Alberto Bevilacqua, Corriere della Sera 01/10/2011, 1 ottobre 2011
ETTORE PETROLINI PREPOTENTE GENIALE
Due personaggi memorabili, il regista Alessandro Blasetti, nome storico del cinema italiano, e il grande Ettore Petrolini. Nel 1932, Blasetti diresse Petrolini nel film Nerone. Ricordo, qui, una chiacchierata con Blasetti. «Sapresti definire Petrolini con tre aggettivi?». «Il primo, certo, è: prepotente. Il secondo, ovvio, è: geniale. Il terzo, immediato, è: popolare. Non in senso generico. Intendo di sangue, di razza popolare». «In che modo Petrolini esercitava la sua prepotenza?». «Nel modo più semplice. Pretendeva, e otteneva, di fare solo ciò che voleva. Le persone che stavano sotto di lui non reagivano e non osavano alzare la voce. La sua prepotenza si realizzava perciò senza aperti contrasti e alterchi. Da parte mia, capii a tempo questo difficile gioco di equilibri e usai quella che si dice cortese fermezza. A Petrolini fu chiaro che entrambi eravamo ben decisi a certe cose». «Oltre che divertire, Petrolini si divertiva? E come?». «Con le donne, soprattutto. Non esisteva donna appena passabile che, conoscendolo, non fosse tenuta a cedergli. Fu uno dei modi in cui riuscì a sfruttare quasi ossessivamente il suo successo. Per il resto, non beveva. Mangiava con gusto, ma senza eccessi».
«C’è un modo, una frase per cui si possa aggiungere un’epigrafe inedita per sintetizzare Petrolini?». «Sì. Una frase non detta a me, ma a Silvio D’Amico, che si recò a trovare l’attore fino ai suoi ultimi giorni. Dopo aver abusato sensitivamente di se stesso, e aver goduto in ogni modo possibile del suo successo, sul letto di malato Petrolini esclamò: “Che vergogna, morire a cinquant’anni!”. Andando a trovare i miei morti, mi capita di passare davanti alla sua tomba. Ci vedo sempre fiori freschi. Chissà chi ce li mette».
«Con Petrolini fu una collaborazione facile? Vista la sua prepotenza, voglio dire». «No. Specialmente il primo contatto non fu semplice. Intendeva mettere nel film il Nerone teatrale, riservandogli quasi tutto lo spazio. Lo convinsi, con molta pazienza, che sarebbe stato un grosso peccato non approfittare dell’occasione di filmare le altre sue cose fondamentali. Riuscì a strappargli il Pulcinella, la Stornellata Romanesca e i pezzi che mi stavano più a cuore: i Salamini e Gastone. Alla fine mi propose spontaneamente di inserire le Melanconie Petroliniane».
«Nella sintesi filmata di Nerone — un brano che è un classico delle cineteche — stupisce un aspetto: come il tuo cinema sia riuscito a tradurre con molta aderenza il difficile ritmo scenico petroliniano, in tempi di montaggio grezzo e maldestro, di mancanza d’espedienti quali la carrellata e lo zoom». «Per realizzare ciò che tu dici, inventai soluzioni abbastanza rivoluzionarie. Avevo di fronte a me un attore che, con i suoi tempi di recitazione, era come se si avvicinasse e si allontanasse incessantemente nell’occhio dello spettatore; per non tradirne lo stile, dovevo quindi disporne con piena libertà di muovere avanti e indietro l’obbiettivo, senza staccare, cioè senza interrompere la sequenza. Così inventai un progenitore dello zoom. Inventai anche una nuova forma di montaggio. Il risultato più soddisfacente lo ebbi con il momento, usato ormai come epigrafe, del “Bravo — Grazie”». «Tu eri già il regista di Sole. Girare con un giovane autore di prestigio per Petrolini significava qualcosa?». «Non gliene importava niente. Non aveva visto Sole. Non ci teneva neanche a vederlo. Non aveva cultura. Solo una miracolosa intuizione. Gli spunti, anche per filastrocche come quella di Fortunello, che fu una delle prime clamorose manifestazioni a livello popolare del talento surrealista, li prendeva dalla sua osservazione della vita».
«Nerone ebbe successo?». «Di pubblico, sia pure non fragoroso. Ma venne attaccato dalla critica. Il caro Pannunzio mi stroncò in maniera delirante. In pochi casi, credo, un critico ha usato tanti insulti contro un autore». «Era un po’ svitato, a volte, Petrolini?». «Non sembra Palazzeschi questa filastrocca? “La tinca disse al luzzo: dove t’en vai, o luzzo? — E il luzzo le rispose: al lago di Saluzzo — Morale: o tinca o luzzo o il lago di Saluzzo”. Più pazzo di così…».
Alberto Bevilacqua