Alessandro Penati, la Repubblica 1/10/2011, 1 ottobre 2011
LA VERITÀ NASCOSTA DIETRO LO SPREAD
Lo spread (il differenziale tra il rendimento dei Btp decennali italiani e quelli tedeschi), viene ormai considerato una specie di applausometro della credibilità nazionale: ieri era a 364 punti; se sale sopra i 400 punti, stiamo facendo la fine della Grecia; se scende sotto i 200, abbiamo riguadagnato la fiducia del mondo. E´ un errore, frutto della cultura dei sondaggi e del linguaggio da televisione commerciale.
Se lo spread aumenta, la domanda di titoli italiani sta diminuendo, a vantaggio di quelli tedeschi. Ma da questo non si può trarre la conclusione che a ogni livello della domanda di debito pubblico italiano corrisponda un determinato livello di credibilità: non si può essere credibili al 30% o al 70%. La credibilità c´è, o non c´è. Nell´Unione Monetaria, se le politiche del governo italiano fossero credibili, lo spread dovrebbe essere prossimo allo zero. Con l´arrivo dell´euro, che aveva eliminato il rischio di svalutazione, di inflazione e delle finanze in dissesto (a questo servivano i parametri di Maastricht), i titoli di debito pubblico italiano erano diventati perfetti sostituti di quelli tedeschi. Ma titoli identici devono avere lo stesso rendimento: e infatti, per tutto il primo decennio della moneta unica, lo spread è sempre stato pressoché nullo. Uno spread vicino allo zero sul debito pubblico dei paesi membri è una condizione per la sopravvivenza dell´Unione Monetaria e, al tempo stesso, ne è l´implicita conseguenza.
L´unico obiettivo rilevante per noi è dunque uno spread nullo. Sbagliato compiacersi se questo va sotto i 300 punti, a meno che si tratti di un trend che ci porta a zero in poco tempo; o illudersi di poter convivere con uno a 150. Lo spread zero è anche una condizione di sopravvivenza per il nostro sistema bancario: col tasso sui prestiti legato all´Euribor, che è uguale per tutte le banche dell´Eurozona, il costo di finanziamento delle banche italiane non può essere aggravato da un "rischio paese", che alla lunga le metterebbe fuori mercato.
Oggi, lo "spread" è quello sui titoli a 10 anni. Ma sarebbe meglio considerare anche quello sui titoli a 1-2 anni, che è aumentato molto più rapidamente di quello a 10, fino a 365 punti: vale a dire, il premio richiesto contro il "rischio Italia" per i prossimi 18 mesi è uguale a quello per i prossimi 10 anni. In parte sarà dovuto agli interventi della Bce sui titoli a più lungo termine, visto che sono più liquidi. Ma il messaggio è inequivocabile: il mercato sta dicendo che i rischi per l´Italia si concentrano in un futuro vicino; dopo, non fa differenza. Questo senso di urgenza dovrebbe guidare l´azione di Governo. Anche perché i titoli a 1-2 anni sono quelli tipicamente nel portafoglio di investitori tradizionali e risparmiatori. Qui la speculazione non c´entra.
A furia di concentrarsi sullo spread si rischia poi di dimenticare che ciò che conta è il livello assoluto dei tassi italiani, in quanto determina il costo al quale si deve rifinanziare il debito a scadenza (260 miliardi, 16% del totale, da qui a fine 2012): all´ultima asta dei Btp (che costituiscono il 65% del debito), 4,68% a 3 anni e 5,86% a 10. Significa che la spesa media per interessi, oggi poco sopra il 4%, sta salendo gradualmente, ma inesorabilmente, verso il 5%. E poiché non si può sperare di andare oltre il 3% di crescita nominale nei prossimi anni, l´onere degli interessi richiederà un prolungato avanzo primario del 2% soltanto per mantenere l´attuale rapporto debito/Pil. Che però dovrà essere ridotto stabilmente: per raggiungere questo obiettivo il Fondo Monetario stima ci voglia almeno un altro 2,5% di avanzo primario, per un totale di 4,5% (o 5% per le nuove regole europee che impongono ogni anno il taglio di 1/20 del debito eccedente il 60% del Pil). Se i numeri dell´attuale manovra verranno rispettati, raggiungeremo questo avanzo nel 2013; ma poi bisognerà mantenerlo per i successivi 20 anni!
È questa la credibilità che dobbiamo riconquistare per tornare allo spread zero.