Franca D’Agostini, Corriere della Sera 01/10/2011, 1 ottobre 2011
LA (CO)SCIENZA COLLETTIVA DELLA RETE
«Foldit» è un nuovo gioco online creato da un gruppo di ricercatori dell’ Università di Washington: scopo del gioco è far sì che gli utenti di Internet collaborino tra loro per individuare la struttura delle molecole. Le proposte dei giocatori servirebbero poi ai biochimici per perfezionare le loro teorie. Sembra che il procedimento abbia già dato buoni frutti, in particolare per definire la forma di una delle proteine retrovirali alla base dell’ Aids. È appena un accenno, ma già lascia capire che qualcosa sta cambiando nei meccanismi di acquisizione e uso della verità, non soltanto nella comunicazione pubblica (dopo il «terremoto Wikileaks» la notizia sembra sia ufficiale: la nostra cultura ha un nuovo rapporto con il concetto di verità), ma anche nell’ apparato lento e complesso della ricerca scientifica. Senza dover sposare il cosiddetto «programma forte di sociologia della conoscenza», si può ammettere che nella ricerca scientifica la verità ha una natura tipicamente cooperativa. Il sunphilosophein socratico, il cercare insieme, ha trovato nelle istituzioni scientifiche moderne una piena realizzazione, persino al di là delle premesse. Non soltanto si cerca insieme, ma il cercare insieme è condizione per l’ accettabilità dei risultati ottenuti. Questo aspetto, reso necessario dall’ estrema complessità delle ricerche attuali, è ufficializzato negli standard di professionalità, per cui hanno credito e voce solo le scoperte pubblicate su organi ufficialmente garantiti. Criteri che si stanno adottando in Italia, anche per le discipline umanistiche, e che come noto hanno suscitato e suscitano molte discussioni. Ma ci chiediamo: ciò vuol dire che il pay-off verità, che in definitiva è il vero premio della scienza, deve essere subordinato al pay-off accettabilità collettiva? Davvero la democratizzazione della scienza - un processo coerente con la più vasta democratizzazione della ragione promessa dal Web - richiede il primato dell’ accordo sulla verità? In quale misura questo non espone anche la scienza al difetto fondamentale della politica democratica, ossia l’ eventualità che, attraverso traffici e manipolazioni, vengano votati a maggioranza provvedimenti ingiusti e lesivi del bene pubblico? Anche la buona scienza democratica, in effetti, deve ricordare che Hitler fu votato dal parlamento tedesco. Tenere conto di questo non significa fare un passo indietro rispetto alle conquiste faticosamente ottenute. Non significa neppure buttare a mare l’ affidabilità dei risultati scientifici (come oggi spesso si tende a fare), per cui anche sullo scienziato grava il sospetto che grava su ogni politico: il credito che ha è il frutto di contrattazione, o di autentico valore? Significa piuttosto, io credo, riportare la filosofia nella scienza. Proprio la filosofia infatti, non come scienza istituzionale (che ha i problemi di tutte le altre scienze), ma come ipotesi antropologica e tecnica di valutazione delle conoscenze, era la medicina escogitata dai greci per far sì che il cercare insieme non perdesse di vista gli obiettivi: la giustizia per la politica, la verità per la scienza, e il vero giusto e il giusto vero per entrambe (visto che i concetti socratici non si possono separare gli uni dagli altri). Per filosofia intendiamo quell’ intelligenza scettica e critica, consapevole degli inganni e autoinganni della conoscenza umana, che è perfettamente insegnabile (fu lanciata appunto dalla paideia greca), ed è tuttora, anche se dimenticata, sullo sfondo di ogni vera acquisizione. Ritornando al «Foldit», la notizia credo sia importante perché ci parla di un allargamento della cooperazione. Partecipa all’ impresa non soltanto la rete dei ricercatori, oligarchia designata dall’ alto, ma anche ciò che Alain Badiou ha chiamato il chiunque: il frequentatore del Web, senza identità definita, e senza arte acquisita che non sia il libero gioco delle proprie facoltà. Ma proprio qui risiede la medicina filosofica. I concetti di verità e giustizia in effetti non appartengono alle istituzioni, siano esse la Scienza o la Religione, ma al lavoro del pensiero, che è a disposizione di tutti. È questa dunque la «democrazia della verità» che i giovani Schelling, Hegel, Hölderlin avevano prefigurato, immaginando un tempo in cui il sapere non avrebbe più legato le sue vicende al Potere, ma sarebbe stato libero di circolare nei pensieri e nelle vite di chiunque.
Franca D’Agostini