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 2016  dicembre 23 Venerdì calendario

I 5 Stelle a Palazzo Chigi? Di sicuro servono a Torino»

In fondo era semplice venire a prendere i voti qui, periferia Nord-Ovest di Torino, perché gli abitanti delle Vallette, quartiere operaio nato alla fine degli Anni Cinquanta, il punto numero uno del programma elettorale l’avevano scritto sui muri di piazza Eugenio Montale: «Le case si prendono. L’affitto non si paga». Logica discutibile, ma impossibile da ignorare in una città in cui, secondo la Caritas, il 10% della popolazione vive in condizioni di povertà, il 44% dei giovani non lavora e quindicimila famiglie ogni anno chiedono un alloggio popolare. Mille lo ottengono. E le altre quattordicimila? Chi si occupa di loro? Qualcuno li conosce?
La risposta a queste domande, che fa la differenza tra vincere e perdere le elezioni non solo nelle periferie dell’aristocratica Torino, schizzata in testa alla classifica delle città più attraenti per i turisti in arrivo dall’Italia e dall’estero, una volta le dava il Pci. Poi il Pd prima di diventare un partito liquido. E adesso che la sinistra classica è scomparsa dal territorio, lo fa il Movimento 5 Stelle con un messaggio chiaro: il disagio non sta a né a destra né a sinistra, va affrontato e basta. Siamo qui per proteggervi. Contro il mondo, contro l’Europa, contro chiunque. C’è la Torino di via Roma, ma anche quella di via dei Gladioli. Serviva un ribaltone in Comune per certificarlo ufficialmente. «Eppure credo che quello delle amministrative non sia stato un voto per noi, per la Appendino, piuttosto un voto contro di loro, soprattutto contro Fassino», dice Antonio Fornari, 35 anni, consigliere comunale grillino impiegato all’agenzia delle entrate. «Abbiamo portato avanti battaglie normali. Serve un nuovo supermercato perché quello vecchio è stato chiuso? Vi aiutiamo a raccogliere le firme senza mettere la nostra bandiera. Non c’è differenza tra noi e voi». Piccole cose di straordinaria importanza. Fassino invece? «Si è presentato per le strade soltanto pochi giorni prima del voto. E la gente c’è rimasta male. Ma come, che vieni a fare ora?».
Eppure la circoscrizione 5, dove in mezzo alle torri di cemento e ai palazzoni di dieci piani anche la nebbia sembra più spessa e il freddo più cattivo, è da sempre un universo simbolico dove fino al 2013 la sinistra non aveva mai perso. Alle politiche c’era stato il sorpasso, ma l’effetto Renzi alle europee aveva portato il Pd nuovamente davanti, perché l’implicito culturale per i figli degli operai è sempre stato lo stesso: lo Stato sociale è colorato di rosso. Ma chi ne parla più di Stato sociale? «Eravamo nelle sabbie mobili. I 5 Stelle ci hanno tirato fuori».
Il professor Enrico Bortolucci, 72 anni, insegnante in pensione, dice che in fondo la politica è una cosa banale: «Chi sta male chiede aiuto. Un tetto e il lavoro sono il minimo che uno Stato dovrebbe garantire. Quando Appendino parla di reddito di cittadinanza è ovvio che faccia proseliti. Il Pd di che cosa parla?». Consensi legati ai bisogni. Come dimostra il voto del referendum. Nella Circoscrizione 5 il No si è fermato al 60%. Il 15% in meno dei voti raccolti dalla neo sindaca al secondo turno. «Un conto sono i massimi sistemi. Un conto è la vita quotidiana. Specialmente per noi delle Vallette. Io non so se i 5 Stelle li voglio a Palazzo Chigi, di sicuro ne ho bisogno a Torino», chiosa il professore. Quante sono, e quanto si stanno allargando, le periferie italiane?
Alle cinque del pomeriggio piazza Montale è quasi deserta. Fabrizio Benato, 46 anni, autista di camion per una ditta di fiori, si avvicina a Fornari per prendere accordi sullo scambio di libri che la gente del quartiere ha fissato per sabato prossimo in attesa di una biblioteca. «Ci organizziamo da noi. Facciamo anche corsi di chitarra e di difesa personale per le donne. Con i ragazzi 5 Stelle lo scambio è reciproco».
Un gruppo di bambini corre all’ingresso del Teatro Caos, mentre due anziani litigano su Higuain e Belotti davanti al Bar Balby. È qui che Alessandro Di Battista è venuto a chiudere la campagna elettorale. La strada era piena. «E io ero in prima fila», dice Gioacchino Zanotti. La sua storia assurda racconta bene la distanza siderale che divide chi ha un problema da chi dovrebbe risolverlo. Gioacchino ha quarant’anni, due figli ed è disoccupato. «Ho chiesto un alloggio popolare. Non me l’hanno dato per anni accampando scuse. Così ne ho occupato uno. Era vuoto, me lo sono preso». Quando lo dice è come se il fastidio gli contorcesse il nervo vago. «Non ho fatto una cosa giusta. Ma ho fatto una cosa inevitabile. E se vogliono mandarmi via bisogna che mi ammazzino. Tanto più che la casa era un disastro e io, che campo con dei lavoretti in nero, l’ho rimessa a posto». La media degli affitti nel suo palazzo è di 80 euro. Lui ogni mese riempie un bollettino e ne versa al Comune 150. E il Comune li prende. Come se fosse normale. Ma non ti vogliono cacciare? «Certo. Ma intanto incassano». Doppio standard all’italiana. Vietato farlo, ma se lo fai dividiamo. Ridicolo. Lavoro non se ne trova? «Mi prendi in giro? Mando 200 mail di richieste al giorno. Sono disposto a fare qualunque cosa. Anche a pulire la merda per terra. Ho la patente per i camion, sono un saldatore, un facchino. Ma ogni volta che chiedo un posto mi dicono che sono vecchio. Vecchio, capito?».
«La legge va rispettata. Ma la legge deve rispettare le persone», dice Deborah Montalbano, consigliera 5 Stelle. Anche lei, che nella vita ha fatto mille lavori precari e che oggi è membro della commissione emergenza abitativa, ha avuto problemi con l’affitto della casa popolare. «È vero. Ma ho rimediato». Legalità e onestà sono concetti relativi quando la vita ti divora. «Intanto noi abbiamo sospeso gli sfratti. Poi stiamo organizzando tavoli a livello nazionale per un intervento strutturale». Gli abitanti delle Vallette per ora hanno scelto di fidarsi. I loro non sono più volti, ma l’espressione fisica di una difficoltà alla quale non si vogliono rassegnare. E se oggi i 5 Stelle sono la soluzione, allora viva i 5 Stelle, sempre meglio che essere lasciati in disparte, come se fossero semplici spettatori al funerale di uno sconosciuto. «Non è così che ci ha trattato il Partito democratico?».