Federico Fubini, Sette 23/12/2016, 23 dicembre 2016
A CIASCUNO LA SUA RICCHEZZA
Il 2016 è stato l’anno in cui il potere della percezione economica si è imposto sulle preferenze politiche. Non è stato il solo anno in cui sia successo, perché lo si era già visto in passato e senz’altro lo si tornerà a vedere in futuro. Forse però ora che il 2016 si sta chiudendo vale la pena soffermarsi a capire cos’è che, esattamente, influisce sul nostro modo di pensare. Cosa fa sì che il modo in cui gli italiani formano le proprie opinioni sia diverso, per lo più, rispetto al modo dei tedeschi.
Per «percezione economica» non intendo la realtà dei redditi o delle fortune accumulate dalle persone. Parlo di qualcosa di più sfuggente ma altrettanto importante: la ricchezza, o la privazione di essa, che le persone avvertono riguardo alla propria condizione. Daniel Kahneman ha vinto il premio Nobel dell’Economia, pur essendo uno psicologo, perché ha colto aspetti di questa percezione. Ha dimostrato per esempio che perdere una certa somma risulta, molto spesso, più frustrante di quanto non risulti piacevole guadagnare una somma equivalente. La sconfitta brucia di più. Un guadagno può esaltare, eppure l’impatto emotivo nella gran parte dei casi resta minore di quello di una perdita di pari entità. Guadagnare un milione di euro vivendo accanto a chi guadagna mezzo milione regala un piacere insignificante, se messo a confronto con il fastidio che si prova nel guadagnare un milione abitando accanto a qualcuno che ne guadagna due.
Forte di questa lezione di Kahneman, mi sono addentrato nelle statistiche di reddito e ricchezza di due Paesi che oggi si trovano in un conflitto politico strisciante sulla gestione dell’area euro: Italia e Germania. Le opinioni pubbliche tendono a riconoscersi in «narrazioni» opposte su ciò che non funziona e le relative responsabilità di Paesi debitori e creditori. In Germania ci si preoccupa di doversi fare carico dei debiti dell’Italia, in Italia ci si lamenta che la Germania non faccia abbastanza per investire, consumare e dunque trasmettere anche ad altri il proprio benessere. La critica più diffusa dei tedeschi all’Italia riguarda aspetti relativi al patrimonio (pagare i debiti); quella degli italiani ai tedeschi tocca problemi del reddito (generare crescita).
Forse è un caso, ma ciò corrisponde esattamente alla natura dei problemi di diseguaglianza sociale all’interno di ciascuno dei due Paesi. La sperequazione in Germania è soprattutto di tipo patrimoniale, in Italia è soprattutto reddituale. Non stupisce dunque che il rancore nell’opinione pubblica dei due Paesi si concentri rispettivamente sui due aspetti.
Più precisamente: la diseguaglianza nei flussi di redditi stimata con l’indice di Gini, una misura standard, mostra che in questo aspetto la Germania è un Paese decisamente più egualitario dell’Italia. Facendo pari a zero l’eguaglianza perfetta (tutti guadagnano lo stesso) e pari a uno la diseguaglianza assoluta (guadagna tutto un’unica persona), in Germania l’indice di Gini è a 0,293 e in Italia a 0,324. La distribuzione dei redditi è dunque notevolmente più disomogenea nel nostro Paese.
Per la distribuzione dei patrimoni è vero il contrario: è molto più diseguale la Germania. Per esempio, il 10% più ricco delle famiglie nella Repubblica federale controlla il 59% della ricchezza, secondo l’Ocse, a confronto con il 44% in Italia. E l’1% più ricco dei tedeschi detiene un quarto dei patrimoni privati del Paese, contro meno di un sesto per gli italiani. Dunque la ricchezza in Germania è più concentrata, il reddito meglio distribuito. Si aggiunga un altro dettaglio: fra immobili e risorse finanziarie, almeno fino a pochi anni fa una famiglia italiana era dotata di un patrimonio in media di un terzo più elevato rispetto a un’equivalente famiglia tedesca.
In altri termini, gli italiani vedono intorno a sé altri che guadagnano di più e vorrebbero partecipare della stessa sorte. I tedeschi vedono persone più ricche di loro e ritengono ingiusto dover fare sacrifici per quelle. Forse vengono anche di qui le due «narrazioni» contrastanti sulla crisi politica dell’area euro. Di certo il 2016 ha dimostrato che prendere sotto gamba la percezione di benessere e di relativa privazione degli elettori espone immancabilmente a risvegli molto bruschi.