la vita riprende indigente ("in una stanza dove pile invendute di Vers et Prose vengono usate come sgabelli"). Seria, impegnata ("papà non rimette piede nei cabaret"). E la pittura di Severini si fa più astratta, si accosta alle ricerche cubiste. Per poi avere un’altra svolta dopo la grande guerra, quando si avvicina al Picasso neoclassico: anticipa quel "ritorno all’ordine" che caratterizzerà l’arte europea degli Anni 20. "Benché a sostenerlo sia ormai il mercante Léonce Rosenberg, continuano le difficoltà finanziarie", aggiunge Romana. "Rosenberg paga poco e vieta ai suoi artisti di collaborare con il teatro, che considera arte minore. Papà vorrebbe lavorare con i Balletti Russi, ma lui minaccia di mettere i suoi quadri all’asta, il che all’epoca significa gettarlo allo sbaraglio".
Intanto nasce Gina, la prima figlia, e due maschi che muoiono poco dopo la nascita. Il quarto figlio, Jacques, non parla e non cammina: vive solo sei anni. I tanti ritratti di bambini servono a esorcizzare il dolore. "Ed è di questi anni il graduale ritorno alla chiesa cattolica, alla fede della sua infanzia. In ritardo, fa battezzare Gina e risposa la mamma sull’altare". E tra il ’24 e il ’28 si trasferisce in Svizzera a decorare due chiese. Per poi tornare in Italia nel ’35, dopo la morte di Jacques: "Credo che a riportarlo a casa sia stato il dolore. A farlo rimanere, i primi riconoscimenti al suo lavoro, come il gran premio della Quadriennale di Roma. A bloccarlo in Italia fino al ’46, la guerra". Severini dipinge maschere, personaggi della Commedia dell’arte, strumenti musicali, nature morte... Ma appena finisce la guerra torna alla sua (più stimolante) Parigi.
Lui ha già 50 anni quando nasce Romana. "Fu sempre un padre caloroso, aperto al dialogo, ma severo. Un giorno, in prima media, mi annunciò che avrei iniziato danza classica. Una scelta da non discutere, benché fossi più portata per gli studi classici: ballai fino al palcoscenico del Maggio Fiorentino e del Massimo di Palermo. Sapendo che non ammetteva la mediocrità".
Severini: genialità e rigore. Quasi a riscattare la scelta di aver rinunciato, in nome dell’Arte, al posto fisso: tutta la vita sua madre continuò a parlare di lui come del "po’ro Gino". "Mi ricordo durante la guerra, a Roma, tutti rifugiati nel suo studio: i miei genitori, la nonna, mia sorella e suo figlio. Sette piani di scale e lo spazio diviso da separé. Papà che continuava indefesso a dipingere. Non l’ho mai visto saltare un giorno nella sua vita". Tutte le mattine puntuale, davanti al cavalletto alle 8, per non farsi sorprendere impreparato dall’ispirazione.