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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

«Perché, Milena, scrivi dell’avvenire comune che pur non verrà mai, o forse proprio per questo ne scrivi?»

«Perché, Milena, scrivi dell’avvenire comune che pur non verrà mai, o forse proprio per questo ne scrivi?». Lucidità e disperazione, disperazione lucida. E qualche illusione subito spenta sotto il peso dell’angoscia di vivere e della malattia. Franz Kafka conosce Milena Jesenská come traduttrice in ceco delle sue brevi prose: c’è all’origine un loro incontro fugace a Vienna. Le lettere verranno dopo, dal 10 aprile 1920 (fino al Natale 1923), e sarà un epistolario tra i più intensi che conosciamo. Giornalista e scrittrice di talento, stimata dallo stesso Kafka, brillante e generosa, figlia di una famiglia del patriziato praghese (padre chirurgo dentale), sposata con Ernst Pollak, un illustre letterato e critico ebreo, Milena sarebbe morta il 17 maggio 1944 nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove diede prova di grande coraggio nel sostenere le atrocità della prigionia. Storia d’amore come lo poteva essere per Kafka (per Kafka che considerava il sesso «negromanzia»), il quale già aveva vissuto tragici fallimenti sentimentali, quello con Felice Bauer che, prima della scoperta della tubercolosi, lo portò vicino al matrimonio e la relazione con la figlia di un calzolaio, Julie Wohryzek, arrivata alle soglie del fidanzamento e poi delle nozze nonostante l’opposizione paterna. In realtà, il rapporto con Julie non era ancora andato in frantumi, quando lo scrittore-impiegato si innamorò per la terza volta. Crisi che andava crescendo in parallelo a quella di Milena e di suo marito (da cui però la donna non riuscì a separarsi). Kafka si trova a Merano per curare i suoi mali quando dalla pensione Ottoburg invia la prima lettera: «la pioggia che durava da due giorni e una notte è appena cessata, forse soltanto provvisoriamente, ma certo è un avvenimento degno di essere festeggiato, e io lo faccio scrivendo a Lei». Saranno lettere sulla vita e sulla morte («Può l’uomo trovare il coraggio di morire? Egli si gira, affonda più che mai nel suo letto, non gli è possibile morire», scrive Kafka), sulla malattia, sul sollievo della scrittura, sull’insonnia inguaribile e sui sogni («Ultimamente ho sognato ancora Lei, è stato un gran sogno ma non ricordo quasi niente»), sui timori che le trasmette la vitalità dell’amica, più giovane di dodici anni: «e ho paura e paura, cerco un mobile sotto il quale posso nascondermi, prego tremando e fuori di me in un angolo (...) non posso tenere in camera un uragano». Considerazioni sulla natura del pessimismo ebraico e sulla ricerca di una quiete improbabile: «Del resto, in contrasto col medico, so che per guarire alla meglio ho soltanto bisogno di riposo, di una specie particolare di riposo, o se vogliamo guardarla da un altro lato, di una specie particolare d’inquietudine». Un inesausto pendolarismo tra il provare ad avvicinarsi e la tentazione di ritrarsi dall’amore e dalla vita, lo sforzo di comunicare alla donna amata «qualcosa di non comunicabile, di spiegare qualcosa d’inspiegabile, di parlare di ciò che ho nelle ossa e che soltanto in queste ossa può essere vissuto». Milena e Franz si vedranno poche volte. Con i quattro giorni passati a Vienna e nei sobborghi del Wiener Wald (dal 30 giugno al 3 luglio 1920), la relazione ha un’impennata e finalmente Kafka nelle lettere passa dal Lei al tu: «Oggi, Milena, Milena, Milena... non so scrivere altro». Si sente travolto dalla passione e travolgente: «Come il mare ama un sassolino sul fondo, proprio così il mio amore ti inonda», si rivolge con gratitudine a quella che a tratti considera la sua guaritrice. Poi subito ritornano i fantasmi e lo scrittore racconta di aver visto sul marciapiede, mentre si allontanava da lei, una «luce solare che si oscura, non per opera delle nubi ma per se stessa». Spera di poterla rivedere a Praga in agosto, ma la prega di non raggiungerlo per poter cullare la speranza dell’incontro. Poi ancora: «Milena, come si sta bene accanto a te». Ma la sa sposata a Vienna con suo marito, mentre sa di essere sposato a Praga con la sua angoscia. Dopo l’incontro a Gmünd del 14 agosto qualcosa cambia. Kafka riconosce di aver commesso qualche errore e capisce che non può «salvare qualcosa che affoga» per sua colpa: è come se fosse trascinato nel fondo del mare da pesi di piombo. Capisce che Milena non si separerà mai da Pollak, ma per mesi non fa che leggere lettere e scrivere lettere, e guardare fuori dalla finestra del suo ufficio. Milena, dal canto suo, a posteriori spiegherà all’amico comune Max Brod ciò che l’aveva trattenuta dall’unirsi a quell’uomo: «Non ero in grado di abbandonare mio marito e forse ero troppo donna per trovare la forza di assoggettarmi ad una vita che sarebbe stata, sapevo bene, la più rigorosa ascesi fino alla morte». Il suo slancio vitale aveva vinto sulla complicità con la morte. «Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso», scriverà Kafka. Il 15 ottobre 1921 annota di aver consegnato a Milena tutti i suoi diari, dei quali non chiederà più la restituzione. Tre giorni dopo la sua morte, avvenuta il 3 giugno 1924, apparve un necrologio su una rivista ceca: «Era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per lottare, debole come lo sono le creature nobili, belle, che non sono capaci di accettare la lotta contro la loro paura dell’incomprensione, della mancanza di bontà, della menzogna intellettuale». Firmato Milena Jesenská. Paolo Di Stefano