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 2011  ottobre 01 Sabato calendario

SCARLETT "COME VIVERE DUE VITE"

Provare, sentirsi, scoprirsi. Trovare altri sé, lontano dal mondo di celluloide. Dare voce a quello che è stato messo in silenzio, la musica del caso, magari un ritornello da bambina che torna da grande. Scarlett Johansson canta, esce dallo schermo, si butta sul palco. Un lost in translation alla rovescia, dove ritrovarsi invece di perdersi. «Ho un ricordo, ho 13 anni, sono una ragazzina, e ho un desiderio pazzesco di interpretare un musical, mi ficco in tutti i cori che trovo. Mi piace quella leggerezza, adoro Judy Garland nel Mago di Oz. Crescendo, sono nata nell´‘84, non mi sono fatta mancare niente: da Jimi Hendrix a Janis Joplin, tutti i miei amici sono nella musica, insomma era una tentazione forte, molto più che un sottofondo. Ho scelto di fare l´attrice proprio perché mi piaceva cantare avrei dato tutto per essere Cosetta in Les Miserables, poi ho cominciato a fare film e ho sepolto quella parte di me che voleva avere un suono e non solo un volto».
Molti degli artisti che amo come Freddie Mercury e Marianne Faithfull hanno un modo teatrale di stare in palcoscenico, solo che a me a star davanti alla gente viene il panico». Due album, uno di canzoni di Tom Waits e uno con Pete Yorn intitolato The Break-Up, che ruota intorno al concetto del lasciarsi. Una vita di riserva che non è un angolo abbandonato, ma qualcosa da innaffiare ora e subito, un giardino dove far crescere musica. Lei ci crede: «Non voglio essere solo un ciak o un bella inquadratura, ho altro di me da esplorare. Non si può essere solo una cosa, anche se magnifica».
E tutti a dire: ma come la ragazza dell´orecchino di perla che invece di fare Doris Day canta la desolazione maschia e sporca di Waits? «Se è per questo volevo essere Frank Sinatra, ho ascoltato molto Ella Fitzgerald, ho assorbito tanta classica, e anche Pavarotti, ma la musica di Waits la conosco da quando avevo 12 anni, ha fatto parte della mia adolescenza, anche perché ero fidanzata con un ragazzo che era un suo fan, solo che allora ascoltavo le sue canzoni e ridevo, mentre ora significano qualcosa di diverso. E poi io ho una voce strana, baritonale, molto bassa, non cinguetto». No, non è Marilyn Monroe e nemmeno Lady Gaga, anche se nel nuovo spot del profumo di Dolce e Gabbana è molto sexy. «Non potrei esserlo. Marilyn sussurrava, ci metteva il corpo, e la sua morbida sensualità, accompagnava la voce con una gestualità ammiccante. Io invece sono timida, mi muovo poco, non ammicco, e soprattutto ho un timbro un po´ maschile, forte e scuro. Così ho iniziato la carriera di attrice molto giovane ma la mia vocazione musicale non è stata nutrita: ero bionda, piccola e innocente, ma non avevo la vocina, questo era il guaio».
Scrive testi, ha preso lezioni? «Ho studiato con una maestra di canto ed è stata molto dura, perché avere un suono non significa essere capaci di pronunciarlo bene. E sono stata in sala di registrazione per molte ore. Anche il fatto di avere amici che suonano di professione, da una parte è bello, ma dall´altra ti senti molto responsabilizzata e poco star, anzi quasi l´ultima della fila. Mi sono data una disciplina, perché dal cantare sotto la doccia, e io lo faccio, a salire su un palco c´è una bella differenza. Sto provando anche a scrivere qualche testo, qualcosa di sentimentale, ma lo faccio di sera, quando finisco di girare, allora mi metto a cucinare, guardo la tv, lascio andare i pensieri, cerco di fermare qualche parola. Ci sono attori che usano la musica per recitare meglio, per entrare nella parte, hanno bisogno di un´atmosfera, io invece al contrario la uso per uscire dalla parte, non sono di quelle che recitano tutto il giorno, anzi ho bisogno di ritrovarmi in qualcosa che mi appartenga. Ora mi sto anche preparando a girare dei corti, m´interessa cimentarmi nella regia, sto esplorando altri campi, in fondo ho solo 27 anni. Vorrei anche prendere lezioni di chitarra, imparare a suonare uno strumento, ma tutti i miei amici musicisti, pieni di talento, sono fuggiti. Sono mancina e nessuno vuole perdere tempo con me. Ho chiesto, pregato, ma non c´è stato nulla da fare. Non mi resta che il karaoke».
Crede che la disperazione come nel caso di Amy Winehouse si traduca in virtù musicale? «Non c´è bisogno di essere tossici per sentire dolore, solitudine, ferite. La sua morte è stata terribile, ma credo anche che cantasse così perché era così. Il malessere esistenziale ha sempre nutrito l´arte. Quando ho interpretato Tom Waits è chiaro che non ero Tom Waits, infatti la mia fatica è stata trovare un modo per interpretarlo, non sono un maschio che fuma sigarette e beve whisky, ma c´è un lato poetico, una melanconia, una nebbia struggente che in qualche modo è anche parte di me e ho lavorato per trovare un modo per esprimerlo. Ho questa ambivalenza anche se non vedo l´ora mi scelgano per un musical, ma non mi hanno chiamata né per Mamma Mia nè per Chicago. Non so se nel futuro sarò sempre attrice o regista o cantante. La mia vita di riserva è un altro mondo che sto riempiendo. Non voglio trascurare le mie possibilità». Il bello è che l´ultima scena di Lost in Translation, il film che l´ha resa famosa, è senza parole. Un sussurro che non si sente. Bill Murray le parla all´orecchio e lei zitta, saluta. Ora quasi dieci anni dopo Scarlett sembra riprendersi la voce. E avere qualcosa da aggiungere.