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 2016  dicembre 23 Venerdì calendario

L’esercito dei «fantasmi». 50mila migranti espulsi che spariscono in Europa

Il 18 luglio dell’anno scorso, quando raccoglie le sue cose in un borsone, saluta tutti e lascia il Cie di Pian del Lago a Caltanissetta, Anis Amri ha in tasca un foglio di espulsione. A quattro anni dal suo sbarco a Lampedusa, scontata la condanna e “scampato” al rimpatrio coatto per il mancato arrivo in tempo utile dei documenti necessari da parte delle autorità tunisine, Amri entra a far parte ufficialmente dell’esercito dei “seven days”, come nel loro gergo gli stessi migranti chiamano quelli di loro che ricevono dalle questure quel pezzo di carta con il timbro del ministero dell’Interno che intima loro di lasciare autonomamente il territorio italiano entro sette giorni.
Un esercito di fantasmi, di natura estremamente composita, ma con un unico marchio, quello degli irregolari. Cinquantamila, dicono le stime più aggiornate che incrociano i dati del Viminale su espulsioni e rimpatri coatti con quelli delle commissioni che decidono sulle richieste di asilo e dei ricorsi in appello. C’è chi, come Amri, ne approfitta per far perdere le sue tracce e lasciare l’Italia verso altri paesi in cui, se fermato, non rischia un nuovo arresto. Ci sono poi richiedenti asilo che dopo uno o due anni in attesa dell’esito della loro domanda si vedono dire di no dalle commissioni, e ci sono migliaia di profughi che, senza neanche capire cosa fanno, firmano al loro sbarco in Italia quel foglio che gli mettono sotto il naso i poliziotti che li identificano e che chiedono loro se sono venuti in Italia per “work”.
Nella maggior parte dei casi è questa la parola che fa immediatamente diventare un migrante in arrivo dal centro Africa “seven days”, la dichiarazione di aver affrontato il viaggio in cerca di lavoro. Un’ammissione che li colloca automaticamente nella lista dei cosiddetti migranti economici, quelli che non hanno neanche diritto a presentarla la domanda di asilo politico. È così che, a migliaia, a poche ore dalla loro identificazione, con in mano quel foglio di via che impone loro un improbabile allontanamento volontario, diventano irregolari in sette giorni.
Da anni ormai i numeri certificano il fallimento di un meccanismo che non funziona. Sono meno del 40 per cento i migranti espulsi che effettivamente lasciano l’Italia e solo la metà di questi con i rimpatri coatti. Impossibili da farsi in assenza di accordi bilaterali con i paesi di provenienza. L’Italia può contare solo su quattro accordi, con Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria. Ben poca cosa se si pensa che la stragrande maggioranza dei 175 mila sbarcati nel 2016 proviene dai paesi dell’Africa subsahariana.
Come dimostra la storia del presunto attentatore di Berlino, anche rimpatriare chi arriva da paesi con cui l’Italia ha un acccordo non è per nulla facile. Basta ripercorrere le tappe di Amri per individuare le falle a cominciare dal periodo limitato a 60 giorni per il trattenimento nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione. Se i consoli dei paesi di provenienza non li riconoscono e non mandano i documenti necessari in tempo la legge prevede il loro rilascio. Con quel foglio di espulsione in mano che naturalmente non si traduce mai in un ritorno a casa. I “fantasmi” scompaiono nel nulla, ricompaiono la notte nelle stazioni dei treni o dei bus. Dormono per terra, non hanno diritto a nessuna assistenza, rischiano l’arresto alla scadenza dei sette giorni. Chi ce la fa, come Anis Amri, dall’Italia comunque se ne va. Per continuare il suo viaggio, senza nessun aiuto ma anche senza nessun controllo.