Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il comitato referendario ha consegnato ieri alla Corte di Cassazione 200 scatoloni con 1.210.466 firme di italiani che chiedono l’abolizione dell’attuale legge elettorale. Il risultato è tanto più notevole perché tra i promotori non c’è il Partito democratico a cui il referendum non è mai piaciuto. Tra i promotori ci sono: l’Idv, Sinistra ecologia e libertà, i democratici di Parisi, la Rete dei referendari di Mario Segni, il Pli, l’Unione popolare. Apporti per dir così “eretici” non sono mancati. Per esempio, ha firmato Carlo Vizzini del Pdl (Parisi ha commentato: «Se ha firmato lui, può firmare anche Bersani») e i democratici di Milano sostengono di aver portato alla causa 23 mila firme (i finiani, a loro dire, di più: 50 mila).
• Se si abolisce l’attuale legge elettorale, come
voteremo al prossimo giro?
I referendari sono certi che, abrogata col sì la legge
attuale, tornerà automaticamente in vigore la vecchia legge, cioè il cosiddetto
Mattarellum. Altri costituzionalisti non sono così sicuri. Se la Corte
costituzionale si convincesse che la vittoria dei sì al referendum
provocherebbe un vuoto legislativo non darebbe il via libera. Di qui al 12
gennaio, quando la Consulta si pronuncerà, ne sentiremo di tutti i colori.
• Che differenza c’è tra il Mattarellum e la legge
attuale?
La legge attuale è un proporzionale con sbarramento e premio
di maggioranza. Sbarrament se non ottieni il 4% dei voti alla Camera e l’8%
al Senato non entri, a meno che non ti sia coalizzato con qualcuno, nel qual
caso queste soglie si abbassano molto. Premio di maggioranza: alla coalizione
più votata spettano in ogni caso il 54% dei seggi. Questo è uno dei due punti
più criticati, perché si ipotizza che un partito col 25%, come potrebbero
essere il Pdl o il Pd, si troverebbe ad avere la maggioranza assoluta. Però è
una critica puramente teorica, perché basterebbe opporre a questo partito
solitario una coalizione di una qualche consistenza per vanificarne le
ambizioni. L’altro punto criticato è la mancanza delle preferenze, cioè
l’impossibilità di scegliere, tra vari candidati, quelli da mandare
effettivamente in Parlamento. Avremo tempo nelle prossime settimane di
discutere anche questa critica, meno solida di quel che sembra. Al Senato, la
legge attuale, detta sarcasticamente “Porcellum” dallo stesso Calderoli che
l’ha scritta (ma a fortissimamente volerla, nel 2005, fu Casini), distribuisce
i premi di maggioranza regione per regione creando così le promesse perché si
formi alla Camera una maggioranza diversa di quella del Senato.
• Cosa che con il Mattarellum non può accadere.
Cosa che con il Mattarellum è effettivamente
accaduta, la prima volta che fu applicato nel 1994. Il Mattarellum assegnava il
75% dei seggi col sistema maggioritari nel collegio si presentano tanti
candidati e chi prende più voti passa. Un altro 25% si assegna col sistema
proporzionale, cioè la percentuale dei seggi assegnati coincide (più o meno)
con quella dei voti raccolti. Scatta infine, in questo sistema, tutto un metodo
di resti e scorpori sul quale non la annoio perché c’è quasi da impazzire.
• Come mai il Partito democratico non ha aderito al
referendum?
Intanto nel Pd, come partito, non c’è un accordo sul
sistema elettorale da adottare. In generale, anche questo partito (come
peraltro il Pdl), è attraversato dalla divisione tra maggioritaristi e
proporzionalisti. Bersani, con Stefano Passigli, avrebbe forse preferito
l’altro referendum, avviato da Stefano Passigli, che col sistema di tagliare sapientemente
il testo, avrebbe consegnato una legge proporzionale, senza più le liste
bloccate, con lo sbarramento ma senza il premio di maggioranza. Passigli ha poi
rinunciato con questo ragionament «Se i due referendum arrivano entrambi
davanti alla Corte costituzionale, questo diminuirà per entrambi la possibilità
di essere ammesso».
• Che succederà se la Corte costituzionale darà il via
libera?
È pressoché certo che la Lega, piuttosto che andare al voto
con il Mattarellum, farà cadere il governo e punterà alle elezioni anticipate.
Lei sa che non è ammesso svolgere nello stesso anno le elezioni politiche e le
consultazioni referendarie. Il referendum slitterebbe quindi al 2012.
Berlusconi non vorrebbe naturalmente andare al voto tanto presto e con sondaggi
così scoraggianti. Potrebbe varare perciò una legge elettorale alla spagnola,
sistema proporzionale e circoscrizioni strette in modo da dotarla di un certo
senso maggioritario. Potrebbe anche accadere che, caduto il governo, se ne
formasse un altro, e allora ci sarebbe il tempo di fare il anche referendum.
Però, senza Berlusconi da abbattere, la consultazione raggiungerebbe lo stesso
il quorum? Chi lo sa
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 1 ottobre 2011]
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