Massimo Fini, il Fatto Quotidiano 1/10/2011, 1 ottobre 2011
SENZA LA MORTE, CHE VITA È?
Una società americana, la I-Post Mortem Limited, ha creato due siti: I-Tomb e I-Memorial. Il primo è un cimitero digitale dove su una tomba virtuale si potranno depositare fiori virtuali, accendere lumini virtuali e raccogliersi in preghiere anch’esse, suppongo, virtuali, con effetti esilaranti che ricordano il famoso film di Tony Richardson “Il caro estinto”. Ma più interessante è I-Memorial perché il "de cuius" potrà lasciare messaggi, indicazioni, istruzioni, benedizioni, auguri (per esempio per la laurea o il matrimonio di un figlio) che saranno attivate a distanza di anni dalla scomparsa. È un tentativo di prolungare la propria vita al di là della morte ed è l’esasperazione di una tendenza presente da tempo nella società contemporanea: il rifiuto, appunto, della morte. La morte biologica intendo, quella che, prima o poi, ci riguarda tutti. La morte non sta nel quadro della società del benessere e che ha avuto l’impudenza e l’imprudenza di dichiarare il diritto alla felicità. Che felicità ci può essere se, a conti fatti, si muore lo stesso? La morte è diventata quindi un fatto indecoroso, indecente, osceno, pornografico, innominabile. Tanto che si evita di nominarla anche là dove parrebbe inevitabile, nei necrologi: "la perdita", "la dipartita", "la scomparsa", "si è spento", "ci ha lasciato", "è mancato all’affetto dei suoi cari", "i parenti piangono", "è terminata la giornata terrena", c’è di tutto tranne la parola decisiva a indicare ciò che realmente è avvenuto. Questo rifiuto della morte segnala a sua volta, una paura, un abbietto terrore della morte quale nessuna società del passato ha mai avuto in uguale misura. A parte le idiozie sulle ’felicità esponenziali’, ci sono delle ragioni. Nella società preindustriale l’uomo viveva in intimo contatto con la natura e, attraverso il ciclo seme-pianta-seme, era consapevole che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma è la precondizione della vita. Inoltre sentiva di far parte di un tutto, di un destino più ampio, della famiglia, della comunità di villaggio, della specie, della natura stessa, in cui la sua vita e la sua morte si scioglievano nell’eterno gioco del passaggio di testimone fra generazioni, fra i vecchi e i giovani. Ma questi motivi che consentivano all’uomo di ieri di accettare la morte con una certa serenità sono, capovolti, gli stessi che lo impediscono a noi. Noi, nonostante gli "inclusive tour" eco-bio, viviamo lontani dalla natura, a contatto con oggetti inerti che non si riproducono, ma semmai si sostituiscono e alla cui sorte ci sentiamo sinistramente omologhi, abbiamo perso il senso di un destino collettivo e quindi sentiamo la nostra morte come un evento esclusivamente individuale, definitivo, assoluto e perciò totalmente inaccettabile. In questo "mood" si inserisce l’ossessione della medicina preventiva. Qualsiasi età si abbia bisogna controllarsi, palpeggiarsi, auscultarsi, fare sei controlli clinici l’anno, stare a dieta, non si può più bere, non si può più fumare. Dobbiamo vivere ibernati, vecchi fin da giovani. Per prevenire la morte ci impediamo di vivere. Ma come diceva il vecchio e saggio Epicuro: "Muore mille volte chi ha paura della morte".