Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 01 Sabato calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 203 - DIVIDERE I GARIBALDINI

Riassumendo... Quando le navi di Garibaldi arrivarono in Sicilia, il conte fu preso un’altra volta da uno dei suoi accessi di pessimismo.

Ormai li conosciamo. Gli pareva che avrebbe perso comunque. Se i borbonici avessero fatto a pezzi i garibaldini sarebbe stato messo sotto accusa per non averli aiutati. Se Garibaldi avesse vinto, si sarebbe vendicato di Nizza chiedendo la sua testa e il re a sua volta si sarebbe vendicato di Rosina e del resto concedendogliela. Garibaldi avrebbe preso il potere? Si poteva immaginare un ministero Garibaldi? Certo, perché no? E come sarebbe stato questo ministero Garibaldi? Cavour scorreva la lista di quelli che circondavano il generale e che cosa vedeva?

Che cosa? Erano tutti mazziniani. Crispi, mazziniano. Bertani, mazziniano. Bixio, mazziniano. Vincerà pure Garibaldi, ma il potere lo prenderà Mazzini.

Dove stava Mazzini? A Firenze prima, poi a Napoli. Voleva invadere le Marche. E Ricasoli gli dava retta. Nicotera aveva messo insieme un bel po’ di volontari. Attaccare al centro, puntare al sud. Andando a catturare il papa, Mazzini l’avrebbe fatta finita con l’« inevitabi-

» e il « maledetto Piemonte ». Mazzini si sgolava perché almeno una parte degli aiuti che venivano spediti a Garibaldi - uomini, armi, denaro - venissero deviati invece verso di lui. Si doveva andare a Roma. Ricasoli, di ritorno da Torino dove il conte gli aveva imposto di smetterla con i volontari e i progetti di guerra al Centro, gridava di non poter « più tollerare il permesso che tutti hanno di essere audaci, mentre si nega di essere audace alla sola Autorità e Rappresentanza della Nazione ». Potremmo dire che Garibaldi era mazziniano? No, Garibaldi era un monarchico populista, innamorato del re di Torino. Mazzini lo rimproverava di quello slogan, «Italia e Vittorio Emanuele». Avrebbe voluto che si adottasse come bandiera la sola parola «Italia», « lasciando alla sovranità del paese campo di manifestarsi ». Garibaldi era circondato di mazziniani perché lui e i mazziniani odiavano con uguale intensità Cavour. Cavour, il consigliere pusillanime che aveva fatto commercio di Nizza. Beh, risponda a questo: Cavour in quel momento valutava più conveniente una sconfitta di Garibaldi o una vittoria? No, Cavour vedeva che mentre la sconfitta del generale non avrebbe lasciato nessun margine, la vittoria avrebbe avvicinato il grande obiettivo dell’unità e, forse, consentito anche qualche manovra per uscirne vivi. Era assurdo non aiutarlo, non si poteva essere meno italiani di quegli inglesi o francesi che facevano le sottoscrizioni. Si poteva però tentare di lasciare al generale il primato militare e sottrargli quello politico. Bisognava far sì che, mentre avanzava, nessuna delle idee che gli si erano messe dietro avanzasse con lui. Lo schieramento Rattazzi-Vittorio Emanuele-Brofferio, fino a Mazzini. Questi dovevano restare indietro, a questi l’impresa andava sottratta ad ogni costo. Quindi Cavour preferiva la vittoria. E come si poteva far vincere Garibaldi senza in un certo senso farlo vincere? Intanto bisognava impadronirsi dell’impresa. Era cioè necessario che tutto l’apparato che sosteneva Garibaldi passasse sotto il controllo dei cavouriani. L’organizzazione dei soccorsi, l’invio di armi, la raccolta di volontari. Il conte chiamò La Farina e gli ordinò di mettersi in moto. Chi meglio del capo della Società Nazionale? Com’era organizzato questo soccorso a Garibaldi? Si chiamava proprio così, «Soccorso a Garibaldi». Il generale lo aveva affidato a un gruppo molto fidato. Malenchini, Tanari, Manfredi, Bertani, Bottero, Plutino. Finzi e Besana della direzione del «Milione di fucili». Medici, Cosenz. Non aveva escluso contatti con Cavour. Benché lo detestasse, sapeva che a un certo punto l’appoggio del governo sarebbe stato prezioso. Tra quegli uomini, Bertani interpretò il compito affidatogli in un certo modo esclusivo, geloso. In definitiva anche questo creò delle difficoltà. Aveva messo in piedi una cassa centrale a Genova affiancata da tre commissioni e da un buon numero di Comitati di Provvedimento. Fece capo soprattutto a lui il flusso dei volontari e l’invio dei soldi e dell’altro materiale che veniva raccolto all’estero. In totale amministrò una somma superiore ai sei milioni e rifornì i garibaldini di cinque battelli a vapore, armi, munizioni, cavalli, artiglieria, divise, cibarie. La Farina aveva ricevuto l’ordine di fermarlo e sparse la voce che rubava. Ma quando tutto fu finito Bertani pubblicò un rendiconto e smascherò i calunniatori. La Farina riuscì a impadronirsi di quel sistema? Il governo lo aiutava, era perciò più forte. Aveva a disposizione uffici, strutture. La migliore efficienza attirò anche quelli che erano rimasti sul posto per volontà di Garibaldi. L’obiettivo indicato da Cavour (spaccare il partito dei garibaldini) venne raggiunto. Passarono dalla sua Malenchini, Cosenz, quelli del «Milione di fucili», i siciliani emigrati, Medici (Medici, poi, era il più moderato di tutti).