Simone Filippetti, Il Sole 24 Ore 12/8/2011, 12 agosto 2011
PREZZI DA SALDO E QUELLA TENTAZIONE DEI BUY BACK
Parlar di acquistare azioni, quando le Borse tracollano, suona quasi blasfemo. O incautamente ottimista. Eppure dopo crolli in media del 40% per le società di Piazza Affari, per i proprietari di un’azienda quotata la mossa più intelligente è quella di investire nella sua stessa società, se è sana e profittevole, a prezzi da saldo. Guardando oltre il clima da apocalisse di questi giorni, il buy-back è la tentazione che si fa largo da qui ai prossimi mesi per molte società. Tre i motivi: ci si ricompra le proprie aziende con poco; si impiega in modo efficente la cassa in mancanza di alternative; si risollevano i valori di Borsa di quelle stesse società.
A Piazza Affari sono già numerose le aziende che, per vari motivi, hanno già da tempo avviato piani (spalmati su più anni) di riacquisto azioni: L’Espresso, Piaggio, Brembo e Benetton tra i big. Più tutta una pattuglia di small caps da Datalogic a D’Amico Navigazione, da Interpump a Basicnet, da Reply a I Grandi Viaggi. Per costoro i prossimi auto-acquisti di titoli saranno a prezzi stracciati. Solo qualche esempio: il gruppo editoriale di Carlo De Benedetti ha comprato suoi titoli a metà luglio pagandoli 1,69 euro. La prossima tranche di acquisti, la società la farebbe a un valore di circa 1,3 euro. Un vero affare. Brembo, invece, l’affare l’ha già fatto: ha comprato propri titoli pochi giorni fa, nel mezzo della bufera, a 6,8 euro. Costavano 10 euro appena due settimane fa.
Saranno proprio le Pmi le candidate più papabili per i buy-back: solitamente poco liquide, con una capitalizzazione che non rispecchia il loro reale valore e sottovalutate. Uno degli effetti benefici immediati del riacquisto di titoli è quello di far salire le quotazioni. Se poi dovesse davvero materializzarsi lo spettro di una seconda recessione, dopo quella del 2009, le aziende fermeranno gli investimenti (sulla scia del calo dei consumi) e non avendo necessità di spendere per innovare possono destinare quelle risorse a piani di buy-back.
«In una fase come questa - osserva il banchiere d’affari Giovanni Tamburi - investire su sè stessi, sempre che si tratti di buone aziende, è un vero affare e mi aspetto che molti prenderanno questa strada nei prossimi mesi». D’altronde la sua Tip, la merchant bank specializzata proprio in Pmi, ha già varato un piano di buy-back. Certo, per farlo ci vuole una società che abbia cassa (e in realtà non sono tante alla Borsa di Milano) o che sia poco indebitata. Il vero problema, semmai, sono i limiti di legge: posto che nessuna azienda può detenere più del 10% del suo stesso capitale, per scongiurare il cortocirduito dell’autocontrollo, sui singoli acquisti di azioni proprie c’è un tetto sull’ammontare pari al 25% della media dei volumi dell’ultimo mese. Limiti a parte, il buy-back potrà essere un’opportunità per sostenere la propria azienda. Da Tamburi, che negli anni si è costruito una fama da bastian contrario di Piazza Affari, arriva una provocazione finale: la vera sorpresa arriverà da chi non lancerà un buy-back. «Se un’azienda, posto che abbia i requisiti adatti, non si ricomprerà titoli nei prossimi mesi, quella sarà una notizia. Allora sì che mi preoccuperei, perché vuol dire che gli azionisti sono i primi a non avere fiducia della loro società».