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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

LA VERA FORT KNOX È L’EUROPA CON QUASI 10.800 TONNELLATE

Il vero Fort Knox è in Europa. In realtà il leggendario deposito aureo del Kentucky, immortalato da «007 Missione Goldfinger», conserva solo metà delle 8.133 tonnellate di oro delle riserve americane: gli altri lingotti sono rinchiusi nei sotterranei della Federal Reserve, a Manhattan. Ma la somma delle riserve auree dei paesi dell’Unione Europea batte Fort Knox e Fed messe insieme: secondo le comunicazioni ufficiali presentate al Fondo monetario internazionale, sono 10.792 tonnellate. Ovvero, ai crescenti prezzi di oggi, 624,5 miliardi di dollari.
L’Italia, che per riserve è la terza al mondo (se si esclude l’Fmi, che ne detiene per motivi istituzionali), ha 2.451 tonnellate nei forzieri. Ai correnti 1.800 dollari l’oncia (che corrispondono a 57,8 milioni di dollari a tonnellata), fanno 141,8 miliardi di dollari. Poco meno di 100 miliardi di euro. Anche se è un primato destinato a venir meno.
Attualmente, la Cina detiene poco più di mille tonnellate di oro, che però rappresentano solo l’1,6% delle proprie riserve. La Repubblica Popolare è la prima sottoscrittrice dei T-Bond americani: oltre mille miliardi di dollari, a fronte di riserve valutarie per 3 miliardi. «La Cina deve diversificare di più le proprie riserve per diminuire il grado di rischio – ha detto due giorni fa Xia Bin, un consigliere della Banca centrale di Pechino – puntando sull’oro e altri asset non finanziari». Dopo il downgrading del debito americano, è possibile che molte altre banche centrali stiano pensando a qualcosa di simile.
Solo nei primi quattro mesi dell’anno, le banche centrali del mondo avevano comprato 203 tonnellate di metallo giallo, ovvero il 168% in più dell’intero 2010. Il Messico ha aggiunto 93 tonnellate ai suoi forzieri, 48 la Russia e 17 la Thailandia. «Finora – dice Jeff Clark, analista della Casey Research specializzato in metalli preziosi – le banche centrali non paiono giudicare troppo alto il prezzo all’oncia», che due giorni fa ha toccato il record di 1817,60. La riprova viene dalla Corea del Sud, che fra giugno e luglio ha rimpinguato le proprie riserve auree in misura sostanziale: da 0,8 a 39,4 tonnellate.
Anche se ieri sui mercato l’oro ha perso quota, soprattutto per effetto delle nuove restrizioni imposte dal Chicago Mercantile Exchange sui contratti future, gli analisti assicurano che potrebbe arrivare a 2.400 dollari. Certo, se i tempi dell’oro a 251 dollari l’oncia (estate 1999) difficilmente torneranno, si può anche immaginare che qualche paese in difficile posizione debitoria alleggerisca la proprie riserve per cogliere l’opportunità delle quotazioni sui massimi. «Ma resta il fatto che i rialzi dell’oro sono storicamente collegati alle crisi del dollaro come riserva valutaria», ha detto Edmond Bugos della Strategic Mineral Research alla Dow Jones. E questo è uno di quei momenti.
Secondo alcune stime, gli asset finanziari in giro per il mondo ammontano a 200mila miliardi di dollari. Eppure, tutto l’oro del mondo ne vale solo qualche migliaia: tutte le banche centrali del pianeta (più l’Fmi) detengono 30.700 tonnellate. Ovvero, agli attuali 1.800 dollari l’oncia, 1.776 miliardi di dollari. Una goccia, nel mare magnum della finanza – diciamo così – creativa.
Il World Gold Council stima che il 52% dell’oro estratto nella storia sia sparso su tutto il pianeta sotto forma di monili. Il 16% è coniato sotto forma di investimenti, inclusi i fondi Etf sull’oro (il più grande dei quali si chiama Spdr Gold Shares e possiede 1.210 tonnellate di oro giallo). Le banche centrali, ne detengono appena il 19%. Eppure, è il più pesante di tutti.