la Repubblica, 23 dicembre 2016
Spaghetti Western. Quando Leone reinventò la frontiera
Cinquant’anni fa esatti, il western italiano trova simbolicamente il proprio coronamento e il punto di massimo trionfo, diventando internazionale. Il 23 dicembre 1966 esce nelle sale italiane il primo film di Sergio Leone co-prodotto con gli Stati Uniti, Il buono, il brutto, il cattivo. Il film è girato in Spagna come i precedenti, Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, ma la United Artists ha anticipato mezzo milione di dollari in cambio di metà delle vendite estere. E se attori e tecnici italiani adesso si firmano con il proprio vero nome e non come Bob Robertson o John Wells, in compenso nel cast ci sono ancora più attori americani veri. Tornano Lee Van Cleef e Clint Eastwood (quest’ultimo sempre più in rotta con Leone), e al posto di Gian Maria Volonté, un distillato di Actors studio come Eli Wallach. Il fatto è che Volonté, secondo Leone, non era adatto ai toni farseschi del film. Questo film internazionale è infatti, in realtà, quello che più mostra uno spirito comico e grottesco tutto italiano. Anzi, l’idea iniziale era di fare un remake western della Grande guerra di Monicelli, e a scriverlo furono chiamati a un certo punto Age e Scarpelli (ma pare che l’incontro con Leone non abbia funzionato). Il risultato, mentre è cresciuto di ambizioni, di durata e di costi, contemporaneamente si prende meno sul serio degli altri, fino a essere la parodia di se stesso. E nel far ciò inaugura un filone fiorentissimo di western comico, subito cavalcato l’anno dopo da Dio perdona io no, in cui viene lanciata la coppia Spencer/ Hill.
Rispetto ai precedenti western di Leone si accentua qui se possibile il cinismo, tanto che il titolo è alla fine ingannevole: il cattivo Sentenza è senza dubbio cattivissimo, il brutto Tuco certo è brutto, ma il Biondo Eastwood è buono solo per modo di dire. Nello stesso tempo risulta accentuata anche, del genere, la forma “operistica”. Leone era stato tra l’altro assistente nei film-opera di Carmine Gallone, e diceva di detestare quei film in cui gli attori si mettevano a cantare sullo schermo. Nei suoi western, in fondo, farà pur sempre delle opere liriche, ma in cui a cantare non sono più gli attori, bensì la macchina da presa. Nel Buono, il brutto, il cattivo, per la prima volta farà scrivere a Morricone le musiche prima delle riprese, utilizzandole sul set, appunto come una partitura da melodramma.
Il film non sarà il maggior incasso di Leone, ma consacrerà la sua fama internazionale, e il titolo diventerà proverbiale. Si narra che Bob Kennedy lo volesse utilizzare in occasione delle primarie democratiche e delle presidenziali del ’68: il bello era ovviamente lui, e Lyndon B. Johnson e Richard Nixon, rispettivamente, il brutto e il cattivo. Non si contano poi i giochi ulteriori, a cominciare dagli immancabili Franco e Ciccio di Il bello, il brutto, il cretino (1967). Ancora dieci anni dopo troviamo Il bianco, il giallo, il nero (1975), e più di recente il coreano The Good, the Bad, the Weird (2008). Un paio d’anni fa è uscito addirittura un romanzo intitolato Il buono, il brutto e il figlio del cattivo di Nelson Martinico (Bompiani): seguito immaginario del film di Leone in cui Tuco esce di galera, il Biondo ha fatto fortuna con il circo di Buffalo Bill, e il figlio di Sentenza vuole vendicare il padre.
Nel western successivo, C’era una volta il West, girato davvero (anche) in America, Leone si farà più serio, ieratico e sognante; ma Il buono, il brutto, il cattivo mostra in maniera più chiara il versante di gioco gaglioffo, la genesi dello spaghetti western come gioco sul mito, come genere italianissimo e perfino romanissimo che per qualche cortocircuito è riuscito a riportare il mito del West, sfregiato e innalzato, in tutto il mondo.