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 2011  ottobre 01 Sabato calendario

QUEL PRECEDENTE DI SEI ANNI FA

Ieri tanti esponenti del mondo della politica hanno ricordato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che il potere di formulare una proposta per avviare la procedura di nomina del nuovo governatore di Bankitalia gli appartiene integralmente e che, dunque, vertici di maggioranza e come atteggiamenti amletici protratti oltre misura sembrano fuori luogo.Ma, in effetti, basterebbe che Berlusconi ricordasse come andò sei anni fa: quel 29 di dicembre del 2005, il giorno della nomina a governatore di Mario Draghi, quando fu applicata per la prima volta la legge appena uscita in Gazzetta ufficiale, meglio nota come legge di riforma della tutela del risparmio che introduceva l’incarico a tempo determinato per il governatore della Banca d’Italia e anche le nuove regole di nomina.

La fumata bianca fu formalizzata a fine mattinata dal Consiglio dei ministri; ma prima della riunione di Governo si era riunito il Consiglio superiore della Banca chiamato a dare un parere obbligatorio sulla nomina che in base alla legge è definita dal presidente della Repubblica su proposta del premier: in sostanza a esprimere una valutazione che non è vincolante ma che ha una sua "forza morale". Però "il" nome da sottoporre al vaglio del Consiglio superiore di Bankitalia come successore di Antonio Fazio era già stato deciso il giorno prima, nell’ora di colloquio tra Silvio Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta e il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, alla presenza del consigliere giuridico Salvatore Sechi. Il nome era ovviamente quello dell’economista Mario Draghi, romano, all’epoca cinquantottenne, già direttore generale del Tesoro nel decennio in cui l’Italia aveva risalito la china dal "baratro" anche grazie a un massiccio programma di privatizzazioni.All’incontro decisivo del giorno prima con Ciampi, Berlusconi era però arrivato avendo in tasca una lista di tre nomi (la terna, diremmo oggi) tutti di ottimo livello dal punto di vista della preparazione economica e dello standing internazionale. Accanto al nome di Draghi c’era infatti un’altra indicazione, con il curriculum perfetto del banchiere centrale e dell’uomo di relazioni finanziarie internazionali: si trattava di Tommaso Padoa-Schioppa, allora sessantacinquenne, diretto collaboratore di Ciampi negli anni del suo governatorato, ex presidente della Consob ex componente del board della Bce.

Il terzo nome individuato da Berlusconi e portato al colloquio con Ciampi era quello del professor Mario Monti già commissario europeo per la concorrenza e padre nobile della legge antitrust in Italia. Ma in precedenza era circolato molto il nome di Vittorio Grilli, che anche allora era direttore generale del Tesoro e aveva 48 anni. Particolare curioso: a quell’epoca il leader della Lega Umberto Bossi non apprezzava, come fa oggi, la "milanesità" del professor Grilli. Anzi, chiosò la candidatura di Grilli con un’osservazione altrettanto profonda di quella relativa al campanile ma di segno opposto: «È troppo giovane» disse allora il Senatùr. A riprova del fatto che di certi distillati di pensiero politico, qualche volta, si può anche fare a meno.