Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Che cosa sarà più importante, tra le tante cose accadute ieri? Le borse che sono schizzate all’insù? Tremonti che ha raccontato al Parlamento lo strano suggerimento della Bce di tagliare lo stipendio degli statali e ridare alle imprese la libertà di licenziare? Gli attacchi di Bossi a Tremonti e a Draghi? L’inconsueto giro di consultazioni di Napolitano, che ha ricevuto il governo, l’opposizione, il presidente del Senato e stamattina il presidente della Camera?
Mi interessa Tremonti.
Il ministro riferiva davanti alle commissioni
Bilancio di Camera e Senato, riunite in seduta comune. Presenti tutti i leader,
cioè Bersani, Di Pietro, Casini (ma non Bossi e neanche Berlusconi). Un
discorso diviso in due parti. La prima, molto dotta, dedicata alla necessità di
modificare gli articoli 41 e 81 della Costituzione. La seconda, più concreta,
in cui il ministro ha dato conto di alcuni suggerimenti contenuti nella lettera
mandata al governo italiano da Trichet e Draghi. Tra questi suggerimenti – dice
– c’era la proposta di rendere più semplici i licenziamenti e di tagliare gli
stipendi degli statali. Le agenzie hanno immediatamente rilanciato questo
passaggio come se si trattasse di materia effettivamente allo studio del
governo, cioè forzando le parole del ministro. D’altra parte Tremonti è troppo
intelligente e troppo esperto per non sapere che sarebbe accaduto esattamente
questo. Quindi se ha detto quello che ha detto, aveva uno scopo.
Quale?
Io non l’ho capito. Ha intanto ottenuto il risultato
di farsi attaccare da Bossi, una dichiarazione rilasciata mentre l’audizione
era ancora in cors «Sulle pensioni non mi ha convinto». Sulle pensioni
Tremonti aveva detto quello che stanno scrivendo tutti i giornali da parecchi
giorni: le donne impiegate nel settore privato andranno in pensione a 65 anni e
il sistema degli scalini che regola le pensioni di vecchiaia, messo inpiedi da Prodi per evitare lo scalone
di Maroni, subirà un’accelerazione, con svantaggio dei pensionandi. In ogni
caso il ministro ha detto che nulla è ancora deciso e che il governo sta ancora
cercando il suo baricentro, cioè il punto di equilibrio tra le varie proposte e
le varie idee. Sul taglio degli stipendi agli statali ha detto che no, il governo
non ha intenzione di procedere. Le rendite saranno invece certamente tassate al
20%, mentre lo spettro della patrimoniale – aleggiante e poi evocato da Bersani
– non ha attraversato le parole del ministro.
In che consiste l’attacco di Bossi a
Draghi?
«Temo che quella lettera sia stata fatta a Roma…» ha
detto il Senatur, che ieri ne aveva per tutti. La sua idea cioè sarebbe questa:
la lettera che ha costretto Berlusconi a una conferenza stampa drammatica
venerdì sera sarebbe stata preparata da Draghi, che poi l’avrebbe fatta firmare
al suo amicone Trichet, per avvelenare definitivamente i pozzi del governo e
preparare l’arrivo di Monti. Quelli che non amano Draghiricordano sempre che il governatore è
stato in Goldman Sachs – cuore della finanza mondiale – e che poco meno di
vent’anni fa, proprio in qualità di Goldman Sachs, stava sul “Britannia”, la
nave dove i ricconi inglesi, olandesi e americani si spartivano il primo lotto
delle grandi aziende italiane. Adesso si ritorna a parlare di liberalizzazioni,
cioè di stranieri che ci comprano. Buffo che contro Draghi ci sia proprio
Bossi, a sua volta accusato di essere al servizio dei tedeschi e che proprio
l’altro giorno aveva lodato la Bce per quello che ci costringe a fare.
Sarà una manovra condivisa o vedremo le
barricate?
Le consultazioni di Napolitano dovrebbero aiutare il
governo a non incontrare troppi ostacoli. Il presidente ha assunto unruolo di mediatore che non gli compete,
ma tant’è: i tempi sono eccezionali (e del resto, formalmente, è discutibile
anche l’acquisto dei nostri Btp da parte della Bce, acquisto che continua e
continuerà). Ieri Bersani ha fatto un bel discors intorno alle dimissioni di
Berlusconi, s’è limitato a borbottare che Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna
hanno cambiato «a loro modo» governo. Per il resto ha invitato il ministero ad
avere la mano decisa, ha promesso che il Pd non mancherà di senso di
responsabilità, ha proposto il dimezzamento del numero e degli stipendi dei
parlamentari, l’abolizione delle province, l’accorpamento dei comuni e che si
faccia una nuova Maastricht, «perché altrimenti il mercato ci mangia uno per
uno». Casini invece è apparso più duro dell’altra volta.
Perché?
S’è lamentato che Tremonti è stato troppo generico.
Tremonti ha spiegato che con il decreto legge in formazione e i mercati aperti
non poteva dire di più. Casini andando via ha fatto in modo che i giornalisti
sentissero una sua opinione su di lui: «Ma questo è scemo, questo è da
ricovero». Purtroppo questa pratica di insultare l’avversario a voce non così
bassa da non poter essere sentita è stata adottata molte volte, tra gli altri,
proprio dallo stesso Tremonti
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 12 agosto 2011]
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