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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

INTERVISTA A DE RITA


Professor De Rita, abbiamo sempre pensato, di noi, che siamo un popolo che nei momenti peggiori dà il meglio di sé. Vale ancora questa convinzione?
«Il problema è quello di vedere se, adesso, c’è là coscienza collettiva che questo è un momento terribile».

Secondo lei non c’è?
«Gli italiani non stanno capendo che cosa sia questa crisi e come li possa riguardare individualmente. C’è rimozione, c’è ignoranza, I politici e i media non spiegano e oscillano fra dramma assoluto (siamo già ne baratro!) e confusione sulle soluzioni».

Pure lei sostiene che la colpa è sempre delle classi dirigenti?
«Non bisogna generalizzare. Nel ’92, per esempio, Giuliano Amato aveva un’idea precisa di che cosa fosse quella crisi e di che cosa andasse fatto per fronteggiarla. Adesso questa chiarezza non c’è. Si annunciano tavoli, ma i menù sono vaghi o ovvi, come la scelta di inserire nella Costituzione il pareggio del bilancio».

Manca il disegno, non c’è un’ottica di sistema?
«Si mettono pezze a colori e non si dicono cose precise che tutti capiscono perché riguardano tutti. Io ero un euroscettico. Ma nel ’96, come molti italiani, pagai senza fiatare la tassa per entrare nell’euro in quanto riuscirono a convincerci sulle sue finalità e sul disegno di prospettiva nella quale era inserita».

Adesso, volenti o nolenti, dobbiamo comunque fare sacrifici:
ma l’etica del dovere nell’Italia che a tutti i livelli concepisce soltanto i diritti sappiamo ancora praticarla?
«L’etica del dovere non è nella cultura italiana. La nostra cultura è adattativa. Ci sono arrivate addosso invasioni, catastrofi naturali, guerre, crisi d’ogni genere e noi ogni volta ci siamo adattati. Questa è la grande nostra forza».

Basta ancora questa forza?
«L’adattamento serve sempre. Nella storia naturale, come diceva Edgar Morin, sono sopravvissute soltanto le specie adattative: è sopravvissuta l’ameba, ed è scomparso il dinosauro».

Italiani amebe?
«Sì. E dico che se questa crisi la affronti come un dinosauro, e ritieni di usare la forza e la potenza combattendola eroicamente, ne vieni sconfitto. Devi cercare però di capirne l’onda e qui l’onda non si capisce dove ci porta».

Una società abituata all’«io» sarà capace adesso di sintonizzarsi sul «noi», visto che stiamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo reagire - o adattarci - tutti insieme?
«È vero che siamo un Paese individualista. Ma se dieci io si mettono insieme fanno un noi. E questo noi individualista confida nella sua capacità di adattarsi a tutto e se ne fida talmente che diventa inerte. Qui sta il pericolo di oggi».

Lei sta dicendo che viviamo la crisi come in apnea, ma non crede anche che questa crisi stia avendo l’effetto di ridefinire alcuni valori? E quali?
«Agli italiani sembra che non stia succedendo nulla. Vede forse qualcuno che ha modificato i suoi programmi estivi, vede ristoranti vuoti o masse popolari nelle piazze come in Grecia? Semmai il piano ferie lo hanno modificato quei duecento parlamentari che ieri hanno fatto la passerella a Montecitorio o le parti sociali che si sono dovute sedere al tavolo a Palazzo Chigi».

Apnea o abbiocco?
«Il Paese vive questa crisi come se non ci fosse, o aspetta gli eventi. Magari l’arrivo, di un buon governo che faccia capire la situazione e che decida».

Come dice il sociologo Zygmunt Bauman, oggi siamo tutti consumatori per diritto e per dovere. La crisi ci farà consumare di meno?
«L’italiano non è più un gran consumatore. Sta calando il desiderio, non solo sessuale ma anche materiale. Consumiamo di meno non tanto perché abbiamo meno soldi quanto perché organizziamo meglio i nostri bisogni. Spendiamo in ristoranti, in vacanze, in telefonini: i nostri desideri stanno concentrati lì, per il resto siamo austeri. Ma non per un senso del dovere, ma perché abbiamo cambiato gusti».

Ci salveremo?
«Dico una battuta cattiva: se arriva la recessione, noi saremo quelli che la vivremo meglio. Siamo stati i più bravi del mondo a vivere la crisi del 2007-2010. Quando si arriva ai fondamentali, sappiamo mettere in campo grandi capacità. E sa perché?».

Lo dica lei.
«Un po’ perché siamo l’emblema di ciò che diceva Franz Kafka - di fronte al mondo, non resistergli, assecondalo - e un po’ perché abbiamo la forza che ci deriva dal fatto di essere, nelle fasce anziane, una società di ex poveri che sono più resistenti dei giovani. ricchi. Non essendo potenti, ci tocca essere umili. In queste circostanze, l’umiltà è una grande risorsa».