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 2011  ottobre 01 Sabato calendario

DA MALACHIA AL CARDINAL VALLINI, QUANDO I CORVI SONO IN VATICANO

L’anonimo alla Santa Sede continua il suo lavoro. Anzi, lo sta intensificando. Dopo le missive di un mese fa al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, con riferimenti offensivi e minacce di morte, ora è toccato a un altro porporato, Agostino Vallini, vicario della diocesi capitolina. La firma «Sacerdoti di Roma» non aiuterà certamente la Gendarmeria, che ha avuto l’incarico di scovare il corvo. Nome inevitabile da attribuire alla penna senza volto da una settantina d’anni, dopo il film drammatico Le Corbeau (1943) diretto da Henri-Georges Clouzot. La denuncia o l’illazione in mala fede anonima sembrano ormai caratteristica di molteplici episodi di cronaca passati, per una ragione o per l’altra, tra le mura del Vaticano. Se ne registrarono di tutti i toni, mescolati anche a pettegolezzi, alla fine del secolo scorso allorché il vicecaporale Cedric Tournay uccise il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e sua moglie Gladys Meza. Si vide poi al lavoro un anonimo particolarmente motivato per eliminare Dino Boffo: era l’agosto 2009. Altri corvi apparvero durante i mesi dello scandalo dei preti pedofili. Questi uccellacci non saranno coraggiosi ma sanno il fatto loro. Si prendano, per esempio, le minacce al cardinale Bertone (a spedirle, come trapelò, pare sia stato un anziano monsignore di curia). Lo scritto si apre con una locuzione che ricalca quella di San Giovanni Bosco il quale, nel 1854, mentre era in discussione la legge per sopprimere gli ordini religiosi, fece pervenire a Vittorio Emanuele II la trascrizione di antichi documenti ritrovati a Hautecombe, culla e tomba di Casa Savoia. In essi gli antenati dei re dell’Italietta maledicevano i loro discendenti che avessero agito contro la Chiesa. Tra l’altro, il futuro santo confidò al sovrano un incubo: «Ho sognato un bambino che mi affidava un messaggio per voi: un funerale a corte!». E a Bertone, salesiano con noviziato a Pinerolo, il corvo ha rammentato: «Grandi funerali a corte!». Non è il caso di scandalizzarsi per qualche lettera anonima, ché la storia della Chiesa è gremita di documenti in calce ai quali manca il nome. Forse non sono frequenti come ai giorni di Stalin o nell’epoca maccartista, quando le denuncie riguardanti presunti comunisti diventarono una moda, ma non mancarono in ogni tempo. Del resto, le Profezie di Malachia, pubblicate per la prima volta nel 1595, più che illuminazioni sui futuri pontefici romani vanno considerate un arguto falso senza certo autore. Lo scopo? Ipotecare o influenzare qualche elezione dei successori di Pietro. Il grande storico von Pastor, tra gli altri, asseverò che tali vaticini nacquero durante un conclave e non dalle visioni di San Malachia, vescovo di Armagh nel XII secolo. Ciò non toglie che l’anonimo riuscì a mietere vittime illustri, tra le quali il cardinale statunitense Francis Joseph Spellman. Sarà stata anche una diceria, ma le cronache registrarono una mossa di sua eminenza — fiducioso in quella patacca — per forzare gli eventi e diventare papa dopo la dipartita di Pio XII. Siccome il successore avrebbe dovuto essere «Pastor et nauta», il porporato si sarebbe fatto portare in battello sul Tevere con alcune pecore a bordo. Epistole anonime arrivarono agli inquisitori (molte sono conservate nell’Archivio Vaticano) e agli esorcisti piccoli e grandi; missive senza nome non mancarono per secoli alla corte pontificia e furono, tra l’altro, la fonte privilegiata dei Procuratori della Bestemmia di Venezia. Quegli stessi che causarono la cacciata dalla città del povero abate Lorenzo da Ponte, librettista di Mozart, giacché fidanzati e mariti becchi decisero di liberarsi facendo piovere lettere non identificabili su quel rapace di alcove. Il quale, nelle Memorie, ne rise di buona maniera. Scrisse il fellone che il suo esilio venne causato non dai dolori delle corna ma dall’aver mangiato prosciutto il venerdì.