Manuela Croci, Sette 23/12/2016, 23 dicembre 2016
SUGLI SCI SONO UNA LADRA DI PROFESSIONE– [Sofia Goggia] «Contenta sì, accontentarmi proprio no»
SUGLI SCI SONO UNA LADRA DI PROFESSIONE– [Sofia Goggia] «Contenta sì, accontentarmi proprio no». Gioca con le parole e tra una frase e l’altra regala risate che lasciano trasparire tutta la sua allegria. È così, insieme solare e determinata, Sofia Goggia, 24enne bergamasca vincitrice finora di cinque medaglie in Coppa del mondo (bottino aggiornato a venerdì 16 dicembre, giorno in cui va in stampa questo numero di Sette, ndr). Sul podio è salita per i tre bronzi nello slalom gigante di Killington (Usa), nel supergigante di Lake Louise in Canada e nella combinata di Val d’Isere, e per i due argenti conquistati nella discesa libera che si è disputata a inizio dicembre sempre a Lake Louise e nel gigante di Sestriere. Ora manca solo l’oro, le faccio notare. Si fa seria. «Lo inseguo con tutta me stessa. Da sempre il mio obiettivo è stato quello di vincere sciando». C’è una pista in particolare sulla quale vorrebbe conquistare per la prima volta in Coppa del Mondo il gradino più alto del podio? «Fino a qualche settimana col sorriso sulle labbra e un po’ di spensieratezza avrei risposto: la prossima. Ora ho fame e dico: vanno bene tutte. Anche se, devo ammetterlo un desiderio speciale c’è, e credo sia condiviso da tanti altri atleti: mi piacerebbe conquistare un oro alle Olimpiadi. I Giochi hanno un fascino tutto speciale. Fin da piccola inseguo questo sogno». Piccola quanto? «Ho iniziato a sciare a quattro anni, a sei già avevo le idee chiare: volevo che quelle discese diventassero il mio lavoro». Una passione condivisa in famiglia? «I miei genitori, da buoni bergamaschi avevano – e hanno ancora – una casa a Foppolo. Si tratta di un piccolo appartamento, lì trascorrevamo le vacanze di Natale e io e mio fratello prendevamo lezioni di sci. Mi sono innamorata subito della neve. Mio nonno, che non ho conosciuto, mi dicono fosse appassionato. Forse ho ereditato da lui questo amore». Un amore che l’ha anche fatta soffrire. Sono tanti gli infortuni alle ginocchia, anche gravi, che ha subito in carriera. «È stata dura, però nonostante i lunghi stop e gli interventi mi sento fortunata perché ho l’opportunità di fare ciò che ho sempre desiderato. Ora sto bene e voglio guardare solo avanti». Non ha mai pensato di smettere? «Nemmeno per un minuto». E i suoi genitori durante le convalescenze cosa le dicevano? «Mi sono sempre stati vicini. Anche mia mamma, che all’inizio era un po’ dubbiosa, adesso è felice. Non tanto per i risultati, che certo la inorgogliscono, ma soprattutto perché sa che sono serena, felice. Anche se in realtà mi vede poco». Certo, voi atleti siete sempre in viaggio. «Sì, ci alleniamo sia in estate sia in inverno». Lei quante ore passa in pista? «Durante la bella stagione, faccio anche sei ore e mezzo di allenamenti al giorno. D’inverno invece è tutto diverso, sugli sci a volte sto solo cinque minuti. Ma per fare quei cinque minuti di discesa si sta in ballo davvero tanto». Le pesano la lontananza da casa e la fatica fisica? «Per nulla, davvero. Come potrei parlare di sacrifici, faccio quello che mi piace». A proposito di cose piacevoli, lei gareggia in discesa, supergigante, slalom gigante e supercombinata: qual è la disciplina in cui è più a suo agio? «Il superG perché è una manche secca. In una sola discesa sono racchiuse istinto, tecnica, velocità. È quella che mi rispecchia di più». E la pista preferita? «Ho un debole per Cortina». Località dove Deborah Compagnoni ha vinto nel 1997 in slalom gigante. In molti la paragonano a lei. «Per il momento io e Deborah abbiamo in comune solo un passato costellato di operazioni (sorride). Per quanto riguarda i podi, lei è irraggiungibile». A chi vorrebbe somigliare? «Non inseguo un paragone. Mi definisco una “ladra di professione”: cerco di capire ciò che mi manca e di apprenderlo dalle atlete che hanno qualcosa in più». Qualche esempio? «Prendiamo Tina Maze, lei ha una fame di vittoria incredibile, sa essere una macchina. Mentre Lindsey Vonn è velocissima, ha serenità e capacità di concentrazione». Quanto conta la testa durante una discesa? «Tantissimo. Conoscersi bene, limiti compresi, è fondamentale. Nello sport, come nella vita». Se non avesse fatto la sciatrice, cosa avrebbe voluto fare da grande? Risponde sicura. «La sciatrice». Ma ogni tanto mette da parte gli scarponi? «Certo. In quei momenti cerco di vivere un po’ di mondanità». Ovvero? «Esco con gli amici che purtroppo vedo poco, sto in famiglia e, soprattutto mi dedico alle mie passioni: la fotografia e la lettura». Che libro sta leggendo? «Crippled America di Donald Trump». Come mai? «Ne ho trovato una copia nell’appartamento dove stavo a Vail per la preparazione. Mi ha incuriosito e ora lo sto alternando con i libri degli esami. Frequento Scienze Politiche, ho poco tempo ma appena riesco mi butto sullo studio».