Tomaso Montanari, il Fatto Quotidiano 1/10/2011, 1 ottobre 2011
LE CENE TROPPO ELEGANTI DEL SUM
Un imbarazzante scandalo travolge quello che è stato più volte pomposamente definito il fiore all’occhiello del sistema universitario italiano: il Sum (Istituto di Scienze Umane), che è stato inventato da Aldo Schiavone, voluto da Luigi Berlinguer e fondato da Letizia Moratti nel 2005. L’idea (potenzialmente interessante) era quella di costruire un ente ‘di eccellenza’ che facesse ricerca e formazione a livello dottorale e postdottorale. Per farlo davvero, sarebbe stato necessario investirci molti soldi (dotandolo, per esempio, di un collegio e soprattutto, di una vera biblioteca di ricerca), definire in anticipo i criteri su cui avrebbe dovuto basarsi il giudizio di ‘eccellenza’ e creare un comitato terzo e internazionale di controllori. Ma soprattutto sarebbe stato obbligatorio dare un taglio netto alle pratiche accademiche correnti: per esempio aprendo un serio reclutamento internazionale al più alto livello.
INVECE si è preferito utilizzare l’esistente, creando “una peculiare struttura a rete” che congiungesse le Università di Bologna, Firenze, Milano-Bicocca, Napoli “Federico II”, “Orientale”, e “Suor Orsola Benincasa”, Roma “La Sapienza” e Siena. Il fatto che questo modello ‘a rete’ sia (come dice il sito del Sum) «unico in Europa» (e, se è per questo, anche in America) dovrebbe essere non un motivo di vanto, ma una spia preoccupante. Il rischio è, infatti, che un organismo del genere assomigli più a un piccolo ministero che non a un istituto di alta formazione, e che esso finisca con l’esaltare i peggiori difetti della rete che lo sostiene.
Ed è precisamente quel che è successo. Il corpo docente non si è costituito scegliendo il meglio a livello planetario – come era invece indispensabile, visti gli ambiziosissimi obiettivi –, ma attraverso una sorta di lottizzazione che ha attinto solo agli atenei soci: come dire che prima si dichiara di voler cercare l’eccellenza, e poi la si trova (guarda caso) solo in casa propria. Il risultato è stato una sorta di cimitero degli elefanti maschi: l’età media è prossima ai settant’anni, e c’è una sola donna su sette docenti. Ciliegina sulla torta, la commissione formata dagli allora rettori di Firenze (Augusto Marinelli) e Napoli (Guido Trombetti) e da Aldo Schiavone ha identificato proprio in quest’ultimo uno dei professori da trasferire al Sum, in una identificazione tra giudicante e giudicato che appare un virtuosismo anche per un contesto lunare come quello dell’università italiana.
La magistratura si è convinta che questo capolavoro accademico abbia infranto – oltre che quello della moralità scientifica – anche il codice penale, e il prossimo 12 dicembre riprenderà il processo a Schiavone e ai due ormai ex rettori, accusati di abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio.
Ora – ecco l’ultima notizia – si chiude un’altra indagine, se possibile ancora più imbarazzante, a carico di Schiavone, dell’attuale direttore Mario Citroni e di vari responsabili amministrativi. Il generale della Finanza Gaetano Mastropierro ha detto che ritiene di “aver acquisito un quadro probatorio oggettivo, documentale, inoppugnabile” circa una “gestione dissennata del denaro pubblico”, che sarebbe stato speso in cene di lusso, casse di vino, viaggi privati (con parenti e amici) contrabbandati come missioni scientifiche.
COMUNQUE vada a finire la vicenda giudiziaria, sarebbe molto importante che l’opinione pubblica e il mondo accademico fossero messi in grado di farsi un giudizio circa tutto questo, e circa la stessa opportunità di proseguire con l’infelice esperimento del Sum. Ma è davvero difficile leggerne qualcosa, sulla stampa nazionale: forse perché Aldo Schiavone è un autorevole editorialista di Repubblica, dalle cui colonne tuona assai spesso (e a ragione) contro la corruzione italiana; e forse perché tra i professori del Sum c’è ora anche una delle firme principali del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia. Tutti i docenti del Sum hanno firmato una nota per dichiararsi “certi che l’Istituto in questi anni è stato amministrato in modo proprio e corretto nell’interesse degli studi, così da farne un’importante realtà italiana e internazionale”. Una dichiarazione che lascia un poco perplessi, perché da parte di umanisti abituati a coltivare il dubbio, il senso critico e la capacità di leggere i documenti ci si aspetterebbe semmai l’auspicio, e non la “certezza”, che l’“inoppugnabile” quadro probatorio di cui parla la Finanza sia invece destituito di ogni fondamento.
Schiavone e Galli della Loggia hanno appena pubblicato, per Einaudi, un libro a quattro mani che si intitola Pensare l’Italia, e che si interroga sul futuro del Paese. Per rispondere a molte delle questioni che esso opportunamente solleva, viene da pensare che sarebbe stato, per l’appunto, utile promuovere e non affossare, un vero centro di ricerca umanistica. Ma, tristemente, è soprattutto la prima frase del libro quella che fa venire in mente l’epilogo tragicomico del Sum: “E adesso, che la festa è finita?”.