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 2016  dicembre 23 Venerdì calendario

Il grande flop di Jp Morgan. Così Dimon aveva illuso Renzi

È sopravvissuto al crollo di Lehman Bros, alla grande crisi finanziaria, a un cancro, sopravviverà anche a Montepaschi, Jamie Dimon. Di certo, l’impresa non verrà ricordata nel lungo elenco dei suoi successi.
A capo di Jp Morgan da oltre un decennio, ha visto i suoi colleghi delle grandi banche americane cadere come birilli sotto i colpi della crisi restando sempre saldo al suo posto. Guadagnando sempre di più, tipo 20 milioni di euro all’anno, per capirsi.
«Per Dimon l’Italia vale come un paese africano» dice un banchiere italiano di lungo corso, liquidando così le ricadute per Jp Morgan del fallimento dell’operazione Mps. Non è proprio così. E lo dimostrano i lunghi e dettagliati articoli usciti nelle ultime settimane sul ruolo della banca americana – per chiarire, una delle più grandi del mondo – nella disgraziata operazione «di mercato» per l’istituto senese. Da ultimo, il Financial Times ieri in un ampio pezzo raccontava «Come il piano di Dimon per salvare Montepaschi è andato in pezzi». Non gli avrà fatto piacere, a Dimon, leggere un titolo simile in una delle testate simbolo della finanza globale.
Alla fine la sua colpa è stata quella di fare visita a Matteo Renzi, agli inizi di luglio, quando l’inquilino di Palazzo Chigi era alle prese con la grana Mps e di rassicurarlo: a risolvere il problema ci avrebbero pensato i suoi ragazzi. Poi è tornato in America, a occuparsi di cose più serie tipo guidare una delle banche più grandi del mondo. Con il cerino in mano è rimasto Guido Nola, capo delle attività in Italia della banca, l’uomo che più di tutti è stato in primissima fila in questi ultimi sei tormentati mesi della vita della banca. Da lì è successo di tutto. Il primo passo falso è stato proprio il primo passo: «Diciamo che sono entrati in banca senza bussare», racconta un testimone. Gli uomini di Jp Morgan hanno la loro ricetta, l’appoggio del governo e le idee chiare. Aumento di capitale sul mercato da 5 miliardi, pulizia completa delle sofferenze e un prestito ponte di cinque o sei miliardi fornito dalla stessa Jp Morgan in attesa della garanzia pubblica sulle sofferenze. Qualcuno a Roma ha capito male: «Abbiamo dovuto spiegare a Palazzo Chigi che “bridge loan” è un prestito da restituire, debito e non capitale», racconta lo stesso protagonista. La svizzera Ubs, da tempo consulente di Siena, dice che non si può fare: cinque miliardi sono troppi. Presenta un piano alternativo al quale si associa Corrado Passera, ma non c’è nulla da fare. Si deve andare avanti con Jp Morgan. Ubs sbatte la porta e a fine luglio l’allora ad Fabrizio Viola presenta il piano targato Jp Morgan. Passa qualche settimana e inizia a circolare l’indiscrezioni che sì, in effetti si potrebbe fare anche la conversione di bond. E che forse 5 miliardi sono troppi. Jp Morgan chiede la testa di Viola – al quale era stata appena confermata la fiducia – che in un paio di giorni perde il posto. Arriva Marco Morelli, ex Mps ed ex Jp Morgan. Presenta un nuovo piano con la conversione dei bond e il ruolo forte di un «anchor investor», forse il fondo sovrano del Qatar, che avrebbe dovuto prendere il 20%. Poi ci sono i tempi stretti, il referendum, la vittoria del No, l’uscita di Renzi dal governo e la Bce che insiste per chiudere tutto entro la fine dell’anno. Il Qatar non si vede. Il complicato piano di Jp Morgan, nato in un caldo luglio romano, è morto ieri sera.
Ma per Jamie Dimon la notizia peggiore sarà un’altra: da tutto questo gran casino, Jp Morgan – lo ha chiarito Mps ieri – non prenderà un euro.