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 2016  dicembre 23 Venerdì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - LA POLIZIA ITALIANA UCCIDE L’ASSASSINO DI BERLINO REPUBBLICA.IT L’hanno identificato dalle impronte digitali e dalla misura del volto: l’uomo ucciso a Sesto San Giovanni (MIlano) in una sparatoria con la polizia era Anis Amri, l’attentatore di Berlino, l’uomo che ha lanciato un camion sulla folla del mercatino di Natale a Berlino, uccidendo 12 persone, tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo, e ferendone una cinquantina

APPUNTI PER GAZZETTA - LA POLIZIA ITALIANA UCCIDE L’ASSASSINO DI BERLINO REPUBBLICA.IT L’hanno identificato dalle impronte digitali e dalla misura del volto: l’uomo ucciso a Sesto San Giovanni (MIlano) in una sparatoria con la polizia era Anis Amri, l’attentatore di Berlino, l’uomo che ha lanciato un camion sulla folla del mercatino di Natale a Berlino, uccidendo 12 persone, tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo, e ferendone una cinquantina. "Una scheggia impazzita". Il ricercato numero uno in Europa, dunque era in Italia, a Sesto San Giovanni. Che si tratti di lui, "senza ombra di dubbio", lo dice il ministro dell’Interno Marco Minniti. E lo dicono, prima ancora, gli esperti dell’antiterrorismo della Digos di Milano. Amri aveva una rete qui? Aveva contatti? A queste domande dovranno rispondere gli esperti dell’antiterrorismo e della Procura di Milano. "La cosa può portare anche a sviluppi futuri" aggiunge infatti il ministro. "Avrebbe potuto compiere altri attentati, era una scheggia impazzita, un latitante pericolosissimo" aggiunge il questore di Milano, Antonio De Iesu il quale precisa che Amri andava in giro "con la pistola carica e già pronta all’uso" come ha dimostrato, infatti, la prontezza con la quale ha sparato agli agenti. L’attentatore di Berlino aveva il colpo in canna. Ai poliziotti ha urlato: "Bastardi" Condividi In treno dalla Francia. Di certo Amri era arrivato in treno dalla Francia ma, appena uscito dalla stazione ferroviaria, è incappato in un controllo di polizia. Quando l’hanno fermato ha urlato "Poliziotti bastardi", poi ha sparato contro gli agenti: ed ha colpito Cristian Movio, 36 anni. Loro hanno risposto, due volte: il tunisino è stato raggiunto da un colpo al costato, risultato mortale, esploso dalla pistola di un agente in prova, Luca Scatà, un 29enne appena arrivato al commissariato di Sesto. Milano, polizia scientifica sul luogo della sparatoria a Sesto San Giovanni "Come un fantasma". Pochissimi effetti personali, nessun telefonino per non venire rintracciato, nessuno scritto, Amri "era come un fantasma": così lo descrive il questore sottolineando che non aveva con sè altre armi, colo un coltellino e qualche centinaia di euro. Stava aspettando qualcuno? "Questa è solo una delle ipotesi" risponde il responsabile della questura. Il film delle ultime ore. In tasca aveva alcuni biglietti delle ferrovie francesi, che hanno consentito di ricostruire il tragitto che aveva compiuto. L’uomo in treno aveva viaggiato da Chambery, in Savoia, fino a Torino, dove si era fermato per circa tre ore. Sempre in treno aveva raggiunto, intorno all’una di notte, la stazione Centrale di Milano. Da qui è ripartito per spostarsi a Sesto, dove intorno alle tre di notte ha incrociato gli agenti in pattuglia del commissariato locale. Coperture a Sesto? Potrebbe avere avuto ’coperture’ e ’appoggi’ da parte di qualche esponente della comunità islamica di Sesto: è l’ipotesi che gli inquirenti e gli investigatori dell’antiterrorismo milanese stanno esplorando mentre ricostruiscono gli spostamenti del tunisino da quando è arrivato in Italia. "Non c’è nessun collegamento con la moschea di Sesto" dice il questore facendo il punto delle informazioni sin qui disponibili. La pistola. Gli investigatori lavorano ora per capire se la pistola di cui l’uomo era in possesso fosse la medesima utilizzata per rubare il camion con cui è stato compiuto l’attentato di Berlino, e poi uccidere l’autista del tir. Sulla sparatoria di Sesto San Giovanni - per competenza territoriale - ha acquisito notizia di reato la procura di Monza, che nelle prossime ore però trasferirà gli atti a chi indaga sulla presenza in Italia del terrorista, prima e dopo l’attentato di Berlino. Il ministro: "L’Italia sia orgogliosa". In Italia, ha detto il ministro, commentando la notiza, esiste un "livello elevato di controllo del territorio che consente, nell’imminenza dell’ingresso di un uomo in fuga perché ricercato, di identificarlo e neutralizzarlo. L’Italia sia orgogliosa". Parole di ringraziamento sono arrivate dalla polizia tedesca, che su Twitter ha fatto gli auguri all’agente ferito, e dal ministro degli Esteri Martin Schafer: "Siamo grati alle autorità italiane per l’intenso scambio di informazioni in un clima di massima fiducia". Cristian Movio, il poliziotto ferito da Amri: le foto in ospedale La sparatoria. Le tre di notte in piazza I Maggio, zona stazione. Una volante del commissariato trova un uomo, un maghrebino. E’ a piedi, solo. Alla richiesta del capopattuglia di far vedere i documenti, dopo aver dichiarato di essere calabrese, estrae una pistola calibro 22 dallo zaino e spara, poi si nasconde dietro un’auto. Gli agenti rispondono al fuoco, sarebbe un colpo partito dalla pistola dell’autista della volante a ucciderlo. RACCONTO DEI POLIZIOTTI 3,4mila “NON HO documenti, ma sono calabrese”. Così aveva detto Anis Amri, ricercato in Germania e in Europa per la strage al mercatino di Natale di Berlino, quando i due agenti del commissariato di Sesto San Giovanni l’hanno fermato alle tre di notte vicino alla stazione ferroviaria. Ma gli agenti sono diffidenti ed a quel punto, come ha raccontato dopo il poliziotto ferito Cristian Movio, gli chiedono di appoggiare lo zaino che portava sulle spalle sul cofano della loro volante. “Continuava a dire che era di Reggio Calabria e che non aveva documenti, che li aveva lasciati da qualche parte”. A quel punto Anis Amri, invitato a svuotare lo zainetto, ha infilato la mano dentro il suo bagaglio e ha estratto la pistola con la quale ha cominciato a sparare ferendo alla spalla Christian Movio. A quel punto l’altro agente, Luca Scatà, che era a qualche metro di distanza dal tunisino, ha premuto il grilletto della sua pistola d’ordinanza e lo ha ferito mortalmente. Amri si è accasciato sull’ asfalto ma non è morto all’istante, hanno detto i due poliziotti che nel frattempo avevano dato l’allarme PUBBLICITÀ inRead invented by Teads alla loro centrale operativa, chiedendo rinforzi che sono arrivati subito dopo. Nello zainetto Anis Amri non aveva nulla di particolare: uno spazzolino, un dentifricio e un sapone da barba. Durante la fuga dalla Germania verso l’Italia si era disfatto anche del suo telefonino. MESSAGGIO TEDESCHI Grazie e pronta guarigione ai colleghi feriti.#Danke für die Unterstützumg & gute Besserung dem verletzten Kollegen. #Breitscheidplatz MASTROBUONI Le reazioni della Germania nel giorno dell’uccisione dell’attentatore di Berlino a Sesto San Giovanni. Ringraziamenti all’Italia dalla cancelliera e dal ministro dell’Interno, ma anche qualche imbarazzo per le operazioni in ritardo della polizia tedesca nei giorni successivi l’attentato omm lavapalimenti Attentatore ucciso, De Maiziere si congratula con l’Italia: "Incredibile successo" "Mi sono congratulato con i colleghi e la polizia italiana per questo incredibile successo": così il ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maiziere in conferenza stampa a Berlino ha commentato l’uccisione dell’autore dell’attentato di Berlino. "La minaccia terroristica resta alta", ha proseguito il ministro, "dobbiamo tenere alto l’allarme" L’Amaq, agenzia di stampa dello Stato Islamico, ha rilasciato un video che mostra Anis Amri mentre giura fedeltà all’Isis. L’attentatore al mercato natalizio di Berlino dichiara di voler vendicare i musulmani uccisi nei raid ad Aleppo in Siria e minaccia: "Veniamo a sgozzarvi come maiali". Il video è stato registrato a Kieler Brucke, un ponte a Berlino, prima di compiere la strage. Nelle immagini screenshot tratti dal video. Repubblica.it ha scelto di non pubblicare il filmato LASTAMPA.IT A uccidere stanotte nell’hinterland milanese, a Sesto San Giovanni, Anis Amri, l’attentatore di Berlino, sono stati due poliziotti nel corso di un normale controllo dei documenti. La pattuglia era composta dall’agente scelto, Cristian Movio, 36 anni, della provincia di Udine, del commissariato di Sesto San Giovanni e da Luca Scatà, di 29 anni, agente da dieci mesi e in prova da tre nello stesso commissariato, originario di Canicattì Bagni, in provincia di Siracusa. Cristian è rimasto ferito ed è stato operato all’ospedale di Monza dove è stato rimosso il proiettile incluso nella spalla destra. Illeso il collega Scatà. MAPPA Dalla Germania all’Italia, il percorso di Amri dopo l’attentato di Berlino L’agente in prova, Luca Scatà IL CONTROLLO DEI DOCUMENTI E LO SCONTRO A FUOCO Cosa è successo? La pattuglia della polizia è arrivata in piazza Primo maggio, di fronte alla stazione, intorno alle 3 si stanotte per un normale controllo. La situazione è precipitata in pochi istanti. I due agenti hanno chiesto i documenti ad Amri che ha estratto da uno zainetto una pistola calibro 22 e sparato, ferendo alla spalla l’agente Movio. Immediata la reazione dell’agente Scatà che ha risposto al fuoco, uccidendo l’aggressore. Ma non sa ancora di aver ucciso l’uomo più ricercato d’ Europa da tre giorni. Le impronte digitali e i tratti somatici hanno confermato l’identità del killer del mercato di Natale. LEGGI ANCHE Reclutatori e islam radicali, ecco la rete del terrore di Amri MINISTRO DELL’INTERNO: “GRATI AI DUE POLIZIOTTI” Grato dell’operato dei due agenti si è detto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, nel corso di una conferenza stampa al Viminale: «Noi guardiamo a questi due ragazzi come persone straordinarie, di giovanissima età, che facendo semplicemente il loro dovere hanno reso un servizio straordinario alla comunità. Penso sinceramente di poter interpretare il sentimento del nostro Paese nel dire loro che l’Italia è a loro grata». Ha poi aggiunto: «L’agente Christian Movio è una persona straordinaria, un ragazzo molto motivato. L’ho ringraziato per la professionalità dimostrata insieme al suo collega». «Gli ho trasmesso la mia gratitudine personale - ha detto Minniti - e gli ho fatto gli auguri di una pronta guarigione. Nei prossimi giorni andrò personalmente ad abbracciarlo. Gli ho anche fatto gli auguri di Buon Natale, dicendogli che grazie a persone come lui gli italiani potranno fare un Natale ancora più felice». IL RINGRAZIAMENTO DELLA POLIZIA TEDESCA LA FAMIGLIA DELL’AGENTE SCATA’: “HA FATTO IL SUO DOVERE” «Ringrazio Dio che sia vivo. È un ragazzo coraggioso e ha fatto il suo dovere». A dirlo è stato Giuseppe Scatà, dipendente comunale di Canicattì Bagni, padre di Luca Scatà, l’agente di polizia coinvolto nella sparatoria in cui è rimasto ucciso il tunisino accusato della strage di Berlino. «Luca è forte e determinato e noi ne siamo orgogliosi» ha aggiunto la madre. «È sempre stato forte, maturo, deciso - ha spiegato - Dopo il concorso ha fatto la scuola di Campobasso e a novembre ha fatto il giuramento. Ci siamo andati tutti. La sede di Milano l’ha scelta lui. A febbraio sarà effettivo». LASTAMPA.IT Due colpi, di cui uno mortale all’altezza del costato, che lo hanno fatto spirare in dieci minuti. Così è morto Anis Amri, il terrorista di Berlino, secondo il dettagliato racconto di Roberto Guida, vice questore aggiunto e a capo del commissariato di Sesto San Giovanni, il paese alle porte di Milano dove questa notte è avvenuto il fermo e l’uccisione dell’attentatore. Sono le 3.08 del mattino della notte scorsa quando la voltante del commissariato, proprio davanti alla stazione ferroviaria di Sesto, vede «questa persona sospetta di origine maghrebina», spiega Guida in conferenza stampa. PUBBLICITÀ inRead invented by Teads I due agenti, che sono Luca Scatà e Cristian Movio, fermano Amri, che è senza documenti ma «parla un buon italiano con accento straniero». Una volta chiesto di svuotare lo zainetto, il terrorista, tranquillo, estrae la calibro 22 «con mossa repentina e inattesa» colpisce Movio alla spalla. Nonostante sia ferito, l’agente prova a tirare fuori la pistola, sparando un colpo, ma Amri è già dietro la volante per nascondersi e forse «riuscire a freddare gli agenti». A quel punto, il 29enne Scatà, agente in prova, fa il giro della macchina e risponde al fuoco, sparando due colpi uccidendolo. Prima di essere ucciso Amri ha urlato «poliziotti bastardi». Quando è stato fermato dai due agenti ha detto di essere di Reggio Calabria. Lo ha riferito Christian Movio, l’agente rimasto ferito nel conflitto a fuoco. Movio, che in ospedale ha parlato col vice presidente della Regione Lombardia, Fabrizio Sala che lo ha incontrato, ha detto che Amri «non aveva accento italiano e ci ha insospettito». MARCO IMARISIO Quella di Anis Amri è una storia esemplare. Della nostra fragilità, intesa come Europa, della sovrumana difficoltà che implica il tentativo di tenere tutto insieme, accoglienza e sicurezza, diritti umani e disumanità altrui. Il sospetto sembra ormai una certezza. Non c’è soltanto il suo documento di identità lasciato sotto al sedile del Tir che ha fatto strage al mercatino di Natale. Anche l’esame del Dna e le impronte digitali ritrovate nella cabina del camion portano a lui. Ma queste sono notizie di giornata. La domanda su come sia stato possibile che accadesse ancora viene da molto più lontano. Il ragazzo tunisino sembra quasi un predestinato. Il padre lo caccia di casa a 15 anni dopo averlo sorpreso a rubare. In madrepatria commette una mezza dozzina di reati. Sull’onda della primavera araba arriva in Italia. Nel centro di accoglienza per minori capeggia una rivolta, picchia, minaccia, brucia. In carcere si converte al jihad. Viene espulso ma nessuno se lo riprende, quindi resta dov’è. Infine arriva in Germania, dove ha almeno un anno di tempo per tramare, frequentare reclutatori dell’Isis, essere intercettato mentre cerca armi e si offre come kamikaze, venire fermato a un controllo e lasciato andare. La sua corsa non è neppure finita, perché lo stanno cercando. A ogni tappa del suo viaggio corrisponde un segnale. Non essere mai capaci di capirli, di prevenire per non recitare dopo il consueto «l’avevamo detto». Il problema è questo. I nostri errori di sistema. Amri entra nei penitenziari italiani come un delinquente comune. Ben presto si mette a frequentare un gruppo ristretto di detenuti tunisini, legati a Ansar al Sharia, legata ad Al Qaeda. Quando viene trasferito all’Ucciardone di Palermo per l’ultimo anno di pena il processo di radicalizzazione è in atto. Non c’è mai un’unica spiegazione per scelte di vita, e di morte, così estreme. Ma ogni volta il passaggio in carcere ritorna nel calvario al quale ormai è sottoposta l’Europa. La strage di Charlie Hebdo e dell’ipermercato kosher nasce due anni prima dall’incontro tra i futuri terroristi Chérif Kouachi e Ahmedy Koulibaly in una cella dell’istituto di massima sicurezza a Fleury-Mérogis, Parigi. Il punto di non ritorno nella storia di Abdellhamid Abbaoud, l’organizzatore del massacro al Bataclan e nei ristoranti della capitale francese, è un breve periodo di detenzione per spaccio di droga, con annesso pestaggio in commissariato. Ibrahim e Khalid El Bakraoui erano membri della banda di Laeeken, periferia di Bruxelles. Furti e rapine a mano armata, prigione. Si sono fatti saltare in aria nella capitale belga. Spazio ristretto, nulla da fare se non parlare gli uni agli altri. Un inquilino su tre delle carceri italiane proviene da Paesi islamici. In Francia, dove sono più della metà, hanno avviato 5 distretti in cui raggruppano 200 detenuti «intensamente» radicalizzati, seguiti da psicologi. Un progetto pilota. Forse serve ben altro. Quando rivede l’alba, Amri sarebbe obbligato al ritorno in Tunisia. Il ministero dell’Interno ha firmato il decreto. Lui finisce al Centro di identificazione ed espulsione di Caltanissetta. La legge impone una permanenza massima di trenta giorni in queste strutture, che nei fatti sono una forma ulteriore di prigionia. In quanto considerate tali anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, il tempo della sosta è stato più volte ritoccato, seguendo l’onda emotiva della cronaca e anche i possibili aspetti di incostituzionalità. Dagli iniziali 15 giorni si passò addirittura a sei mesi, per poi fermarsi alla durata massima di un mese, durante il quale le autorità dei Paesi che hanno un trattato bilaterale con il nostro, come è il caso della Tunisia, devono «riconoscere» il compatriota. Se scadono i termini, liberi tutti. Il questore dell’ultimo domicilio conosciuto, Palermo in questo caso, può intimare l’allontanamento dall’Italia con un atto che ha mero valore amministrativo. Da quel momento, Amri diventa un clandestino a tutti gli effetti. Anche qui, mal comune. Anzi, peggio. Il 30 luglio 2016 il giovane tunisino viene fermato vicino al confine tedesco con Svizzera e Austria, su una corriera diretta a Berlino. La corte distrettuale firma il decreto di espulsione. La Tunisia sostiene che non è un suo cittadino. Amri resta in un centro di detenzione temporanea per soli cinque giorni. Poi torna libero. È il 7 agosto. Mancano tre mesi e 12 giorni alla strage di Berlino. [Esplora il significato del termine: L’Italia ha fatto il suo dovere. Quando Amri arriva in Germania, il suo provvedimento di espulsione è già stato registrato nel Sis, il sistema europeo che regola il passaggio delle persone nell’area di Schengen. Nel 2016 il nostro governo dirama allo stesso organismo anche un allarme sul suo conto. Ma il tunisino se la cava usando alias diversi a ogni controllo. Nell’aprile del 2016 fa richiesta di asilo politico all’Ufficio federale del Nord Reno-Vestfalia, sostenendo di essere egiziano, perseguitato in madre patria per le sue idee. Quando viene sottoposto a un colloquio, dimostra di non sapere neppure dov’è il Cairo. In due settimane la sua domanda viene respinta. «Manifestamente infondata». Come al solito, mancano i documenti per espellerlo. In quel momento, le autorità tedesche sapevano chi davvero fosse Anis Amri? Erano al corrente del potenziale pericolo? No. Se la circolazione delle notizie è fondamentale per la rapidità dele decisioni imposte dal nuovo terrorismo, siamo all’anno zero, o quasi. A livello europeo abbiamo la banca dati comune, ma non esiste un organismo dove confluiscono i rapporti di Polizie e servizi di sicurezza sui soggetti più «sensibili». Ogni Paese ha sistemi giuridici e fattispecie di reato diverse, questa la spiegazione ufficiale. Ma la vera ragione di questa lacuna riguarda invece un male endemico dell’Europa. Nessuno si fida degli altri, nessuno, con poche eccezioni tra le quali l’Italia, vuole condividere le proprie informazioni in tempo reale. (Ap) prev next (Ap) prev L’espulsione impossibile Il fallimento della polizianext 22 dicembre 2016 | 23:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA shadow 56% totale voti9 7 0 62 5 Dopo aver letto questo articolo mi sento... CONTRIBUTI 7 SCRIVI aside shadow 1. La storia di Anis e della nostra fragilità 2. La conversione in carcere 3. L’espulsione impossibile 4. La mancata cooperazione 5. Il fallimento della polizia ] L’Italia ha fatto il suo dovere. Quando Amri arriva in Germania, il suo provvedimento di espulsione è già stato registrato nel Sis, il sistema europeo che regola il passaggio delle persone nell’area di Schengen. Nel 2016 il nostro governo dirama allo stesso organismo anche un allarme sul suo conto. Ma il tunisino se la cava usando alias diversi a ogni controllo. Nell’aprile del 2016 fa richiesta di asilo politico all’Ufficio federale del Nord Reno-Vestfalia, sostenendo di essere egiziano, perseguitato in madre patria per le sue idee. Quando viene sottoposto a un colloquio, dimostra di non sapere neppure dov’è il Cairo. In due settimane la sua domanda viene respinta. «Manifestamente infondata». Come al solito, mancano i documenti per espellerlo. In quel momento, le autorità tedesche sapevano chi davvero fosse Anis Amri? Erano al corrente del potenziale pericolo? No. Se la circolazione delle notizie è fondamentale per la rapidità dele decisioni imposte dal nuovo terrorismo, siamo all’anno zero, o quasi. A livello europeo abbiamo la banca dati comune, ma non esiste un organismo dove confluiscono i rapporti di Polizie e servizi di sicurezza sui soggetti più «sensibili». Ogni Paese ha sistemi giuridici e fattispecie di reato diverse, questa la spiegazione ufficiale. Ma la vera ragione di questa lacuna riguarda invece un male endemico dell’Europa. Nessuno si fida degli altri, nessuno, con poche eccezioni tra le quali l’Italia, vuole condividere le proprie informazioni in tempo reale. [Esplora il significato del termine: l ponte delle spie reso celebre dal film di Steven Spielberg può essere d’aiuto per spiegare la figuraccia dei servizi di sicurezza tedeschi. Chi lo attraversa, cammina per la metà berlinese sotto la giurisdizione di un ministro dell’Interno della Cdu, e per l’altra dipende dal suo collega del Brandeburgo, nominato dai socialisti della Spd. La Germania è uno Stato federale. In materia di terrorismo l’organo competente delle indagini è la Bka, la Polizia criminale federale, che per via della sua ragione sociale non ha un vero capo. A questo bisogna aggiungere 40 diversi organi di sicurezza che devono essere coordinati dai singoli Land, ognuno dei quali a sua volta dispone della propria Polizia giudiziaria, criminale e politica. Non è una struttura omogenea, ma un cubo di Rubik. Le idee di Amri erano chiare fin dal febbraio scorso. Nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla filiera berlinese di reclutamento per la Siria, chiedeva dove poteva trovare una pistola, e si diceva pronto a missioni suicide. A quel tempo risultava residente in un ostello di Emmerich, nel Nord Reno Vestfalia. Ma viveva nella capitale tedesca, dove frequentava l’imam considerato il numero uno dell’Isis in Germania. A maggio Amri è stato fermato dopo una rissa in un bar per questioni di droga. La strage di Berlino poteva essere evitata. Come è avvenuto in Francia, e in Belgio. Le strutture degli apparati di polizia dei Paesi europei risalgono quasi tutte al secolo scorso. Siamo ormai nel 2017. (Epa) prev next (Epa) prev La mancata cooperazione next 22 dicembre 2016 | 23:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA shadow 56% totale voti9 7 0 62 5 Dopo aver letto questo articolo mi sento... CONTRIBUTI 7 SCRIVI aside shadow 1. La storia di Anis e della nostra fragilità 2. La conversione in carcere 3. L’espulsione impossibile 4. La mancata cooperazione 5. Il fallimento della polizia ] l ponte delle spie reso celebre dal film di Steven Spielberg può essere d’aiuto per spiegare la figuraccia dei servizi di sicurezza tedeschi. Chi lo attraversa, cammina per la metà berlinese sotto la giurisdizione di un ministro dell’Interno della Cdu, e per l’altra dipende dal suo collega del Brandeburgo, nominato dai socialisti della Spd. La Germania è uno Stato federale. In materia di terrorismo l’organo competente delle indagini è la Bka, la Polizia criminale federale, che per via della sua ragione sociale non ha un vero capo. A questo bisogna aggiungere 40 diversi organi di sicurezza che devono essere coordinati dai singoli Land, ognuno dei quali a sua volta dispone della propria Polizia giudiziaria, criminale e politica. Non è una struttura omogenea, ma un cubo di Rubik. Le idee di Amri erano chiare fin dal febbraio scorso. Nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla filiera berlinese di reclutamento per la Siria, chiedeva dove poteva trovare una pistola, e si diceva pronto a missioni suicide. A quel tempo risultava residente in un ostello di Emmerich, nel Nord Reno Vestfalia. Ma viveva nella capitale tedesca, dove frequentava l’imam considerato il numero uno dell’Isis in Germania. A maggio Amri è stato fermato dopo una rissa in un bar per questioni di droga. La strage di Berlino poteva essere evitata. Come è avvenuto in Francia, e in Belgio. Le strutture degli apparati di polizia dei Paesi europei risalgono quasi tutte al secolo scorso. Siamo ormai nel 2017.