la Repubblica, 23 dicembre 2016
Così nelle celle italiane è nato un terrorista
Chi è davvero Anis Amri? E soprattutto, quando, come, si è spezzato, trasformandosi nella bomba di odio di Breitscheidplatz? Se si dovesse prendere per buona la data di nascita annotata nell’ufficio matricola del carcere di Catania “Piazza Lanza”, il primo dei sei conosciuti nei suoi quattro anni nel nostro Paese, ieri, 22 dicembre, avrebbe compiuto 24 anni. Ma la sua età, come il suo nome del resto, declinato in sei “alias” diversi, sono sempre state maschere. La prima che indossa è necessaria a lasciarsi alle spalle l’inferno di Lampedusa.
È il 4 aprile del 2011 e Anis si confonde nel flusso di migranti che attraversano il Mediterraneo sulla spinta delle Primavere arabe. Arriva da Ouestlatia, nel sud del deserto tunisino. Non ha documenti e dichiara di essere nato nel ’94, dunque minorenne. Il che – come sa – consente di guadagnare la terra ferma sul continente e, soprattutto, non essere rispediti da dove si è fuggiti. Cosa che puntualmente accade, perché l’8 aprile, Anis è sulla branda di una “Comunità alloggio per minori” in quel di Belpasso, Catania. Il ragazzo non è un tipo facile. In Tunisia, ma questo è solo lui a saperlo, è entrato e uscito di galera per stupefacenti. Ed è dalla galera che scappa, non da un regime. Se immaginava l’Italia come un Eldorado, deve ricredersi. E la scoperta lo rende aggressivo. Con altri ragazzi, dà fuoco al Centro di accoglienza in cui è da otto mesi ospite e si mette in tasca un cellulare. Quello che gli trovano i carabinieri della stazione di Belpasso quando lo ammanettano il 23 ottobre del 2011. Il giorno stesso, è alla matricola del carcere di Catania. Nell’immagine a colori del fotosegnalamento, scattata di fronte al metro a parete che registra un’altezza di 180 centimetri, è fasciato con una tuta blu dalle losanghe bianche. L’ovale del viso è pieno e rotondo, i capelli sono rasati a zero, la barba, rada, è in crescita. È accusato di danneggiamento, lesioni, appropriazione indebita. Viene condannato a 4 anni.
Il primo giugno del 2012, Anis è su un cellulare che lo trasferisce nel carcere di Enna, dove resta diciotto mesi, fino all’11 dicembre 2013, quando lo portano a Sciacca. È nel circuito dei detenuti comuni. Perché non ha le stimmate del “radicalizzato”. Non ancora. Mentre si porta dietro e lo precede la fama del rompicoglioni. «Soggetto taciturno e violento», annotano le prime relazioni di servizio degli agenti che hanno a che a fare con lui e con i compagni di cella che non lo tollerano. Anche quando con lui condividono la provenienza maghrebina. Dunque Anis gira. Cambia celle e carceri nel giro di pochi mesi. Anche a Sciacca non resiste più di un mese e mezzo. Il 31 gennaio del 2014, è ad Agrigento. Il suo primo spartiacque, a quanto pare.
Anis, che non è lontano dalla libertà (ha già scontato tre anni), comincia a farsi crescere barba e capelli. Prega, prova a fare proseliti. Annota a penna rossa – così documentano le relazioni custodite nei fascicoli del Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria – versetti del Corano. A un compagno di cella che vessa di continuo, è un cristiano, dice: «Ti taglio la testa». In un crescendo che inanella con scientifica esattezza tutti le tradizionali tappe di un percorso di radicalizzazione. Un caso di scuola, insomma. Che, come tale, viene segnalato dalla direzione del carcere al Nucleo centrale investigativo della Polizia Penitenziaria. Con una conseguenza. Anis diventa un “bersaglio” da monitorare. A cominciare dai contatti dentro e fuori il carcere. Non fosse altro perché, come tutti i “comuni”, ha diritto a una telefo- nata settimanale che tuttavia spende non con la famiglia, non con una fidanzata. Ma con un’utenza cellulare tunisina cui risponde evidentemente qualcuno sulla cui identità, ora, cercherà di fare luce la Procura di Palermo.
È certo che, il 9 settembre 2014, quando Anis lascia Agrigento per essere trasferito nel carcere di Palermo “Pagliarelli”, la sua parabola è definitivamente compiuta. Che il punto di non ritorno è stato superato. Come il suo grado di aggressività. Che cresce e ha manifestazioni sempre più evidenti. Quelle che convincono l’amministrazione penitenziaria a precipitarlo nel più protetto dei gironi carcerari. Gli ultimi 90 giorni di Anis sono infatti in una cella di isolamento della nona sezione dell’Ucciardone. Il braccio destinato ai “sex offenders”. Non è dato sapere cosa passi nella testa dell’ormai fondamentalista Anis nel sapersi accanto a pedofili e violentatori. Ma non è complicato indovinare quale bomba a orologeria abbia cominciato a ticchettare nell’uomo alle cui spalle si richiude il cancello di ferro dell’Ucciardone alle 17.20 del 18 maggio 2015. In quattro anni da detenuto, ha messo insieme 12 violazioni disciplinari e 74 giorni di isolamento. E ora è libero, si fa per dire. Perché, con la manette ai polsi, viene depositato in quella che dovrebbe essere l’ultima tappa del suo “viaggio di formazione” italiano. Il Cie di Caltanissetta. In attesa dell’espulsione verso la Tunisia. Che non arriverà nei sessanta giorni previsti dalla legge. E che, dunque, stavolta lo restituirà sì a quella condizione in cui non è mai stato dal giorno in cui ha messo piede su quest’altra sponda del Mediterraneo.
È il luglio di un anno fa. Anis lascia l’Italia e raggiunge la Germania, Berlino. Dove chiede asilo politico. Scommettendo sulla sua arte di dissimulazione. Sui suoi tanti nomi. Sulla farraginosità di burocrazie che non comunicano in tempo reale e che, dunque, impiegheranno del tempo per scoprire la sua storia “italiana”. Del resto, il nome di Anis era già stato segnalato dal Dap alla nostra polizia di prevenzione, il file era immediatamente finito nel circuito Schengen subito dopo l’allontanamento dal Cie di Caltanissetta. Ma, apparentemente, queste informazioni non sarebbero state lavorate dai tedeschi, se non molto tempo dopo, quando da Berlino vengono chieste notizie a Roma. Mentre Anis si dà da fare. Abbastanza per entrare definitivamente nel cono di attenzione dell’intelligence tedesca, che lo marchia a fuoco come elemento di estrema pericolosità. Entra in contatto con il predicatore d’odio Ahmad Abdulaziz Abdullah, “l’imam senza volto” di Hildesheim. Traffica in Rete per autoistruirsi sulla fabbricazione di ordigni, cerca – a quanto riferiscono fonti di intelligence Usa al New York Times – contatti con esponenti dello Stato Islamico – tanto da finire sulla “no fly list” dell’Homeland Department. Lui, intanto pendola tra la regione del Nordreno-Westfalia e Berlino, quartiere di Kreuzberg. Nell’aprile di quest’anno gli viene negato l’asilo. In dicembre è fissata la sua espulsione verso la Tunisia. Troppo tardi. La bomba ha esaurito il suo timer.