varie, 23 dicembre 2016
APPUNTI VOUCHER PER LA VERITA’ – VOUCHER: UIL, IN 2016 VENDUTI OLTRE 145 MLN, +26,3% SU 2015 = VOUCHER: UIL, IN 2016 VENDUTI OLTRE 145 MLN, +26,3% SU 2015 = Roma, 30 dic
APPUNTI VOUCHER PER LA VERITA’ – VOUCHER: UIL, IN 2016 VENDUTI OLTRE 145 MLN, +26,3% SU 2015 = VOUCHER: UIL, IN 2016 VENDUTI OLTRE 145 MLN, +26,3% SU 2015 = Roma, 30 dic. (AdnKronos) - Oltre 145 milioni di voucher venduti nel 2016 con un aumento previsionale del 26,3% rispetto al 2015. E’ questa la proiezione contenuta dal terzo rapporto sui voucher pubblicato oggi dalla Uil, che vuole fotografare, con numeri alla mano, l’annosa questione del lavoro accessorio pagato, appunto, con i cosiddetti voucher. Un rapporto che, oltre alla quantità, si focalizza anche su un’attenta analisi territoriale (regionale e provinciale) e settoriale. La distribuzione sul territorio vede il 64% dei buoni-lavoro venduti nel Nord (93,2 milioni), e il restante 36% suddiviso quasi equamente tra il Centro (26,3 milioni) ed il Mezzogiorno (25,8 milioni di voucher). A livello regionale, sulla base delle stime della Uil, tra le prime 5 regioni per quantitativo più alto di voucher venduti nel 2016 troviamo: la Lombardia (27 milioni), il Veneto (18,5 milioni), l’Emilia Romagna (18,2 milioni), Piemonte (11,9 milioni) e la Toscana (10,6 milioni). Diversa la prospettiva regionale se guardiamo agli aumenti rispetto al 2015: l’incremento più alto in Campania (+43,7%), seguita dalla Sicilia (+39,1%) e dalla Toscana (+32,1%). (segue) (Mcc/AdnKronos) ISSN 2465 - 1222 30-DIC-16 11:51 NNNN VOUCHER: UIL, IN 2016 VENDUTI OLTRE 145 MLN, +26,3% SU 2015 (2) = VOUCHER: UIL, IN 2016 VENDUTI OLTRE 145 MLN, +26,3% SU 2015 (2) = (AdnKronos) - Da una stima effettuata a livello provinciale, nelle prime 10 posizioni, per maggior numero di voucher venduti nel 2016 troviamo: Milano (9,8 milioni), seguita da Torino (5,6 milioni), Roma (5,1 milioni), Brescia (4,2 milioni), Bologna (3,9 milioni), Verona (3,8 milioni), Bolzano (3,6 milioni), Venezia e Padova (3,3 milioni) e Treviso (3,2 milioni). Le 10 province meno ’’voucherizzate’’ si trovano tutte nel Mezzogiorno, ad eccezione di Rieti (circa 214 mila voucher). Dall’analisi condotta per attività d’impiego, oltre il 50% dei voucher del 2016 (pari a 73 milioni) si stimano venduti per prestazioni effettuate in attività a cui la riforma del 2012 ha esteso il campo di applicazione (industria, edilizia, trasporti, etc.). Continuando, a seguire c’è il settore del turismo con una previsione di circa 21 milioni di buoni-lavoro venduti nel 2016, il commercio (18,4 milioni) e i servizi (14,9 milioni). (Mcc/AdnKronos) ISSN 2465 - 1222 30-DIC-16 11:51 NNNN *** VALENTINA CONTE, LA REPUBBLICA 31/12 – Voucher alla Camera stesso giorno della Consulta Tornare al 2003, quando i voucher potevano essere usati solo per remunerare studenti, casalinghe, stranieri regolari disoccupati, pensionati. E solo per i lavoretti, dalle ripetizioni al babysitteraggio, dal giardinaggio alla raccolta delle mele. La proposta è contenuta nel ddl a prima firma di Cesare Damiano, ex ministro e deputato pd, depositato in commissione Lavoro della Camera, il cui esame riprende ironia della sorte - il prossimo 11 gennaio. Proprio nel giorno in cui la Consulta potrebbe ammettere il referendum Cgil che di quei ticket vuole l’abolizione. Se così fosse, il ddl correttivo non basterebbe a scongiurare le urne. Ma un tentativo va fatto, visto il numero esplosivo di buoni lavoro venduti nel 2016: oltre 145 milioni, prevede la Uil. Con un picco nel Nord - Lombardia, Veneto, Emilia Romagna al top - e nelle grandi città: Milano a quota 9,8 milioni, Torino a 5,6 milioni, Roma 5,1 milioni, Brescia e Bologna sui 4. *** MARTA FANA, IL FATTO QUOTIDIANO 31/12 – Ignorati per anni, i voucher si trovano oggi al centro della scena politica e mediatica. Sulla carta l’esplosione dei buoni lavoro orari escluderebbe ogni possibilità di sottovalutare l’avanzata di una nuova e corposa frontiera del precariato. Solo nei primi dieci mesi del 2016 ne sono stati venduti 121,5 milioni (+32% sul 2015, +2.700% dal 2008), corrispondenti a oltre 50.000 lavoratori full time che però non godono di alcun diritto sociale, dall’assegno di disoccupazione alle ferie e malattia pagate – contrariamente a quanto dispone la Costituzione come diritto del lavoratore – ai congedi per maternità. E invece il dibattito ha assunto la forma di una corsa contro il tempo per trovare un ritocchino, una soluzione utile solo a disinnescare il portato politico dei referendum sociali (abrogativi) promossi dalla Cgil e sulla cui ammissibilità si pronuncerà la Consulta il prossimo 11 gennaio. La politica ha finto di ignorare che il fenomeno è pervasivo, ora lo confina ai casi di “abuso” e sempre professando che il fine giustifica il mezzo. Per esempio: “I voucher servono a far emergere il lavoro nero”, hanno spiegato negli ultimi giorni – quando all’orizzonte si sono affacciati i referendum – l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero o il Presidente dell’Agenzia per le politiche attive, Maurizio Del Conte. Eppure, la ricerca più approfondita sui voucher fin qui prodotta – quella a cura di Bruno Anastasia e dei colleghi di VisitInps – è arrivata alla conclusione che “non si sono prodotte evidenze statistiche significative in merito all’emersione, grazie ai voucher, di attività di lavoro sommerso”, al contrario pochi dubbi rimangono sul fatto che “il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa”. E invece è un florilegio di interviste sui giornali per sottrarre alle proprie responsabilità la liberalizzazione dei voucher che, sebbene introdotta dalla legge Fornero, è stata avallata in toto dal jobs act che ne ha perfino esteso i massimali di reddito percepibili da 5 a 7 mila euro annui. L’alibi è: “Abbiamo introdotto la tracciabilità per frenare gli abusi” (il consigliere economico del Pd, Filippo Taddei a Repubblica). Chi studia il mercato del lavoro sa che queste misure sono del tutto inefficaci e infatti il boom non si arresta. Ad esempio, a nulla serve comunicare la data di inizio e fine della prestazione di fronte al caso dell’operaio, pagato a voucher, che ha perso tre dita lavorando come saldatore in un’azienda del modenese. Un lavoratore dipendente a tutti gli effetti. Senza controlli ferrei la tracciabilità non serve a nulla. Rimane un lavoratore senza diritti e invalido. Spesso, spiega Claudio Riso della Cgil di Modena “il pagamento ricevuto era perfino inferiore al valore dei voucher, sui quali veniva effettuata una vera e propria ‘cresta’: il datore di lavoro riscuoteva i ticket e pagava in contanti la prestazione”. Anche qui la tracciabilità non serve. Le segnalazioni sono centinaia. A nulla serve anche il ritorno “allo spirito e alla lettera originaria della legge Biagi”, come ha proposto Cesare Damiano (Pd) o il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina (“riserviamoli a studenti, pensionati e lavoratori cassintegrati”). Nel primo caso, anche confinandoli a specifici settori (agricoltura, attività culturali, lavoro domestico etc.) si creerebbe un sottogruppo di lavoratori con meno diritti, dove i voucher fungerebbero da compendio agli ammortizzatori sociali. L’idea di Martina invece non aiuterebbe a contrastare le attività antisindacali di cui parlano le cronache recenti, come i lavoratori in sciopero delle grandi catene sostituiti da “voucherizzati” (sempre nel modenese) o le aperture straordinarie pagate a voucher dei centri commerciali come il Carrefour di Marcon. Le imprese, ma anche il terzo settore, sfruttano quel che gli viene dato per comprimere il costo del lavoro e poco importa se così vengono eliminati i diritti sanciti dalla Costituzione (il profitto non si tocca). Il dumping salariale indotto da questi atteggiamenti mostra in estrema sintesi che non esiste mediazione possibile di fronte a uno strumento che per definizione non riconosce il lavoratore come attore sociale e perpetua le derive di un capitalismo straccione. Un’opinione corroborata dai fatti documentati da VisitInps, secondo cui a decine di migliaia di lavoratori vengono pagati con i voucher gli straordinari dalla stessa impresa di cui sono dipendenti. Un illecito di cui nessuno sembra preoccuparsi. Perfino la pubblica amministrazione fa uso di voucher, con decine di comuni che pagano con i ticket anche mansioni amministrative di elevata responsabilità. Spesso un modo per reinternalizzare a basso costo servizi prima appaltati a cooperative sterne. Il lavoro occasionale può essere regolato da contratti a termine di brevissima durata, già esistenti e praticati e così sarebbero riconosciuti diritti minimi senza scorciatoie per imprenditori che devono investire o privati che scaricano il proprio impoverimento su chi si trova in una condizione economica peggiore. Il voucher non si modifica, si abolisce. COSA SONO I VOUCHER – IL POST 20/12/2016 – Secondo gli ultimi dati diffusi dall’INPS il numero di voucher, uno strumento che permette di pagare piccoli incarichi lavorativi, è cresciuto del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016. È un incremento che arriva dopo un altro aumento nei primi dieci mesi del 2015, quando il numero di voucher era cresciuto del 67 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014. Questi numeri hanno generato molta preoccupazione: in molti pensano che l’aumento dei voucher implichi una crescente precarizzazione del mondo del lavoro in Italia. Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha parlato dei rischi dell’uso “improprio” dei voucher; la CGIL ha raccolto oltre 3 milioni di firme per un referendum che prevede, tra le altre cose, di abolire alcune norme sui voucher introdotte dal Jobs Act, la riforma del lavoro voluta dal governo Renzi. Davanti a queste critiche crescenti anche il governo ha deciso di intervenire, aumentando la cosiddetta “tracciabilità” dei voucher e promettendo ulteriori interventi in caso il ricorso ai voucher continui ad aumentare. Ma cosa sono esattamente i voucher e perché sarebbero un problema? Cosa sono Il voucher è uno strumento introdotto per la prima volta nel 2003 con lo scopo di permettere la remunerazione legale di “mini-lavori” che altrimenti potevano essere pagati soltanto in nero: dalle ripetizioni scolastiche alle pulizie, passando per i lavori agricoli stagionali e quelli nel settore turistico. I voucher vengono acquistati dal datore di lavoro (si possono comprare anche in tabaccheria) che poi li consegna al lavoratore. Oggi il taglio più piccolo vale 10 euro e corrisponde a un compenso netto per il lavoratore di 7,5 euro (per ogni tipo di lavoro esiste un salario minimo orario, che vale sia che il pagamento venga effettuato con voucher o in altro modo). Il resto viene incassato dall’INAIL e dall’INPS, che in cambio forniscono una copertura contributiva e assicurativa. Nel corso degli anni la possibilità di utilizzare i voucher è stata costantemente ampliata. Inizialmente erano uno strumento circoscritto a pochi settori e poche categorie di lavoratori, come disoccupati da oltre un anno, pensionati e studenti; oggi possono essere utilizzati da molte più persone e in quasi tutti i settori lavorativi. I momenti più importanti nella “liberalizzazione” sono stati le riforme del 2009 e del 2010, volute dal governo Berlusconi, e soprattutto quella Fornero del 2012, in cui vennero inseriti alcuni nuovi limiti ma la possibilità di pagare con voucher venne estesa notevolmente. Il Jobs Act del governo Renzi è intervenuto sui voucher solo alzando da 5 a 7 mila euro netti la cifra massima che è possibile guadagnare tramite voucher in un anno. Oggi il voucher può essere utilizzato da quasi tutte le tipologie di lavoratori e di attività produttive, a patto che serva per retribuire lavori accessori e saltuari, che non siano fondamentali per l’attività dell’azienda. Ogni lavoratore può percepire tramite voucher un massimo di duemila euro dallo stesso committente nel corso di un anno e, dopo le modifiche introdotte dal governo Renzi, un massimo di 7 mila euro netti in totale nel corso dell’anno (il limite è rispettivamente di 3 mila e 2 mila euro per coloro che percepiscono forme di sostegno al reddito e pensionati). Gli abusi Secondo i critici, i voucher si prestano a diverse forme di abuso. Una delle più evidenti consiste nell’utilizzare il voucher per “mascherare” un lavoratore in nero. Per esempio, il gestore di un locale potrebbe impiegare un dipendente per otto ore di lavoro e acquistare un voucher in modo da retribuirlo regolarmente soltanto per una frazione del periodo effettivamente lavorato. In caso di visita di un ispettore del lavoro, gli basterebbe esibire il voucher e giustificare così la presenza del lavoratore proprio nel momento della visita. Per evitare questo problema, il governo ha deciso di aumentare la tracciabilità dei voucher. Dallo scorso settembre il datore di lavoro è tenuto a comunicare non soltanto il nome del lavoratore e il giorno in cui sarà svolto il lavoro, ma anche l’orario di inizio e quello di fine dell’attività. La precarizzazione Alcuni però criticano la natura stessa dei voucher, anche aldilà delle irregolarità che possono essere commesse nel loro utilizzo. Come ha scritto Marta Fana, consulente dell’OCSE e collaboratrice del Manifesto e del Fatto Quotidiano: L’avanzata del precariato, rappresentata dall’esplosione dei voucher, non sembra sostanzialmente preoccupare il Governo, che prevede di gestire gli abusi attraverso una stretta sulle comunicazioni dell’utilizzo dei buoni lavoro. A prevalere è l’idea secondo cui lo sfruttamento e il lavoro povero sono da ostacolare solo nella misura in cui nascondano lavoro irregolare e non come circostanza del reale di per sè. Negli ultimi anni il ricorso ai voucher è aumentato moltissimo: sono passati da mezzo milione nel 2008 a 121,5 milioni nei primi dieci mesi del 2016. Le ragioni di quest’aumento, però, non sono chiarissime. Una parte si deve alla crescente liberalizzazione nell’utilizzo dello strumento. Ma è durante il governo Renzi che il ricorso ai voucher ha avuto un incremento rapidissimo, passando dai 24 milioni venduti nel corso del 2013 ai 121,5 nei primi dieci mesi del 2016, nonostante il Jobs Act abbia modificato solo leggermente i regolamenti rispetto agli interventi del 2008-09 e del 2012. Secondo alcuni, il Jobs Act potrebbe aver favorito i voucher perché rende altre forme di contratto a tempo determinato meno convenienti per i datori di lavoro. Altri sostengono che difficilmente i voucher possano essere sostitutivi di altre forme di contratto a tempo determinato, visto che da un singolo datore di lavoro è possibile ottenere annualmente soltanto cifre molto basse tramite i voucher: appena 2 mila euro netti, due mesi di uno stipendio basso. Secondo il governo, l’aumento è in parte dovuto a un’emersione del lavoro nero, che era lo scopo originale dell’introduzione dei voucher. Quei lavori esistevano anche prima, pagati in nero; ora sono emersi grazie ai voucher. Il presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha detto che questa può essere soltanto una spiegazione parziale dell’aumento. La crisi economica, probabilmente, ha avuto un ruolo almeno altrettanto importante perché ha costretto molte persone che hanno perduto la loro occupazione precedente ad accontentarsi di “mini-lavori”. A questi fattori bisogna probabilmente aggiungere anche un fenomeno più semplice: i voucher sono stati uno strumento per anni sconosciuto a datori di lavoro e agli stessi lavoratori. Nel 2011, quando la crisi era già iniziata da tre anni e i voucher erano stati già sostanzialmente liberalizzati, furono venduti soltanto 15 milioni di tagliandi, un decimo della cifra che probabilmente risulterà venduta alla fine del 2016. *** VALENTINA CONTE, LA REPUBBLICA 27/12 – Abbassare i tetti, aumentare controlli e sanzioni. Il governo è pronto a una stretta sui voucher, i ticket da dieci euro lordi nati per pagare i lavoretti, diventati dopo la liberalizzazione normativa il simbolo della nuova precarietà e della protesta contro le politiche del lavoro dell’esecutivo Renzi. I margini per intervenire non sono molti, a meno di smontare lo strumento. Ma qualcosa si deve pur fare, ragionano a Palazzo Chigi. La ripresa non decolla, i disoccupati non schiodano da quota tre milioni, mentre i buoni lavori si impennano a 121 milioni venduti in ottobre, nuovo record. Non solo. Dal primo gennaio vanno in archivio l’indennità di mobilità, la cassa integrazione in deroga e pure la Discoll, l’ammortizzatore per i collaboratori. Reti importanti di protezione, specie la prima. Che la Naspi, il sussidio unico, potrebbe non soppiantare del tutto, di fronte ai licenziamenti collettivi del settore industriale. Il mercato del lavoro ha dunque bisogno di un segnale urgente. Prima che siano le urne a darlo, con i tre referendum promossi dalla Cgil (ritorno all’articolo 18, abolizione dei voucher, corresponsabilità negli appalti) e sulla cui ammissibilità si esprimerà la Corte Costituzionale. La parola d’ordine a Palazzo Chigi in queste ore è “attendere”. Aspettare cioè il primo (imminente) monitoraggio sulla tracciabilità dei ticket. E la decisione della Consulta dell’11 gennaio. Le tabelle Inps vengono giudicate essenziali per capire se l’obbligo (da ottobre) per il datore di lavoro di mandare l’sms o la mail un’ora prima di impiegare il voucherista funziona da deterrente o no. Senza il conforto di numeri calanti, il ministro del Lavoro Poletti si dice pronto a «rideterminare dal punto di vista normativo il confine del loro uso». Ma sarà solo la pronuncia della Corte a stabilire quanto in profondità incidere. Di fronte all’ammissibilità di tutti i quesiti, la questione dei voucher sembrerà poca cosa rispetto alla possibilità che crolli l’intero Jobs Act. Ma se, come pronostica il governo, dovesse passare solo la richiesta di abolire i voucher, a quel punto una modifica sui ticket diverrebbe obbligata. Si vedrà come. Riportando il tetto massimo di introiti per il lavoratore a 5 mila euro (da 7 mila) o più basso. Inasprendo i controlli mirati, per stanare i datori che rimpiazzano i contratti con i buoni. Aumentando le sanzioni pecuniarie. Soluzioni tutte plausibili, ma bifronti (rischio impennata del nero) se non ben calibrate. La fine della mobilità — prevista dalla Fornero e confermata dal Jobs Act — viene vista con allarme dai sindacati. La Uil calcola in 185 mila i lavoratori attualmente in mobilità che nel 2017 non entreranno nella lista speciale che da 25 anni consente ricollocazioni agevolate. Insieme allo strumento, spariscono infatti pure gli sconti contributivi riservati alle imprese che assumono lavoratori in mobilità. Cosa ne sarà di loro? «Riceveranno la Naspi, più generosa nella maggioranza dei casi della mobilità», assicura Stefano Sacchi, presidente Inapp, l’ex Isfol. «Le aziende poi risparmieranno sul costo del lavoro, perché non dovranno più versare lo 0,30% per la mobilità, circa 600 milioni». Ma «alle imprese a quel punto converrà licenziare sempre, così risparmiano pure sul ticket per la cassa integrazione, nel frattempo raddoppiato: è un meccanismo infernale », avverte Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. Ci sarebbe l’assegno di ricollocazione che scatta dopo quattro mesi di Naspi. «Le prime 30 mila lettere partiranno a gennaio», conferma Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. «Entro il 2017 puntiamo a contattare tutti i lavoratori — circa 900 mila — con i requisiti. Le politiche attive sono l’unico modo per scongiurare impatti negativi dalla fine della mobilità». *** LORENZO SALVIA, CORRIERE DELLA SERA 27/12 – Sì alla marcia indietro sui voucher, perché «i numeri sono abnormi e dimostrano che c’è stato un abuso». No al referendum sull’articolo 18 perché «paradossalmente farebbe aumentare i licenziamenti e renderebbe il lavoro più precario». Sul Jobs act Maurizio Del Conte è stato uno dei consulenti più stretti di Matteo Renzi, che lo ha messo a capo dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Presidente, uno dei tre referendum promossi dalla Cgil chiede di cancellare i voucher, i buoni per pagare i lavoratori a ore. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti non è d’accordo. Lei? «Abrogarli no, perché hanno il merito di far emergere prestazioni che prima venivano fatte solo in nero. Però i numeri dimostrano che c’è stato un abuso. E il legislatore deve avere la coscienza di tornare sui suoi passi quando si accorge che gli effetti sono opposti a quelli previsti». Quindi sarebbe opportuno tornare alle regole originarie, con i voucher utilizzabili solo per i «lavoretti»? «Sì, e potrebbero essere espressamente esclusi alcuni settori, come l’edilizia. Bisogna impedire che i voucher vengano utilizzati al posto di contratti più stabili. Poche settimane fa, utilizzando i voucher, il Comune di Napoli ha promosso un piano di manutenzione del proprio patrimonio. Abbiamo esagerato». Ma limitare l’uso dei voucher ai soli lavoretti significherebbe di fatto abrogarli. Con le vecchie regole ne venivano venduti mezzo milione l’anno, nel 2016 dovremmo arrivare a 160 milioni. «Mi rendo conto che sarebbe una modifica importante». E non vorrebbe dire sconfessare le scelte fatte dal governo Renzi? «Per niente. La storia dei voucher non coincide con quella del governo Renzi. Anzi quel governo ha introdotto un sistema di tracciabilità che limita gli abusi. Credo però che sia arrivato il momento di fare un passo in più». Prima del referendum? «Sì, il ritorno alle origini è opportuno a prescindere dal referendum». E sull’articolo 18? Perché una vittoria del sì farebbe aumentare i licenziamenti? «In Italia c’è stato un effetto soglia: molte aziende si sono tenute sotto i 16 dipendenti proprio per evitare l’articolo 18 e il reintegro nel posto di lavoro. Se vincesse il sì il tetto tornerebbe e anzi diventerebbe più basso, 5 dipendenti». E quindi? «Molte aziende ridurrebbero il loro organico per scendere sotto il nuovo tetto. Senza contare la proliferazione dei contratti a termine, il ritorno delle false collaborazioni...». È in grado quantificare questo effetto? «No, ma oggi nelle aziende tra 6 e 15 dipendenti lavorano circa 3 milioni di persone. Una platea non da poco. Senza contare gli effetti che nel medio termine avremmo sul Pil. Uno dei mali dell’economia italiana è il nanismo delle imprese. Col limite a 5 dipendenti avremmo un super nanismo. Diventando più piccole le aziende perderebbero competitività. E questo farebbe perdere ricchezza al Paese». Il referendum sui voucher appare inevitabile. Alcuni, invece, sostengono che il quesito sull’articolo 18 potrebbe essere non ammesso dalla Corte costituzionale. «Sono d’accordo. Il quesito non si limita a riportare indietro le lancette dell’orologio con l’abrogazione di una norma. Ma, con una nuova norma, inverte un processo diffuso in tutto il mondo: passare dall’incertezza della giurisprudenza alla certezza dell’indennizzo economico. Google, Amazon, i grandi investitori arrivati negli ultimi tempi si sentirebbero traditi e sarebbero tentati di andar via». Sul referendum resta il terzo quesito, sugli appalti. «Non sarebbe un dramma fare marcia indietro. Alla fine si tratterebbe di ripartire la responsabilità tra più imprese per gli eventuali crediti non pagati dal datore di lavoro». Lorenzo Salvia *** UN VOUCHER È PER SEMPRE: LA TRAPPOLA DEL SUPER-PRECARIATO – MARTA FANA, IL FATTO QUOTIDIANO 6/10 – L’esplosione dei voucher (i buoni lavoro orari) è ormai impossibile da negare: nei primi sette mesi del 2016 ne sono stati venduti 84 milioni, il 36% in più rispetto allo stesso periodo del 2015 e oltre il 200% in più rispetto al 2014, secondo i dati Inps. Una dinamica coerente con la loro progressiva liberalizzazione: dalla riforma Fornero che ne estese l’uso a tutti i settori fino al Jobs Act che ha aumentato il reddito massimo percepibile in voucher da ciascun lavoratore in un anno, da 5 a 7 mila euro. Il loro numero è così esploso, ma sempre giustificato con l’obiettivo di “far emergere il lavoro nero”. Ora, una recente pubblicazione del progetto VisitInps a cura di Bruno Anastasia sulla dinamica del lavoro accessorio dal 2008 al 2015 spiega che questo non è mai avvenuto: l’incidenza dei soggetti “emersi” dal lavoro nero grazie ai voucher è irrisoria. Ma soprattutto si assiste a una “regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”. Se n’è accorto anche il governo che ha introdotto l’obbligo per i committenti di segnalare all’Inps l’ora effettiva di inizio della prestazione, ma i controlli non ci sono. Tra il 2011 e il 2015, la percentuale di voucheristi tra i 25 e i 49 anni passa dal 33% al 54%, mentre si dimezza quella relativa agli over 50 (dal 36 al 18%). Una dinamica opposta a quella dell’occupazione tout court, nettamente positiva solo per gli over50. Sempre più spesso, il voucher appare il mezzo di inserimento nel mercato del lavoro per i più giovani. Per capire come e in che misura il lavoro accessorio si accompagna o sostituisca ad altre forme contrattuali, la ricerca Inps si concentra sulle transizioni tra lavoro dipendente e accessorio, senza un focus su quelle relative al lavoro parasubordinato, cioè le collaborazioni. Nel 2015 la metà dei prestatori di lavoro accessorio risultava occupata come dipendente pubblico o privato o percettore di assegni di disoccupazione. Tra questi, un terzo dei lavoratori a voucher aveva contratti di lavoro dipendente nella stessa azienda. Per alcuni i voucher fungono da porta d’ingresso per il contratto dipendente a termine (quota prevalente), per altri invece si afferma il processo inverso, da dipendenti a voucheristi. Il 10% di questi voucheristi è composto da occupati che transitano dal lavoro dipendente ai voucher ma non nella stessa azienda. Infine, molti sono i casi, circa il 25%, di soggetti che, pur avendo un lavoro dipendente, svolgono un secondo lavoro retribuito a voucher: sono soprattutto persone con contratti part-time, probabilmente non per scelta loro ma per imposizione del datore di lavoro. Questo tipo di “lavoro accessorio”, poi, si rivela spesso una trappola: secondo l’Inps, infatti, oltre la metà dei vaucheristi sono “persistenti”, cioè continuano a lavorare a voucher anche negli anni successivi, restando così in una prolungata condizione di super-precarietà. Il tasso di persistenza si fa più marcato per chi ha iniziato dopo il 2012 (circa il 25-30%) e aumenta con il numero dei voucher percepiti. Un guaio per le prospettive previdenziali di questi lavoratori. La metà di loro non riscuote più di 29 voucher all’anno, per un reddito netto pari a 217 euro, dato sostanzialmente stabile dal 2010. Significa che questi lavoratori, data l’aliquota contributiva del 13%, in un anno di lavoro occasionale non riescono a versare neppure un mese di contributi validi ai fini previdenziali (servono 130 voucher annui). Che vi sia un’alta rotazione di forza lavoro retribuita a voucher si evince dal fatto che da un lato i voucheristi aumentano, ma dall’altro il numero di buoni lavoro percepiti da ciascuno è costante negli ultimi quattro anni. Dal lato delle imprese, infine, si osserva che il 40% dei voucher sono utilizzati nel settore alberghiero e della ristorazione. Ma molti altri comparti mostrano un aumento del ricorso ai buoni lavoro. Tutto da approfondire invece è l’utilizzo dei voucher nelle amministrazioni pubbliche dove il lavoro accessorio sembra iniziare a configurarsi come meccanismo di internalizzazione di servizi dati in gestione ad imprese esterne. Le conclusioni del rapporto Inps sono spietate: la liberalizzazione dell’uso dei voucher altro non è che un meccanismo per contenere il costo del lavoro, nonostante i danni strutturali in termini di diritti per i lavoratori (tra cui quelli previdenziali) e produttività per il sistema che una massa crescente di precari produce. *** ANTONIO CASTRO, LIBERO 22/5 – I VOUCHERISTI DOVREBBERO LAVORARE 126 ANNI PER MATURARE UNA PENSIONE MINIMA. LO HA CALCOLATO LA CISL VENETO – Lavorare per 126 anni e 6 mesi per maturare una pensioncina di 673 euro al mese. È questa la prospettiva dei voucheristi, il popolo multiforme e vario che dal 2008 svolge piccoli lavoretti per un periodo di tempo ridotto (dalle pulizie domestiche alla raccolta di frutta e verdura), e viene retribuito con titoli al portatore del valore nominale di 10 euro lordi. L’esplosione nell’utilizzo di questo sistema di pagamento e gestione dei rapporti occasionali di lavoro – con effetti peggiori, secondo i detrattori, della precarizzazione galoppante di fine anni ’90 – ha costretto recentemente anche il giocondo Giuliano Poletti, ministro del Welfare con un passato importante al vertice delle coop, ad ammettere che il sistema ha bisogno di correttivi anti truffa. Ma non subito, per carità: con calma. E così nei prossimi 2 mesi via Flavia dovrebbe introdurre una sorta di tracciabilità preventiva all’utilizzo dei voucher: in futuro, quando i tecnici di Poletti saranno comodi – e magari sarà passata la stagione dei raccolti, i datori di lavoro dovranno comunicare, via sms o via mail, un’ora prima codice fiscale del lavoratore e luogo della prestazione. Un controllo per evitare che si utilizzino i buoni solo quando arriva un controllo o addirittura a posteriori quando il voucherista ha un piccolo o grande incidente sul lavoro. TUTTO VIRTUALE Truffe a parte, il problema è che se è vero che il lavoratore a voucher può intercettare i picchi di domanda di lavoro ed essere pagato subito (si possono riscuotere il giorno stesso), la prospettive di incassare un giorno la quota di contributi previdenziali che viene trattenuta (tra tasse, contributi e assicurazione Inail il singolo voucher d 10 euro si riduce a 7,5 euro netti), è aleatoria. Meglio ancora: virtuale. La Cisl Veneto – regione che ha il primato nazionale nell’utilizzo dei voucher – ha fatto di conto e scoperto che per maturare una pensione minima (673 euro), l’ipotetico lavoratore a gettone che svolga solo questi tipo di attività dovrebbe faticare per la bellezza di 126 anni e 5 mesi. Il lavoro mantiene giovani, certo, però nonostante tutte le conquiste della scienza e della medicina difficilmente si arriverà in questo secolo a campare 150 anni. TASSA MASCHERATA Di più: i contributi previdenziali trattenuti al momento dell’incasso altro non sono che una tassazione mascherata che alimentano il gettito complessivo dell’Inps, però non aggiungono molto alla singola posizione del lavoratore. Insomma, lo Stato tra tasse e contributi si tiene 2,5 euro per ogni 10 euro di voucher, salvo poi non garantire alcun tipo di prestazione. Spiga l’ufficio previdenziale della Cisl Veneto: «Con sei mesi di lavoro pagato con voucher (9.333 euro lordi, il tetto annuo) si accantonano all’Inps gli stessi contributi previdenziali che si maturano in due mesi di lavoro pagato mille euro», chiarisce Vanna Giantin, esperta della Cisl in materia di previdenza, «senza contare che non si ha diritto agli Assegni famigliari, alla Naspi né, se si e poveri, all’Asdi». In pratica si ha diritto solo a campare, nella speranza di superare i più longevi centenari. Ma non basta. Su ogni voucher pesa un contributo di 0,70 centesimi (su quelli standard da 10 euro, ne esistono anche da 50 euro), che copre in teoria l’assicurazione per i rischi sul lavoro. Basta infatti avere in tasca un singolo voucher, per una singola ora di lavoro per essere coperto dalla polizza pubblica. Bene per il lavoratore, benissimo per l’impresa, un po’ meno bene per lo Stato (e la fiscalità generale) che a fronte di 70 centesimi deve garantire prestazioni a volte molto onerose: «Il lavoratore», spiega il segretario dalla Fai Cisl del Veneto, Onofrio Rota che contro l’abuso dei voucher ha aperto il primo maggio scorso una guerra personale, «beneficia di indennità e rendite pari a quelle di cui ha diritto un lavoratore. Bene per il voucherista, male per la collettività che si assume tutti i costi a fronte di un versamento all’Inail di 0,70 centesimi, ma soprattutto bene per il datore di lavoro che si assicura con 10 euro rispetto ad ogni evenienza, infortunio in itinere e mortale compreso». CORRETTIVI Insomma, una bomba innescata sul pianeta lavoro/previdenziale.Ora Poletti promette correttivi, intanto l’utilizzo dei voucher, dal 2008 al 2015 ne sono stati scambiati 278 milioni con incrementi di vendite a due cifre (oltre il 70% anno su anno), e fra 30 anni la collettività si troverà a pagare milioni di giornate lavorative non adeguatamente coperte da una contribuzione generosa. Proprio un’idea geniale, ma tanto tra 30 anni all’Inps non ci saranno più gli attuali timonieri e neppure a via Flavia... *** FABRIZIO GATTI, L’ESPRESSO 4/3 – PROFESSIONE VOUCHER – Una volta c’erano l’operaio, la guardia notturna, l’autista, il postino, il cameriere, l’idraulico, l’insegnante, il professore universitario. La nostra identità dipendeva anche dal ruolo che il lavoro ci assegnava nella società. Oggi tutte queste professioni, e molte altre ancora, possono essere riassunte in un unico mestiere: il voucherista. Essersi fermati alla terza media, come Andrea P., 49 anni, o avere tre lauree come Marco Traversari, 52 anni, docente universitario, per il moderno datore di lavoro forgiato dalla crisi e dalla retorica della quarta rivoluzione industriale non fa nessuna differenza. Sia Andrea, parcheggiatore notturno a chiamata, sia il professor Traversari valgono 7 euro e 50 centesimi di paga netta l’ora, più un euro e trenta di contributi pensionistici all’Inps, settanta centesimi di assicurazione antinfortunistica all’Inail e cinquanta centesimi di gestione del servizio. Fanno dieci euro tondi tondi: cioè, il costo orario lordo del lavoro nell’Italia che fa scappare i cervelli e tratta chi resta allo stesso modo, dal disoccupato a vita ai proletari della conoscenza. È nata così una nuova classe sociale: il popolo dei voucher, dei buoni-lavoro, degli italiani pagati con uno strumento inventato per gli impieghi saltuari nell’agricoltura e le ripetizioni del doposcuola. Ma oggi esteso a tutti i settori. Un ulteriore contributo della legge all’aumento dei working-poor: i nuovi poveri che, nonostante lavorino, vivono appena sopra il limite di sussistenza, o addirittura al di sotto. Il voucherista non ha infatti diritto a riposi o a ferie pagate. E questo, nel clima di cinesizzazione sociale che stiamo vivendo, potrebbe essere visto come un inutile privilegio. Ma non ha diritto ad ammalarsi, a curarsi, a maternità o paternità, a ottenere un mutuo per la casa, al congedo matrimoniale, al permesso per accudire i figli malati. Cioè a tutta quella serie di conquiste civili che finora hanno fatto la differenza tra un cittadino dell’Europa occidentale e un operaio-suddito dei regimi orientali. Perché al di fuori dei pochi centimetri quadrati del voucher e delle relative ore pagate, il rapporto di lavoro e lo stesso lavoratore cessano di esistere. Pochi giorni fa l’Inps ha confermato il boom anche per il 2015: 115 milioni di buoni-lavoro staccati da gennaio a dicembre, contro i 69 milioni del 2014 e i 36 milioni del 2013. Un aumento nazionale del 67,5 per cento in dodici mesi con punte del 97,4 per cento in Sicilia, dell’85 in Liguria, dell’83 in Puglia e in Abruzzo, del 79 in Lombardia. La nuova classe sociale coinvolge già più di un milione e mezzo di lavoratori, due terzi dei quali al Nord. Metà uomini e metà donne. E l’età media è in continua diminuzione: 60 anni gli uomini e 56 le donne nel 2008, anno di introduzione dei buoni-lavoro; 44 e 36 anni nel 2011; 37 e 34 anni oggi. Anche l’età conferma la trasformazione da rimedio estemporaneo per arrotondare la pensione o gli ultimi anni di attività, a retribuzione vera e propria. Nel 2015 i datori di lavoro (imprese, commercianti, famiglie) hanno acquistato voucher per un miliardo e centocinquanta milioni di euro, che hanno generato contributi per quasi 150 milioni all’Inps, per 80 milioni all’Inail e compensi ai lavoratori per 862 milioni e 500 mila euro, oltre a 57 milioni in commissioni burocratiche. La crisi economica fa sicuramente la sua parte. Spinge gli imprenditori a tagliare i costi e a impiegare i dipendenti a ore o a giornata, soltanto quando servono. E mette anche a disposizione una massa di disoccupati, cassintegrati, esodati, mobilitati, licenziati costretti a svolgere più lavori saltuari per raccogliere qualcosa che assomigli alle briciole di una paga. È un po’ come il junk-food, il cibo spazzatura: si mangia quello che capita. Qui siamo al junk-job: si accetta quello che passa. Non sempre, ovviamente, il giudizio è negativo. Per gli studenti superiori e universitari i buoni sono una risorsa contro il lavoro nero o l’apertura di costose partite Iva: permettono infatti di lavorare in regola in bar, ristoranti, negozi e uffici per mantenersi parte degli studi. Nella stessa categoria degli studenti, rientrano quanti arrotondano grazie ai voucher uno o più stipendi part-time. Il lavoro accessorio tra l’altro non va dichiarato al fisco. Ma sono gli unici a dirsi completamente soddisfatti. La seconda categoria di voucheristi comprende quanti integrano in questo modo la magra pensione di anzianità. Oppure il salario di disoccupazione. E per le persone in mobilità sopra i quarantacinque anni la condizione di voucherista diventa una condanna permanente al sottoprecariato: perché l’istituzione dei buoni-lavoro offre ai datori la possibilità di non stabilizzare mai i loro dipendenti. La terza categoria raccoglie gli ex contratti a progetto, ora in gran parte aboliti, e le finte partite Iva, settore crollato del dieci per cento nel 2015. E loro stanno addirittura peggio: è la situazione di migliaia di collaboratori, educatori, addetti di cooperative sociali e piccole società a responsabilità limitata che da qualche mese devono accettare stipendi in minima parte pagati con i buoni. Il resto in nero. L’uso di voucher sta dando corpo anche a due categorie di datori di lavoro: quelli che rispettano la norma e trasformano il rapporto accessorio in contratto non appena l’impiego diventa stabile e quanti continuano a suddividere illegalmente l’impiego stabile in più rapporti accessori. Soltanto due limiti economici imposti dalla legge impediscono al momento una diffusione più massiccia dei voucheristi, auspicata da un’ampia scuola di giuslavoristi rappresentata anche dall’ex ministro nel governo Berlusconi, Maurizio Sacconi. Sono la barriera di settemila euro netti del compenso complessivo annuo in buoni che un lavoratore non può superare e di 2.020 euro all’anno pagati da ogni singolo committente. La terza condizione, cioè il vincolo che si tratti di lavoro accessorio, viene già aggirata da tempo. Soprattutto dove i voucher hanno avuto successo nel coprire il lavoro nero. un alibi per evitare guai Ecco cosa accade in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, regioni in cui l’impiego di voucheristi ha registrato un aumento del 57,4 e del 40,1 per cento nell’ultimo anno. I buoni-lavoro hanno polverizzato i contratti part-time e stagionali nell’agricoltura. E oggi anche nelle campagne raccontate nel primo romanzo di Pier Paolo Pasolini "Il sogno di una cosa", grazie ai voucher si ricorre largamente al lavoro nero. La raccolta della frutta e la vendemmia in Friuli durante l’estate e l’autunno 2015 hanno consolidato il rapporto tra la parte dello stipendio pagata in buoni e la parte illegale. È di uno a trenta: 37,50 euro al mese in voucher e 1.062,50 in contante per un massimo mensile di millecento euro. Ovviamente, soltanto per le settimane lavorate. Se piove o la raccolta termina, si va a casa senza paga. Fanno comunque più o meno 40 euro al giorno: un ottimo compenso rispetto ai 25-30 euro pagati, quando va bene, dai caporali in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Ma che senso ha staccare 37 euro e 50 al mese in buoni-lavoro su un totale di millecento euro? Sono il valore netto di appena cinque voucher: «Certo», risponde Paolo F., 53 anni, ex operaio in un’impresa subappaltatrice di Fincantieri a Monfalcone e oggi bracciante a chiamata: «E sono l’alibi per evitare guai con l’ispettorato. È la prima informazione che ti danno sui campi: "Se viene un controllo, dite che è il primo giorno che fate qui". Il voucher serve a questo: a coprire l’eventuale verifica o l’eventuale infortunio. Alla raccolta della frutta quest’anno eravamo in novanta. Un po’ di tutto: padri di famiglia come me, cinquantenni in mobilità da anni, donne senza lavoro, qualche romeno. Tutti pagati 37 euro e 50 in voucher al mese e il resto cash. Fanno oltre novantamila euro al mese di nero che l’azienda tira fuori per pagare il personale. Per obbligarli a versare i contributi, basterebbe verificare il lavoro eseguito. Come è possibile raccogliere tonnellate di frutta per i supermercati lavorando soltanto le cinque ore al mese retribuite dai voucher? Inutile aggiungere che di controlli non ne abbiamo mai visti». Perché non vuole sia rivelato il suo cognome? «Perché devo lavorare. I voucher hanno cancellato le ultime tutele sindacali: se parli, come minimo non ti chiamano più». Una norma, introdotta dopo l’inchiesta de "l’Espresso" sul caporalato nella raccolta dei pomodori, impone che i contratti siano registrati un giorno prima del loro inizio. Con i voucher basta un minuto prima: magari lo stesso momento in cui avviene un incidente. «Sappiamo di imprenditori che una volta passato il nostro controllo hanno disattivato il voucher», rivelano i carabinieri del Nucleo di tutela del lavoro in Lombardia: «Lo sappiamo in via confidenziale. L’Inps non ha nessuna banca dati sulle disattivazioni. Il trucco è attivare il voucher tutti i giorni per una sola ora. E magari disattivarlo a fine giornata. Per noi diventa impossibile contestare il lavoro nero. Dall’evasione totale dei contributi si passa all’elusione e le sanzioni si riducono. Dovremmo insomma impiegare uomini e risorse dello Stato per recuperare cifre irrisorie che non giustificano il costo». educatore e fattorino Basta il confronto con la cedola di una busta paga tradizionale per misurare la smaterializzazione del rapporto di lavoro che il voucher ha garantito. Questo è quanto riporta la busta: ragione sociale dell’azienda, nome e cognome del dipendente, data di nascita, data di assunzione, scatti di anzianità, luogo di lavoro, mansione, figli a carico, ferie, permessi, Tfr, versamenti Inps e Inail. E questo è quanto viene richiesto dal voucher: periodo prestazione, codice fiscale datore di lavoro, codice fiscale lavoratore, firma lavoratore. Fine. Aldo Furini, 55 anni, gestisce con la sorella Silvia la trattoria "Il Santuario" a Rovello Porro, provincia di Como. Pranzo a prezzo fisso a dodici euro durante la settimana e pizzeria-birreria il venerdì e il sabato sera. Molte fabbriche svuotate dalla delocalizzazione. La concorrenza delle mense aziendali. «Tutta la settimana bastiamo noi», racconta Furini, «venerdì e sabato, se abbiamo prenotazioni o prevediamo movimento, chiamiamo i ragazzi. Sono tutti studenti. A volte qualcuno non può o è malato, allora si continua il giro di telefonate finché la necessità è coperta. Li paghiamo tutti con i voucher. Lo Stato ha la grande convenienza. Prende i soldi in anticipo all’acquisto dei buoni e si tiene il venticinque per cento. È un vantaggio anche per l’Inps, visto che per la crisi molte aziende non pagano più i contributi». Mai pensato di stabilizzare uno o due camerieri? «Vorremmo assumere un dipendente a contratto. Ma le spese sono insopportabili. Soltanto per tenere la contabilità della busta paga, la Camera di commercio ci chiede milleduecento euro all’anno per persona. Più di uno stipendio mensile. Noi non ci stiamo dentro». Non per tutti la roulette gira così male. Simone Regio, 39 anni, è soddisfatto. Grazie ai voucher può arrotondare i milleseicento euro netti di due contratti part-time: educatore in un centro di riabilitazione psichiatrica e in un’associazione privata. Il terzo lavoro di voucherista è sui pedali: corriere porta a porta in bicicletta per la "Ubm - Urban bike messengers" di Milano, la più grande società del settore in Italia. Il suo collega, Simone Gambarin, dai buoni-lavoro è passato al contratto a tempo indeterminato sempre con "Ubm". E a 36 anni può finalmente permettersi la sua prima casa in affitto. «Per noi i voucher sono stati una soluzione», spiega Gianni Fiammengo, proprietario di Ubm, «per tutte quelle persone che lavorano saltuariamente e che così sono pienamente coperte da contratto, assicurazione e Inps. Ora i voucher li utilizziamo poco perché gli sgravi fiscali ci hanno permesso di assumere quattordici corrieri full-time. I buoni li usiamo per i pochi part-time rimasti. Nel frattempo l’azienda si è ingrandita». se non sai più chi sei Marco Traversari è docente nel laboratorio di Antropologia e lavoro del corso di laurea magistrale in Antropologia dell’Università di Milano Bicocca. Insegna anche Antropologia culturale in un liceo di Brescia. È laureato in scienze politiche, antropologia e filosofia ed è autore di libri e manuali scolastici. I due contratti part-time da docente coprono solo il settanta per cento del suo fabbisogno per vivere. Per il rimanente trenta per cento, Traversari deve impegnarsi in consulenze culturali, corsi di formazione, partecipazione a conferenze. E in tutto questo è pagato in voucher. «Nel 2015 i buoni-lavoro hanno spazzato via tutto quello che esisteva: contratti, cococo, cocopro, finte partite Iva, ritenute d’acconto. Dove la pubblica amministrazione ha appaltato i servizi», spiega, «lì le cooperative ora pagano solo in voucher. Ma il cambiamento va oltre l’eliminazione del contratto. I voucher sono la cifra della trasformazione culturale che stiamo vivendo. In gioco c’è il ruolo sociale di ciascuno: in sociologia, il ruolo è costituito dalle aspettative che gli altri hanno del tuo status sociale. Nel voucher il ruolo è indifferenziato. In questo il voucher è l’emblema del postfordismo: è l’espressione della smaterializzazione del lavoro come costruzione della propria identità stabile. Freud però ci insegna che l’identità psicologica stabile deriva dall’equilibrio tra eros e lavoro. Nel momento in cui il lavoro diventa instabile, flessibile, smaterializzato anche l’identità psicologica diventa fluida, instabile». Dove porta tutto questo? «Al problema di non sapere chi sei. Allora diventa potente la necessità di un’identità nazionalistica o religiosa. E lo vediamo in quello che sta succedendo in Europa. Gli studenti comunque vogliono i voucher: chi fa lavori di pochi mesi, trova giusto essere pagato in voucher. La flessibilità è parola che loro mettono in pratica». L’identità di Andrea P., parcheggiatore notturno a Milano, è flessibile da quando ha perso il lavoro di carrozziere. E poi il contratto di autista. Lui ha cercato di nascondere il dramma alla moglie e ai due figli. Per portarli in vacanza, ha speso i duemila euro di risparmio dei ragazzi. Ma quando la moglie lo ha scoperto, l’ha cacciato di casa. Ora Andrea, a quasi cinquant’anni, è tornato a vivere con la mamma, vedova e pensionata. La madre, immigrata pugliese nella Milano del boom economico, non sa che il figlio è un voucherista: 400-500 euro al mese in buoni da marzo a settembre nella stagione dei concerti. Sorveglia le auto del pubblico oppure controlla i biglietti ai tornelli quando a San Siro e nelle discoteche arrivano i grandi nomi della musica italiana e mondiale. Ma di tutto lo spettacolo, Andrea prende soltanto le briciole: «Da settembre a marzo faccio la fame», confessa, «non ho però il coraggio di dirlo a mia madre. Allora mi alzo la mattina alle 6,30, mi lavo e mi vesto. E fingo di andare a lavorare». Il nascondiglio, l’ultimo rifugio stabile sono i tre metri per uno e mezzo della cantina, un finto tappeto di nylon sul cemento, un piumone bianco per scaldarsi, lo scaffale vuoto alla parete, due maglie in cashmere della vita che fu appese a un angolo. Andrea ascolta la radio, dorme, pensa. Fino alle due del pomeriggio, quando esce dal sotterraneo e finge di tornare dal lavoro. La prima volta che l’hanno pagato in voucher, l’hanno perfino fregato. L’impresario di quel periodo gli ha dato buoni per 400 euro. Ma quando il parcheggiatore è andato a riscuoterli dal tabaccaio e poi all’Inps, gli hanno detto che erano stati disattivati. Andrea sorride amaro: «Ho scoperto così che anche il buono non era buono».