ANDREA MALAGUTI, La Stampa 1/10/2011, 1 ottobre 2011
Cahill, il regista dell’altro mondo - Nuovo cinema americano. In un albergo di Soho, a pochi metri dagli uffici della Fox che ha distribuito il suo film, Mike Cahill, 32 anni, regista di Another Earth - piccolo gioiello low cost - ordina un cappuccino con la cioccolata sulla schiuma
Cahill, il regista dell’altro mondo - Nuovo cinema americano. In un albergo di Soho, a pochi metri dagli uffici della Fox che ha distribuito il suo film, Mike Cahill, 32 anni, regista di Another Earth - piccolo gioiello low cost - ordina un cappuccino con la cioccolata sulla schiuma. «Un omaggio all’Italia. Adoro il vostro Paese. E amo Fellini». Ha un viso fuori dal tempo. A metà strada tra un hippie e Athos dei tre moschettieri. I capelli lunghi che forse non si è mai tagliato in vita sua con la riga da una parte e baffetti sottili che oggi non porta più nessuno. E’ magro, lungo, con dita inanellate e la pelle molto chiara. Più bello di quello che sembra da lontano mentre cammina curvo nel suo vestito grigio. Ha una fidanzata israeliana - splendida, si chiama Rachel, «il film l’ho girato solo per fare colpo su di lei» - e una vita che ha preso il volo dopo il successo al Sundance Festival. Laurea in economia a Georgetown, a 25 anni è stato il più giovane documentarista del National Geographic. Poi ha deciso che voleva camminare da solo. «Pazzesco come è cambiato tutto in fretta». Vive tra Los Angeles e New York, perennemente in viaggio. Il suo Another Earth è diventato un immediato oggetto di culto. L’hanno portato anche a Locarno. E adesso è arrivato a Londra, pellicola d’apertura del Raindance Festival, che è la risposta britannica alla rassegna americana del cinema indipendente. Là c’è il sole, Sun. Qui piove, Rain. Umorismo inglese. In Italia uscirà nel 2012. E’ una storia più toccante e complicata di quello che sembra a sentirla raccontare. Bisogna vederla. Perché mette insieme un sacco di temi. Principalmente il senso di colpa, l’inquietudine e il bisogno di perdono. Ma soprattutto muove qualcosa dentro. Non è un film di fantascienza. Anche se c’è di mezzo un pianeta parallelo dove ognuno di noi ha un suo doppio. Eppure molti lo raccontano così. Mr Cahill come nasce Another Earth ? «Nasce tre anni fa. Io e Brit Marling, che ha scritto la sceneggiatura con me ed è anche l’attrice protagonista, ci stavamo chiedendo come sarebbe stato incontrare il nostro doppio». Buongiorno Mike sono Mike, una cosa così? «No. Il punto non era il dialogo. Ma la reazione. L’idea di capire che cosa ti avrebbe mosso nell’intimo l’incontro con un altro te». Poi però vi siete allargati. La vicenda di Rodha è quella di una ragazza che attraversa una tragedia. «Partendo dall’idea del doppio avevamo a disposizione sei miliardi di storie da scegliere. Abbiamo puntato su una vicenda molto drammatica. Spesso ci muoviamo come massa, ma ognuno di noi si porta dentro la sua vita. Abbiamo uno specifico preciso. Dobbiamo farci i conti. Non sempre è facile. C’è un territorio ambiguo molto forte. Che è quello che interessa me. Ed è anche il motivo per cui mi piacciono i finali aperti». Il pianeta parallelo come lettino dello psichiatra. «Quello. E anche un luogo dove poter immaginare che le cose per noi sono andate in un altro modo». E’ mai stato in analisi? «In effetti sì. Scavare e capire sono meccanismi decisivi. Il prossimo film che farò sarà sulla reincarnazione. Ma io non sono andato in terapia per una depressione». Perché allora? «Perché ero lanciatissimo. E non sapevo come maneggiare la cosa». Lei di chi è la reincarnazione? «Di nessuno. Immagino di essere il primo della serie». Nel film Brit Marling è favolosa. Non fisicamente. In assoluto. «Vero. Ed era la prima volta che recitava. Eppure ha dentro delle corde incredibili. Adesso la cercano in tanti». Anche lei era al primo film. «Sì. E’ stato come avere a che fare con una tempesta. Non è facile capire dove vai a finire. Ma il risultato mi piace ». C’è una scena in cui William Mapother (un gigante) suona nell’auditorium una sega con un archetto da violino. Come le è venuto in mente? «Ero a New York, in metropolitana. Ho sentito un suono profondo, che mi portava via. Era una ragazza che suonava una sega. Le ho chiesto se lo poteva insegnare al protagonista del mio film. Lei ha detto di sì. Quando il budget è ridotto ti arrangi». Meglio dirigere attori giovani o attori affermati? «Meglio lavorare con il talento. L’età non conta». Chiuda gli occhi e scelga due attori. «Meryl Streep e Daniel Day Lewis». Perché ama Fellini? «Perché è un genio. C’è una scena in 8 e 1/2 in cui uno dei protagonisti riassume esattamente l’idea del cinema che ho anch’io. Più o meno dice: meglio distruggere una brutta opera che farne una senza senso. E’ la mia stella polare».