La Stampa, 23 dicembre 2016
La rivincita del Vermut. «L’Ue deve tutelarlo»
Se siete giramondo o soltanto curiosi avrete già notato che, ovunque, da Taipei a New York, da Parigi a Vientiane, sui banconi dei bar di qualsiasi hotel degno del nome trovate sempre una dotazione di base composta da Whisky, Vodka, Gin, Rum, Bitter e... Vermut. Una realtà che fa del vino liquoroso aromatizzato forse la bevanda di origine torinese più diffusa al mondo. E che dire del Vodka Martini «agitato, non mescolato» di James Bond?
Ecco, per restituire a Torino ciò che è di Torino, la Regione e i principali produttori, industriali e artigianali, di Vermut stanno ultimando il disciplinare da sottoporre all’esame dell’Ue per ottenere l’Indicazione geografica del «Vermut di Torino». Nome che potrà anche avvalersi dell’indicazione del vino, rigorosamente doc, utilizzato per ottenere il liquore aromatizzato da erbe e principalmente dall’artemisia. La pianta è all’origine del nome vermut inventato da Antonio Benedetto Carpano nel 1786 che riadattò il termine Wermut, con il quale in Germania chiamavano l’artemisia maggiore. La denominazione Vermut di Torino e Vermut di Chambery è già riconosciuta dall’Ue in omaggio ai Savoia sotto il cui regno si sviluppò la bevanda inventata a Torino per cogliere il gusto e la moda del XVIII secolo. «Dentro la denominazione riconosciuta dall’Ue, però, c’è nulla: chiunque, come già accade, può utilizzare, in qualsiasi parte del mondo, il termine Vermut per qualsivoglia intruglio decida di commerciare», spiega l’assessore all’Agricoltura, Giorgio Ferrero. «Venti giorni fa ero in Quebec e un produttore vantava il suo vermut realizzato non con il vino, ma con il sidro. E, ancora, negli Stati Uniti c’è chi vende vermut orgoglioso di non utilizzare l’artemisia», sorride Giulio Bava della storica casa astigiana «Cocchi». «Il disciplinare che stiamo preparando in collaborazione con la Regione – continua – è per garantire il consumatore». Chi acquisterà un «Vermut di Torino» saprà di bere un prodotto realizzato con vini piemontesi e obbligatoriamente con artemisia coltivata nella regione. C’è un po’ di battaglia in Regione sul «titolo alcolometrico volumico» che dovrà avere il «Vermut di Torino». Cocchi ricorda che il Regio decreto del ’33 indica in non meno di 15,5° e in non più di 22° il tasso alcolico del vero Vermut. Un livello minimo che con il tempo e con l’evolversi della tassazione sui prodotti alcolici hanno spinto diversi produttori a scendere a 14,5°. Di Vermut si producono ogni anno milioni di bottiglie, un centinaio solo nello stabilimento di Pessione della Martini&Rossi, il «faro» del settore. «Per noi – spiega il direttore dello stabilimento, Castagnotti – l’Indicazione geografica cambierà poco, ma è una questione d’orgoglio e difesa delle tradizioni».