la Repubblica, 23 dicembre 2016
Germania: Attentati, migranti e xenofobia. L’annus horribilis dei tedeschi
Colonia è un presagio. Nella città del carnevale e dell’antica immigrazione turca e musulmana, un migliaio di migranti si dà appuntamento nella notte di Capodanno alla stazione e scatena un inferno di molestie, stupri e rapine. I fatti vengono a galla giorni dopo, ed è già quello scarto a dar già conto di una ferita duplice che non si rimarginerà più. Al termine di quest’anno difficile, l’anno degli attentati islamici e della “resistibile ascesa” dell’Afd, avrebbe detto Brecht, che si conclude con la strage del mercatino di Natale a Berlino, la ricandidatura di Angela Merkel è certamente un sollievo. Ma la Germania è cambiata a tal punto che la sua riconferma ha anche il sapore di un disperato aggrapparsi all’esistente.
I quei primi, gelidi giorni di gennaio, le vittime di Colonia faticano a sporgere denuncia, le autorità prendono tempo. La Germania delle femministe, delle donne abituate a infastidirsi per uno sguardo troppo insistente, è sconvolta per quella sfrontata aggressività e violenza. Nella narrazione xenofoba della destra, Colonia diventa la prima conseguenza dell’”anno dei profughi”. Il dibattito si concentra sull’Islam, quando si capisce che l’Islam non c’entra nulla, vira sulle società patriarcali. Ma in quel frangente, la Germania della solidità, del «popolo legnoso e pedante, dai movimenti ad angolo retto e dalla boria congelata in viso», per dirla con Heinrich Heine, si scopre vulnerabile. La politica, dinanzi a quell’episodio incredibile e mai del tutto chiarito, balbetta. Per Merkel, fresca di copertina dell’anno del Time come “cancelliera dei profughi”, Colonia è il preludio dell’anno più difficile. Anche se il blocco austro-balcanico e l’accordo con la Turchia garantiscono un affievolirsi dei flussi migratori, l’Afd è ormai un partito monotematico e continua a cavalcare l’onda, anche sulla scia di Colonia e di un’estate di sangue, quella dei primi attentati in Germania di matrice islamica. In cinque elezioni disastrose per Merkel, la destra populista conquista un elettore su quattro o cinque a Est e supera ampiamente il 10% a Ovest. In Meclemburgo, l’Afd arriva secondo, supera il partito della cancelliera.
Il sorpasso appesantisce la crisi dei conservatori, che va avanti a bassa intensità dall’autunno dei profughi. Al congresso del 5 dicembre, per la prima volta nella sua storia di leader della Cdu, non è Merkel a imprimere una linea al partito, ma è il partito a lanciare un’opa su di lei, a imporle una svolta a destra anzitutto sui profughi. In cambio, si ricompatta attorno alla leader in vista di una lunga campagna elettorale. Ma nel Paese dei cancellieri inaffondabili come monarchi, la ricandidatura di Merkel ha un sapore amaro. E lei fa sempre più fatica a difendere le ragioni degli eguali diritti per tutti, della tolleranza, della libertà di girare senza essere attanagliati dalla paura.
Nel Paese è evidente che sempre meno tedeschi la pensano come Ingo Schulze. Il grande scrittore tedesco ci racconta di avere amici che hanno adottato un bambino afgano che ha attraversato il Mediterraneo «senza saper nuotare ed è sopravvissuto per miracolo». Schulze ha figli della sua età e ammette: «Non so se riuscirei a mandare i miei da soli ad affrontare un viaggio del genere». Dunque, della politica di Merkel per i profughi, Schulze pensa che «sarebbe potuta andare meglio», ma che «l’importante è aiutarli». Nel Paese, aumenta invece la paura. Quelli che applaudivano l’arrivo dei rifugiati alle stazioni di Monaco o Dortmund nell’estate di un anno prima, sono un pallido ricordo. Ad Hannover, a febbraio, una marocchina sedicenne, Safia S, pianta un coltello in gola a un poliziotto. È il primo attacco “nel nome di Allah”. A luglio, due settimane di sangue fanno piombare la Germania nel terrore. Il 18 un profugo afgano minorenne Riaz Khan Ahmadzai, monta su un treno per Wuerzburg e piomba su una famiglia di cinesi con un’ascia. La settimana dopo, Mohammed Daleel, fa esplodere una bomba a un concerto, ad Ansbach. È il primo kamikaze jihadista. Quando un ragazzo squilibrato, l’iraniano Ali Soboly ammazza in quegli stessi giorni nove persone a Monaco, il clima nel Paese è già irrespirabile.
E per tutto l’anno, molto meno raccontate, si moltiplicano le aggressioni xenofobe. Già a settembre il governo è costretto ad ammettere che sono raddoppiate, rispetto al 2015. E 1.800 sono gli attacchi contro profughi. In questi giorni, in cui il più grave attentato islamico ha colpito la Germania, con l’attacco del tir di Berlino, è tornato di moda un numero: gli oltre 500 islamisti considerati “pericolosi”, come il super ricercato Anis Amri. I neonazi considerati tali sono 20. In un Paese che ha scoperto di recente una cellula terroristica neonazista che ha fatto dieci morti e fatto esplodere due bombe, un po’ pochini.