Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il Monte dei Paschi di Siena ha bisogno di almeno cinque miliardi, da mettere in cassa mediante un aumento di capitale, vale a dire l’ingresso in società di uno o più soci. La ricerca di questi soci è terminata ieri con esito negativo: a sottoscrivere le nuove quote non si è presentato nessuno. Riunito il consiglio d’amministrazione, i vertici della banca hanno dunque chiesto formalmente allo Stato di intervenire. Il governo si è riunito già ieri sera per emanare un decreto col quale si darà l’avvio a una complessa procedura - definita «ricapitalizzazione precauzionale» - alla fine della quale entreranno effetivamente nelle casse del Monte cinque o magari più miliardi. A quel punto lo Stato sarà l’azionista di maggioranza assoluta dell’istituto e avrà il tempo necessario per rivendere successivamente le quote in suo possesso. Lo Stato è già dentro il capitale Mps con un 4%, residuo di quei prestiti concessi prima dal ministro Tremonti e poi dal governo Monti, detti infatti Tremonti-bonds e Monti-bonds, che la banca ha in parte restituito pagando un tasso del 9%.
• Comincerei con una fotografia della situazione.
Ieri in Borsa il titolo ha chiuso a 15,08 euro, con una perdita ulteriore del 7,48%. Un anno fa quotava 129 euro e mezzo. In cassa ci sono 10,6 miliardi di euro, con i quali la banca può tirare avanti per quattro mesi. I bond in scadenza nel 2017 - prestiti cioè che Mps è chiamato a rimborsare - ammontano a 12 miliardi. Il primo di questi bond vale 800 milioni e arriva a scadenza il 30 gennaio. I crediti in sofferenza, detti anche Npl (no performing loans
), cioè soldi che sono stati prestati e che ci si potrà far restituire con estrema difficoltà, ammontano a 27,6 miliardi di euro. Si tratta di un valore nominale. Il Monte spera di poterli vendere ricavandone undici miliardi e mezzo, cioè il 40% del loro valore nominale. Il mercato però compra questi pezzi di carta a una percentuale che sta tra il 17 e il 20 per cento del valore nominale, qualcosa, nel nostro caso, che si colloca tra i quattro miliardi e 700 milioni e i cinque miliardi e mezzo. Questo degli Npl è il capitolo più intricato di una vicenda già molto complicata.
• Veniamo ai capitalisti italiani e stranieri che non si sono presentati con i soldi in mano.
Ha una responsabilità l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Durante l’estate aveva stretto uno accordo con Qia, fondo sovrano del Qatar, perché investisse un miliardo nella banca. Il ruolo di Qia sarebbe stato quello dell’anchor investor
, l’investitore-perno, intorno al quale si sarebbero radunati altri fondi. Erano infatti pronti, ciascuno con un pacchetto di euro o di dollari in mano, Santander, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs e Merrill Lynch, Banco Bilbao, Commerzbank, Jefferies e Société Générale. Come mai questi speculatori erano pronti a caricarsi di un rischio non minimo? Perché Renzi aveva promesso delle contropartite - per ora imprecisate - e grazie a queste contropartite quelli avevano visto, comunque, una loro convenienza. La vittoria del No e l’uscita di scena del premier fiorentino ha fatto crollare tutto. I maligni dicono che Renzi non abbia fatto l’operazione già quest’estate per creare un elemento di pressione ulteriore sul voto. Naturalmente questa di Renzi è una responsabilità ultima. Non si devono dimenticare le malefatte precedenti, che hanno datto l’avvio allo smottamento. Prima di tutte l’acquisto di Antonveneta per una somma spropositata, che il Monte raccolse ingannando quarantamila persone a cui vendette azioni subordinate per due miliardi.
• Questa infatti è la questione successiva: che succederà a quelli che sul Monte hanno investito del denaro, a partire dai poveretti che hanno finanziato l’acquisto di Antonveneta?
Potrebbe andargli bene, o con perdite minime. Qui non si tratta di bail in
, come quello delle quattro banchette saltate in aria a suo tempo. Si tratta di una ricapitalizzazione, secondo procedure previste anche dall’Europa (quando si tratti di rischio sistemico). Gli obbligazionisti secondari, purché non all’altezza culturale dell’investimento loro rifilato, potrebbero essere rimborsati in tutto o in gran parte. O essere obbligati a trasformare i loro titoli in azioni e costretti quindi a sperare in una risalita del valore della banca (che oggi vale intorno al mezzo miliardo). In ogni caso, dovrebbero perdere poco o niente.
• È in pericolo il sistema bancario italiano nel suo complesso?
Il governo, l’altro giorno, s’è fatto autorizzare dal Parlamento un aumento del debito pubblico fino a 20 miliardi. Questi 20 miliardi saranno destinati alla salvezza delle banche. Prima il Monte dei Paschi, poi le altre eventuali. Il ministro Padoan ha presentato una relazione alle commissioni parlamentari che hanno esaminato questa richiesta di ulteriore indebitamento. Nella relazione c’è scritto che il sistema nel suo complesso mostra «una tenuta generale» e che «non è assolutamente sull’orlo del baratro» come sostenuto dall’opposizione.
• Che altro avrebbe potuto dire? Già il fatto che l’espressione «orlo del baratro» sia finita in una relazione del ministro dell’Economia...
Non sottovaluti i 20 miliardi di indebitamento ulteriore. L’Europa ci guarda in cagnesco. il nostro debito è enorme e deve scendere. Invece sale.
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