23 dicembre 2016
In morte di Franca Sozzani. La signora della moda
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Paola Pollo per il Corriere della Sera
«Dimenticate per favore “Il Diavolo veste Prada”. Miranda non esiste! Almeno io non ho il tempo per esserlo». Così diceva sempre Franca Sozzani. Se ne è andata, ieri. Avrebbe compiuto 67 anni il 20 gennaio. Era ammalata da tempo, ma pochissimi sapevano.
«Mi mancherà non cercare più la sua presenza nel buio della sala» è il primo pensiero di Giorgio Armani. E sarà così per tutti. Perché lei ha scritto la storia della moda degli ultimi trent’anni. «Qualche volta, per favore, give me a break», diceva sette anni fa chiudendo uno dei suoi blog più letti. «Felice di piacervi e non», il titolo. «Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve». Ancora una volta è lei la più brava a raccontarsi. Testo, titolo e foto. Non ha mai nascosto a nessuno che era nata per questo, per andare avanti. «Il successo ce lo si guadagna, oserei dire ce lo si inventa. Niente arriva per caso anche se la fortuna di cadere al posto giusto, nel momento giusto, con la persona giusta agevola parecchio. Ma la sorte, si sa, è alterna. Non è proprio la base su cui costruire il proprio successo. Il talento, il tuo, è la vera forza», diceva. Poi con la bacchetta magica dell’ironia, sottile e intelligente, e con l’abito dell’eleganza, innata e personale era sempre un po’ più avanti di tutti.
Aveva una malattia incurabile, una di quelle per cui si era impegnata a combattere a suon di charity e serate: dal 2013 era presidente della Fondazione Ieo, Istituto Europeo di Oncologia. Sino all’ultimo ha lottato contro il suo male e quello di altri. In autunno era arrivata a qualche sfilata; no, non a tutte, come spesso faceva. Un po’ affaticata. I lunghi capelli biondi più corti. Null’altro. Sempre disponibile a fare quattro chiacchiere con chiunque. A rispondere alle domande. A dare il suo parere. E va detto perché non è così che si comportano tutte.
Non era una che le mandava a dire. Con il sorriso e l’ironia faceva sempre capire il suo punto di vista. Ai «suoi» ma anche a stilisti, fotografi, imprenditori. Lei è stata la moda in Italia, dal 1988, da quando è diventata direttore di Vogue rivoluzionando, sovvertendo, stupendo, contestando un sistema intero.
Nata a Mantova, un destino borghese che sembrava già scritto: matrimonio, famiglia, vacanze, frivolezze. Il liceo, la laurea. Si sposa e dopo tre mesi di separa. A 25 anni la grande passione per la moda, la curiosità di capire e le idee, tante, tantissime.
«Sì che sono una vincente! Non perché sia presuntuosa, ma perché tutte le mie idee hanno avuto successo». Erano gli anni Settanta ed entra a Vogue Bambino : «Ho deciso che volevo lavorare e fare la stylist e ho preso subito tutto sul serio. Oliviero Toscani racconta sempre che ero “una deficiente puntaspilli vestita Saint Laurent”», ironizzava. Nel 1980 è già a dirigere un femminile vero, Lei, e nel 1983 le affidano anche la versione maschile Per lui. Nell’88 arriva a Vogue Italia e per la sua audacia più di una volta il direttore di Condé Nast International Jonathan New-house minaccia di licenziarla perché le sue «impertinenze», cioè foto e messaggi, sono troppo forti agli occhi di molti pubblicitari perbenisti. Che dire del numero (luglio 2008) con solo modelle di colore e articoli contro il razzismo? O quello contro la chirurgia estetica? O per le donne curvy? O contro le violenze domestiche? E tutto questo sul palcoscenico di un teatro di sete e lustrini. Da una parte le denunce sociali (nel 2014 è stata nominata anche ambasciatrice Onu per il programma alimentare). Dall’altra l’intuito per i talenti: da Gianni Versace ad Armani da Bruce Weber a Peter Lindbergh a Steven Meisel. E la consapevolezza che i giovani vanno aiutati, per esempio con premi e concorsi (Who’s Next). Dal 2006 è anche direttore di Vogue Uomo e dal 2015 è responsabile di tutti i periodici Vogue (Bambino e Sposa).
In settembre a Venezia, durante la mostra del Cinema, è uscito il film documentario sulla sua vita. La regia è del figlio, Francesco Carrozzini, nato nel 1982, «Franca. Chaos and creation»: «La fama quella vera, deriva da capacità vere, dall’avere fatto delle cose vere. Questa è la vera fama».
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Isabella Bossi Fedrigotti per il Corriere della Sera
I capelli erano in un certo senso il suo distintivo, hanno contribuito a fare di lei una sorta di icona: lunghi fino alla vita, biondi, ondulati. Tutta la vita Franca Sozzani li ha portati così, in tutte le occasioni e a sessant’anni passati continuavano a darle un’inconfondibile aria da ragazza. Ha fatto scuola con i suoi capelli da angelo che la rendevano riconoscibile anche da dietro, anche da lontano. Incorniciavano con grazia il suo bel viso lungo ed elegante di donna nata bene (a Mantova, nel 1950), viso però anche determinato di straordinaria, indefessa, appassionata donna lavoratrice.
Molti la temevano, per il suo potere, per il suo parlare franco, per il suo essere esigente al massimo nella professione (con se stessa prima di tutto) ma certo non era il diavolo vestito Prada: troppo intelligente, troppo ironica, troppo mantovana per essere diabolica in senso perfido, spietato come la sua collega americana immortalata al cinema da Meryl Streep. Semmai, diabolica lo è stata soltanto nel senso di geniale, creativa, più veloce di molti altri a cogliere nell’aria le nuove tendenze.
Mantovana, dunque, Franca Sozzani, allieva diligente del liceo classico Virgilio della sua città e poi studentessa di lettere e filosofia all’Università Cattolica di Milano, con tesi in filologia germanica: probabile che, come non poche sue coetanee dell’epoca, con quella laurea avesse in mente di fare la moglie e la madre dopo qualche anno di insegnamento; ma l’incontro fatale – che si rivelerà fortunatissimo – con la moda le ha fatto cambiare strada.
Sposata è poi stata soltanto pochi mesi, però ha avuto un figlio, Francesco, e c’è chi li ricorda insieme quando lui era piccolino, bambino bellissimo (ed elegantissimo), per mano della mamma altrettanto bella (ed elegante). Oggi è fotografo e regista, autore di un ritratto cinematografico di sua madre («Franca. Chaos and creation»), presentato all’ultimo Festival di Venezia, specie di biografia autorizzata, sincera, affettuosa e commovente, tanto da aver fatto scendere le lacrime a non pochi tra i pur tostissimi signori e signore della moda seduti in sala.
E a proposito di signori della moda, Franca Sozzani li conosceva e li frequentava davvero tutti, i più grandi: designer, stilisti, fotografi e giornalisti; ciononostante capitava di vederla in trattoria seduta al tavolo a parlare fitto con un suo amico prete. Ha fatto bene, Francesco, a dedicare alla mamma un documentario, neanche avesse intuito che il suo tempo stava facendosi breve: per conservare un ricordo più intenso, più vivo di lei, del suo viso, della sua voce.