ANDREA CORTELLESSA, La Stampa 1/10/2011, 1 ottobre 2011
Gadda incendia la borghesia della ricca Milano - Se c’è un assunto passato in giudicato, riguardo a Gadda, è che fu scrittore grandissimo, sì; ma, si aggiunge, non certo «un narratore»
Gadda incendia la borghesia della ricca Milano - Se c’è un assunto passato in giudicato, riguardo a Gadda, è che fu scrittore grandissimo, sì; ma, si aggiunge, non certo «un narratore». Così concludeva Edoardo Sanguineti uno dei suoi ultimi articoli (letto su un suo ricordo del settimanale Gli Altri ): non so se consapevole di essere d’accordo, su questo, con Pier Vincenzo Mengaldo e i suoi Giudizi di valore (1999). I nostri due massimi lettori di poesia condividevano un’idea di «narrativa» , insomma, insensibile alla clamorosa soluzione di continuità rappresentata da Gadda (il «”vero” passo del racconto», per Mengaldo, non è «ingorgo ma sviluppo»). Questa pelosa ipostasi di Gadda «non-narratore» lo dimidia, come autore; ma soprattutto ci riconsegna un’idea di narrativa asettica, piallata, stolidamente taccagna. Quella oggi dominante, infatti, le ubique classifiche di vendita e i premi più televisionati (e dunque «prestigiosi»). Nel museificare Gadda lo si è espunto, di fatto, dallo sviluppo (o dall’ingorgo) della letteratura contemporanea. Di contro avvertiva Gianfranco Contini, profetico di andazzi imminenti, nel 1985: «il Gadda narratore rischia perfino di essere più temerario del Gadda stilista». Se si sale all’orchestrazione della Cognizione del dolore e del Pasticciaccio , non ci sono dubbi. Ma un terreno di confronto più equo, diciamo, si dà nella narrativa breve, nella musica da camera di Gadda: dove a volte davvero si limita «a dilatare e giustapporre “poemetti in prosa”» (Mengaldo). Ma ciò poteva avvenire nei libri più legati alle riviste fiorentine, non nei testi raccolti una prima volta, nel 1953, col titolo grandioso Novelle dal Ducato in fiamme - spiegando a Contini, proprio: «novelle (= notizie) dal ducato (= dallo stato del duce merda) consegnato alle fiamme: (della lussuria demenziale, della follia narcissica, e delle bombe al fòsforo)». Sottolineando cioè come si trattasse di testi scritti nell’imminenza, durante lo svolgimento, e alla fine da tregenda, della guerra del «duce». E infatti questo libro di Gadda, fra i massimi interpreti della guerra vissuta al fronte (la Prima), è l’unico suo che esplicitamente metta in scena la Seconda - vissuta nelle retrovie da sfollato, bombardato e atterrito (basti Prima divisione nella notte , sulla battaglia navale di Capo Matapan). Per capire il tormentato svi-luppo del libro, che dieci anni dopo muta di struttura e acquista il titolo definitivo (mutuato dall’ ultimo racconto) di Accoppiamenti giudiziosi , è ora fondamentale la nuova edizione approntata - dopo lavori ultraquindicennali - da due filologi di razza (allievi più o meno diretti di Dante Isella) come Paola Italia e Giorgio Pinotti, per Adelphi. I quali nel ricchissimo apparato di note (che riportano goduriosi frammenti e «poemetti in prosa» inediti, eliminati da Gadda per equilibrio narrativo - il suo equilibrio, ovvio - o convenienza: come la satira del letterato «proustiano» Anacleto Baistrocchi, trasparente controfigura del protettore e «negriero» Alessandro Bonsanti) raccontano non solo la gimkana dell’Ingegnere fra i suoi editori (che se lo contendevano ben prima del boom del Pasticciaccio ); ma anche la più delicata vicenda per cui racconti-capolavoro come l’esplosiva satira del San Giorgio in casa Brocchi o il formidabile Incendio di via Keplero (che reinventa la topografia milanese come il Pasticciaccio farà con quella romana e laziale; e la cui prosa «simultanante» e multiprospettica davvero non sfigurerebbe nel confronto con Joyce) risultano «torsi» di più estesi progetti narrativi di stampo naturalista - di quello che una volta si definì «minimo Zoluzzo di Lombardia». Come dimostra l’inedito trattamento cinematografico del racconto eponimo, restaurato da Pinotti in appendice. Il processo per cui in Gadda il racconto (racconto-racconto, spiacenti) deriva da un progetto con caratteri così distanti, è lo stesso per cui in generale nella realtà i «fatti» (scrive Gadda ricapitolando in Accoppiamenti giudiziosi sue annose teorie) cadono come «dure pere, dall’albero di natale d’una precedente sospensiva, denominata “il possibile”» - cosicché noi si dia «il nome di destino» al loro «postumo logico». La narrativa gaddiana è fra le poche che si siano sottratte, con radicalità, al determinismo e alla consequenzialità che nel Novecento hanno accomunato classicismo e avanguardia. E si rivela, così, la più simile alla vita. Perché il suo senso lo acquista solo a posteriori: ogni volta sorprendendoci come ci sorprende la realtà, allorché ne facciamo davvero esperienza.