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 2016  dicembre 23 Venerdì calendario

NELLA VITA CERCO LA LIBERTÀ DI FARE COSE STUPIDE. IN TV INVECE HO VOGLIA DI RISCATTO– [Alessandro Gassmann] Se non lo guardi troppo a lungo negli occhi, se non pensi ai messaggi ricevuti sul cellulare dalle amiche che vorrebbero essere al posto tuo, se non ti fai incantare dal timbro della voce

NELLA VITA CERCO LA LIBERTÀ DI FARE COSE STUPIDE. IN TV INVECE HO VOGLIA DI RISCATTO– [Alessandro Gassmann] Se non lo guardi troppo a lungo negli occhi, se non pensi ai messaggi ricevuti sul cellulare dalle amiche che vorrebbero essere al posto tuo, se non ti fai incantare dal timbro della voce. Insomma, se resti per tutta l’ora a disposizione con gli occhi piantati sul quaderno degli appunti, senza pensare che hai davanti un cinquantenne (52 a febbraio) che potrebbe permettersi di fare un altro calendario, dopo quello di Max del 2001 con cui si comprò casa a Roma, ecco il risultato di una conversazione piacevole e, a tratti, divertente. Perché Alessandro Gassmann (con due enne, come rigorosamente rivendica dopo che sua nonna paterna fu costretta a levarne una per evitare le persecuzioni naziste) prima che un personaggio, è una persona seria che sa non prendersi sul serio. Marito fedele (dopo una lontana défaillance per cui fece pubblica ammenda scrivendo una lettera di scuse sul settimanale Chi), padre rompiscatole e affettuoso di Leo, neomaggiorenne, è anche attore, regista, direttore artistico, sceneggiatore, intrattenitore tivù (vedi al capitolo Le Iene), ambasciatore di buona volontà per l’Unhcr e piantagrane su Twitter. Lo incontriamo a Roma per parlare dei Bastardi di Pizzofalcone, la nuova fiction di Rai uno che andrà in onda dal 9 gennaio in prima serata, dove interpreta Giuseppe Lojacono, un ispettore di polizia accusato da un pentito di mafia di aver passato informazioni a Cosa Nostra e che per questo sarà trasferito a Napoli per sistemare le scartoffie di un commissariato destinato a chiudere. Prima, ovviamente, del suo arrivo. Come si è preparato al ruolo? «Da lettore, anzitutto. Amo la qualità della scrittura di Maurizio de Giovanni, la sua capacità di descrivere le vite dei protagonisti. L’analisi intelligente, asciutta, mai banale di una città piena di contraddizioni come Napoli». Dove lei, per esigenze di copione, ha abitato per sei mesi. «Alloggiavo vicino a piazza Bellini, che è come dire Brera a Milano o Trastevere a Roma. Con la differenza che Napoli è l’unica città in cui la periferia sta in centro. Abbiamo girato certe scene a Chiaia, dove vedevi appartamenti con terrazzi bellissimi, librerie ottocentesche, e poi dietro l’angolo le donne che stendevano i panni sulla strada e tutte le citazioni pittoresche che conosciamo». Cosa pensa della città? «Che assieme a Milano è quella culturalmente più vivace d’Italia. E poi il mare, lo iodio, i giovani... Ho scoperto una grande voglia di riscatto, un moto di orgoglio che nel resto del Paese non c’è...». Anche la squadra che dirige in commissariato ha voglia di riscatto. «Sì, tutti abbiamo un buon motivo per dimostrare qualcosa». Non teme le invettive di Giovanardi, dopo quelle a Rocco Schiavone? «Ah, ma sarebbe una fortuna! Ciò che non piace a Giovanardi va bene. Però va preparato, mi raccomando: nella squadra ci sono due poliziotte lesbiche». In cosa assomiglia al suo personaggio? «Penso nella solitudine. Ho la fortuna di avere una bellissima famiglia, ma ho difficoltà a osservare la realtà come vorrei, perché il più delle volte sono osservato. Mi manca la libertà di fare cose stupide». Tipo? «Per esempio andare in Vespa senza casco. Qualche giorno fa ero di corsa e non l’ho messo. A un certo punto un vigile mi fa segno con la mano. Pensavo che mi stesse salutando e ho fatto ciao anch’io. E invece mi ha fermato e ha detto: “Ma dove crede di andare senza casco?”». Nella fiction ci sono due donne che saranno importanti per Lojacono. Possiamo intuire che le occasioni non le manchino, e invece è felicemente sposato dal 1998 con Sabrina Knaflitz, madre di vostro figlio Leo. Quanto è difficile la fedeltà? «La fedeltà deve essere naturale, non imposta. Io ho incontrato una donna che me l’ha fatta capitare casualmente. Non mi manca gran ché. Cioè, qualcosa ti manca sempre, ma è la mia natura». Che tipo di marito è? «Divertente. Sa, noi artisti siamo un po’ matti...». Faccia un esempio. «Per dire, sono velocissimo negli acquisti. Siccome non mi piace essere riconosciuto, fermato e poi star lì a fare gli autografi, quando entro in un negozio sono un razzo: “Maglietta nera, maglietta nera, maglietta nera...”. Non provo, pago subito e scappo. Compro un sacco di cagate pur di velocizzarmi». Solo simpatico, però, come marito non basta. «Sono molto affettuoso. Mi piace il contatto fisico. Anche con Leo, che ora comincia a protestare quando lo abbraccio troppo. E poi io e mia moglie abbiamo la fortuna di avere tempi del sonno diversi». E quindi? «A me bastano sei ore, lei se non la sveglio ne dormirebbe anche dodici. Quindi riesco a dedicarmi alle cose che mi interessano senza toglierle niente». E Sabrina che moglie è? «Dolce e intelligente. Anche in ordine contrario. E forte. Molto più di me: è un carrarmato. È la più grande organizzatrice di viaggi che conosca, quando partiamo non faccio nulla». Almeno le valigie le porterà! «Sì, certo. E poi a casa cucino spesso, apparecchio, sparecchio e carico la lavastoviglie senza far cadere il grasso nella macchina». Spegne sempre le luci come suo padre Vittorio? «Sì, anche mio figlio. Ma per non farla sembrare una mania, a lui dico che è per non inquinare l’ambiente». Leo ha appena compiuto 18 anni. Cosa gli avete regalato? «Siccome a scuola è bravo e ha preso 9 in italiano, gli ho preso una macchina: una utilitaria di seconda mano. Del resto anche la mia prima auto fu una Due Cavalli usata». Che effetto le ha fatto questo traguardo? «Per la prima volta siamo andati a votare insieme, e ha subito perso... A Capodanno non resterà con me e con la madre nella nostra baita in Austria. Se ne tornerà prima a Roma per passare la notte del 31 con gli amici». Incredibile... «Eh, ma infatti mi sono lamentato. “Che cosa volgare questa dei botti di mezzanotte, ora vuoi fare come Salvini in spiaggia con il karaoke?”». Ogni tanto dice che lascerà l’Italia. «Non è escluso. Leo il prossimo anno prenderà il diploma, poi vuole studiare Psicologia. E siccome gli piace fare surf, ha scritto anche all’Università di Honolulu, chiamalo scemo...». In quel caso andreste tutti negli Stati Uniti? «È una ipotesi, almeno di fare su e giù. Suona anche la chitarra classica, si è fermato al quinto anno dell’Accademia di Santa Cecilia. Esistono specializza zioni in musicoterapia». Lei ha due sorelle e un fratello. Andate d’accordo? «Sorellastre e fratellastro». Che brutte parole. «Sì, lo so. Però noi siamo nati da mamme diverse, e credo che la madre sia fondamentale per stabilire la fratellanza. Comunque ci unisce un affetto profondo. Non ci vediamo tanto, siamo tutti molto occupati, ma tra di noi c’è un rapporto forte, anche se siamo separati gli uni dagli altri da un decennio». Se ha un problema chi chiama? «Se ho un problema vero ne parlo con mia moglie. Per altre cose conto su una manciata di buoni amici, nessuno è attore». Su Twitter lanciò la campagna #romasonoio. Pulisce ancora il vicolo dove abita? «Ogni settimana». Che cosa pensa dei sospetti della sindaca Virginia Raggi sui frigoriferi abbandonati nelle strade dopo la sua elezione? «Quell’uscita si commenta da sola». Nota un filo rosso tra la Brexit, l’elezione di Donald Trump e la vittoria del “No” al Referendum? «È il filo conduttore populista, anche se ci sono sprazzi di luce, come l’elezione in Austria di un vecchio professore verde che ha scongiurato l’ondata razzista. Conoscere richiede più sforzo che restare ignoranti, costruire è più lento che distruggere. Oggi l’unica figura di riferimento che ho a sinistra è papa Francesco». Lo ha conosciuto? «No, ma posso dire che abbiamo lo stesso barbiere. O almeno, lo avevamo, prima che le sue uscite non fossero controllate. Penso che in un certo senso assomigli a The Young Pope di Sorrentino. Di sicuro gli sarà piaciuto». Ha mai lavorato con Sorrentino? «Non ancora, e sì, mi piacerebbe. Jude Law è stato straordinario, così come The Young Pope, da ogni punto di vista, nella forma e nel contenuto». Lei fa un sacco di cose (tra l’altro, sta finendo di scrivere la sceneggiatura del nuovo film da regista: Il premio, commedia scorretta sul viaggio in auto di un anziano letterato con la famiglia per ritirare il Nobel a Stoccolma): se potesse sceglierne solo una, quale sarebbe? «Forse, se costretto, farei solo il regista di teatro, più che altro per trattare le tematiche che mi stanno a cuore, i temi dell’integrazione e della diversità, come sono riuscito a fare con i miei due spettacoli teatrali sulla malattia mentale: Qualcuno volò sul nido del cuculo e La pazza della porta accanto». La sua ultima campagna su Twitter? «Quella per salvare il Teatro Valle. Qualunque sia la giunta capitolina, non lo possono abbandonare». Ha ancora accessi d’ira? «No, quelli fanno parte del passato. Ora sono solo rompicoglioni».