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 2011  ottobre 01 Sabato calendario

L’infinita ricerca dell’infinito per trovare un senso alla vita- L’infinito ci persegui­ta. Questo concetto ritorna nelle lettere che Don De Lillo e David Foster Wallace si sono scrit­ti a intervalli più o meno regolari nei primi anni di questo secolo

L’infinita ricerca dell’infinito per trovare un senso alla vita- L’infinito ci persegui­ta. Questo concetto ritorna nelle lettere che Don De Lillo e David Foster Wallace si sono scrit­ti a intervalli più o meno regolari nei primi anni di questo secolo. L’interruzione è avvenuta perché a un certo punto Wallace ha detto basta. Non con De Lillo ma con la vita. Non si sa quasi nulla di que­sto scambio epistolare. Solo che i due, il patriarca postmoderno or­mai settantaciquenne e quel dia­mante pazzo con la bandana in te­sta, sentono che il romanzo non può sottrarsi alle stesse sfide delle matematica e della fisica. Non c’è via d’uscita,per due mo­tiv­i semplici ma drammaticamen­te profondi. Il primo estetico. Tut­ti e due sono convinti che il lin­guaggio dei numeri ha una poesia e una creatività superiore a quello delle parole. È quel vecchio pro­blema dell’inesprimibile, una sor­ta di afasia che ti fa sentire il lin­guaggio, vuoto, inutile, o sempli­cemente non adeguato per rac­contare la vita e il mondo. Qualco­sa che ti fa sentire stupido. Walla­ce pensava che la matematica fos­se sexy e trovava molto triste che le persone «normali» non potesse­r­o di solito gustare la bellezza arti­stica dell’astrazione. Wallace ci prova a raccontare al suo pubbli­co la seduzione della matematica. Lo fa in Tutto, e di più. Storia com­patta dell’Infinito (Codice, pagg. 262). Questo libro, che può essere consi­derato un saggio­romanzo che par­te dalla matema­tica di Georg Cantor e la sua te­oria sugli insie­mi e ti porta ai con­fini pensabili del­l’infinito, è uscito per la prima volta in Ita­lia nel 2005, ora torna con una nuova traduzione. Per capirsi Tutto, e di più può essere conside­rato il lato B di Infinite Jest , il ro­manzo capolavoro di Wallace. De Lillo stranamente parla di Tutto, e di più nella prefazione di Questa è l’acqua ( Einaudi) , un altro roman­zo di DFW. E scrive: « Tutto, e di più potrebbe anche essere la descri­zione del romanzo Infinite Jest , una serissima beffa sulle forme di dipendenza dell’umanità.Possia­mo immag­inare i suoi testi narrati­vi e i suoi saggi come stralci di roto­li da un lontano futuro ». In quei ro­toli ci sono solo frammenti del­l’enigma dell’umanità e forse una grande solitudine che ci fa attacca­re­a tutti i nostri vizi e alle nostre pa­ure. Noi rispondiamo al «non so» rifugiandosi nella dipendenza, co­me burattini innamorati del pro­prio filo. L’effetto è comico. Se in Infinite Jest Wal­lace narra un mondo dominato da un ca­os apparente, nel suo libro mate­matico mostra il cosmos, tutto quello che in­somma nel ro­manzo sfugge agli occhi dei protagoni­sti. Non perché sono cie­chi ma perché non hanno una teoria per interpretare il rea­le. E qui arriviamo alla seconda questione che destabilizza Walla­ce e De Lillo. Tutti e due cercano di­speratamente di fare i conti con l’identità. È un «non so chi sono» metafisico e resta la colonna sono­ra dei loro romanzi. È una voglia disperata di infinito che li porta a ragionare sul malessere della di­pendenza, del rifugiarsi in qualco­sa di umano che non basta, sulla difficoltà di concepire l’individuo come qualcosa di irrilevante, fino ad arrendersi all’evi­den­za dei fatti, questo almeno fino a quando non verrà risolta l’equa­zione del tutto. È quel qualcosa che manca che li ossessio­ne, lo spazio bianco che rende incomprensibile le vi­cende che stanno narrando. Ma il segreto delle loro storie è proprio lì, nel non detto. È l’enigma anche delle nostre storie, quelle che trovate nei gior­nali di questi giorni. Immaginate un neutrino che va da A a B. Scopri­te, come è suc­cesso, che compie questo tragitto in un tempo più veloce della luce. Non sapete assolutamente per­ché. Facciamo qualche ipotesi. È assurdo, ma davvero è più veloce della luce. Oppure il cronometri­sta ha sbagliato a prendere il tem­po. O ancora il neutrino è saltato in una dimensione parallela pren­dendo una sorta di scorciatoia e aprendo infinite possibilità alla nostra concezione di universo, tempo, luogo e in fin dei conti an­che di uomo. Lo spazio bianco sul viaggio del neutrino è il senso pro­fo­ndo di gran parte della letteratu­ra post moderna. Noi siamo quel­lo che non sappiamo. È lo stesso Wallace a rivelare du­ran­te un’intervista a Michel Silver­blatt che Infinite Jest ricorda un frattale: «È proprio una delle cose su cui si basa il romanzo. È in effet­ti strutturato come una cosa che si chiama triangolo di Sierpinski, un tipo primitivo di frattale piramida­le ».Che cos’è?Lasciamo a un ma­tematico, Roberto Natalini, la ri­sposta: «Si parte con un triango­lo­equilatero e si elimina il trian­golo centrale con i vertici posti sul punto medio di ogni lato. Questo ci lascia con tre triangoli pieni e uno vuoto. Per ognuno dei triangoli pieni si ripete questa operazione. Il triangolo di Sierpin­ski è il limite­di questa procedu­ra ripetuta un numero infi­nito di volte. In Infinite Jest compare a pagina 254, sul muro della ca­mera del protagoni­sta Hal, dove c’è ne è uno enorme disegna­to a mano». Tutto quello che non avete capito di Foster Walla­ce è nello spazio bianco all’interno del triangolo. Aveva ragione Borges nel Giardino dei sentieri che si bi­forcano : «In un indovinello sul­la scacchiera qual è l’unica parola proibita? La scacchiera».